martedì 15 maggio 2018

CREDO NELLA CHIESA: IL CAMMINO DELLE UNITA’ PASTORALI






I MARTEDÌ TEOLOGICI

Regina Pacis 15 maggio 2018

Relatore: Valentino Blgarelli
Sintesi: Paolo cugini

La bellezza del noi della comunità cristiana.
Quali sono gli elementi che non dobbiamo perdere di vista
La finalità della comunità cristiana è l’evangelizzazione, l’annuncio del Vangelo (LG 1)
Non è una questione ad intra, ma il noi che dà delle buone notizie all’oggi.
Papa Francesco nell’Amoris Laetia traccia un modo di procedere della comunità cristiana. Siamo abituati ad un paradigma pastorale che funziona così: vedere, giudicare, agire. Papa Francesco cambia i termini. Primo non è vedere ma accompagnare. Vedere vuole dire che ti estranei che cosa c’è intorno.

Accompagnare significa che sei dentro la storia, cammini con delle situazioni. Non giudicare, perché significa che ti metti in una posizione nei confronti degli altri.

Il Papa dice: discernere. Che cos’è il discernimento? Non significa dice che cosa qualcuno deve fare, ma aiutare a leggere le situazioni e condure qualcuno a prendere una decisione dentro la situazione. Questo cambia la prospettiva della comunità cristiana. Insieme leggiamo, capiamo, comprendiamo e insieme cerchiamo di capire che cosa si può fare.
Terzo: Integrare, includere dentro un cammino che si fa.

Comunità pastorale. Dentro la comunità dobbiamo fare i conti con le fatiche di sempre. Non c’è un trionfo dell’evangelizzazione. Le vicende non sono semplici. Paolo deve fare i conti con delle fatiche esistenziali che non sempre riesce a risolvere. Cfr. 1-2 Corinzi.
C’è una modificazione antropologica decisiva in atto. Come comunità cristiana siamo spesso lenti. I nostri processi decisionali sono esasperanti.
A volte non siamo comunità vere; siamo molto formali. Ci fosse uno spirito di famiglia, certe cose sarebbero più agili. C’è un offuscamento della proposta di Gesù Figlio di Dio.

Perché vale la pena lasciarsi attrarre da Gesù? Che ci sia una proposta sfumata sull’originalità di Gesù è un dato di fatto. Questa sfumatura determina la formazione di un linguaggio che è lontano dalla vita.

Dobbiamo riprendere in mano le scritture.
Oggi la nostra preoccupazione è: come evangelizzare? Il come diventa una zavorra. Quando capita in parrocchia uno che si converte, che ritorna alla pratica cristiana. Paolo VI diceva che prima del come c’è la gestione del chiedersi cosa dice quel Vangelo a me oggi. Il come è una conseguenza del che cosa dice a me il Vangelo.
La comunità deve garantire la vivacità del Vangelo. Questo è il fine della comunità.
La comunità oggi nella sua configurazione deve salvaguardare due questioni:
1.      La persona
2.      Il noi della comunità

1.      La persona. E’ una grande istanza decisiva di quell’incrocio che è stato il fatto cristiano con l’educazione. Da Agostino sino a Maritain, il percorso è stato l’elaborazione della persona al centro del sistema educativo. Ciò ci deve portare alla comprensione di come funziona la persona. Quali sono le dimensioni costitutive della persona? Intelligenza, comportamenti affetti. Anche nell’annuncio del Vangelo abbiamo lavorato su queste dimensioni, ma non su tutte e tre. Abbiamo lavorato sull’intelligenza e sulla dimensione esperienziale. Non abbiamo lavorato sulla dimensione affettiva. La dimensione è in balia di tutto. E non c’è nulla che ci insegna ad amare e lasciarsi amare. Le situazioni più faticose sono quelle affettive. Siamo in presenza di comunità anaffettive.
 La comunità dovrebbe garantire la custodia della persona in tutte le dimensioni, compresa quella affettiva. Oggi la gente cerca relazioni vere, calde, non formali, dove ci si possa sostenere, accompagnare, dove non essere giudicati. Occorre evangelizzare gli affetti. Si tratta di prendere in mano le scritture e vedere tutte le dimensioni affettive che vengono descritte. Facciamo fatica a gestire l’affettività. Oggi quando ascoltiamo che Dio è amore, non ci fa più un grande effetto. Il Dio nel quale è amore e ci porta dentro questa relazione. E’ un Dio che si gioca negli affetti. Affetti, contenuti, dimensione comportamentale.

2.      Come possiamo permettere al noi della comunità di vivere le dimensioni della persona. Fare comunità significa fare dei passaggi, coltivare delle situazioni dove il noi sia riconoscibile.

a.      Cura della dimensione simbolica. E’ la grammatica del fatto cristiano. Il Vangelo è mettere insieme la mia vita con qualcuno. Il simbolo ci permette di unire. Abbiamo bisogno di recuperare la dimensione simbolica, per andare in profondità nei significati e non rimanere in superficie.
b.      Dimensione narrativa. La vita è ciò che puoi narrare. La comunità racconta una storia di cui è parte.
c.       Dimensione della gratuità. Oggi la gratuità spaventa.
d.      Creatività. Comunità che viaggiano sulla monorotaia. Non possiamo permetterci di rifare sempre le stesse cose allo stesso modo. Per salvare l’indifendibile stiamo perdendo di vista l’essenziale.
e.       Custodia. Le comunità dovrebbero oggi attivare il principio del prendersi cura gli uni degli altri.

Che cos’è la sinodalità? Sembra un tecnicismo della Chiesa. La sinodalità è l’identità, la natura della Chiesa. Syn - odos: camminare insieme. Tre articolazioni:
1.      Essere insieme.
2.      Fare le cose insieme.
3.      Camminare insieme con il Signore risorto.
La Sinodalità è una parola che tratteggia la realtà della Chiesa. Francesco parla di comunione dinamica.
La Sinodalità è il disegno di questo volto di chiesa dove viene valorizzato la figura del laicato. Nel Concilio Vaticano II la Chiesa è nella storia, e allora sono i laici che stanno nella storia ad evangelizzare. Rapporto tra preti e laici. Il prete non è colui che comanda e i laici eseguono. Secondo il Concilio i laici sono corresponsabili, insieme con carismi e situazioni diverse.
Cipriano (III sec. D. C.): non intraprendere nulla di mia iniziativa senza il consenso del popolo.
Il nuovo volto della comunità dev’essere attenta al:
1.      Fine. Che si declina senza dubbio in alcune attività concrete.
2.      La persona, gli affetti
3.      La sinodalità, cioè corresponsabilità
Che senso ha difendere una struttura che fa acqua da tutte le parti? Non pezze nuove sul vestito vecchio.


giovedì 10 maggio 2018

LA CHIESA DELLA MISERICORDIA




Paolo Cugini
C’è una qualità che a detta di Papa Francesco deve caratterizzare la Chiesa: la misericordia. Significativo il fatto che all’inizio del suo pontificato abbia voluto indire un anno dedicato proprio alla misericordia. Diversi sono i documenti[1] oltre che ad un libro intervista[2] dedicati dal papa a questo tema così importante del suo pontificato. Proprio nella conversazione con Andrea Toninelli, Francesco spiega come etimologicamente, misericordia significa aprire il cuore al misero. “E subito andiamo al Signore: misericordia è l’atteggiamento divino che abbraccia, è il donarsi di Dio che accoglie, che si piega a perdonare […] Per questo si può dire che la misericordia è la carta d’identità del nostro Dio. Dio di misericordia, Dio misericordioso”[3]. Francesco spiega il motivo dell’importanza della parola Misericordia nella vita della Chiesa, nei paragrafi iniziali della Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia:
Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato (MV2).
Si tratta dunque di una triplice motivazione: cristologica, antropologica ed ecclesiologica.

In primo luogo, nella prospettiva cristologica, la misericordia rivela il modo di Dio d’incontrare l’uomo. Rivela, dunque, il mistero stesso della Trinità ma, soprattutto, dice la realtà del Figlio. Nella seconda omelia tenuta in Santa Marta, Francesco arriva a sostenere che: “Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore”[4]. Il volto misericordioso di Gesù rivela l’amore della Santissima Trinità. Relazione intrinseca, dunque, tra Santissima Trinità e Gesù Cristo, al punto che ciò che il Figlio mostra all’umanità della Trinità è proprio la misericordia. Ecco perché Francesco dedica tanta attenzione allo sviluppo del tema della misericordia così come si è venuto a delineare nell’attività pubblica di Gesù.
La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione (MV 8).
Nelle circostanze in cui Gesù si viene a trovare nella sua vita è costantemente mosso dalla misericordia. Lo troviamo, allora, a guarire i malati, a sfamare le folle, a liberare le persone indemoniate. Secondo papa Francesco, anche la vocazione di Matteo è da inserire nell’orizzonte della misericordia, perché solo lo sguardo misericordioso di colui che passava perdonando i peccati, poteva vedere nel cuore di quell’uomo un discepolo. Miserando atque eligendo: è il motto del pontificato di Papa Francesco preso dal commento di San Beda il Venerabile al brano della vocazione di Matteo. E’ la misericordia che elegge Matteo a discepolo di Gesù. Le tre parabole della misericordia, che s’incontrano nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, presentano la misericordia come la forza che tutto vince, la forza di un Padre che non si dà mai pe vinto, nemmeno dinanzi alla durezza del peccato. E’ la misericordia che è capace di sciogliere qualsiasi tipo di durezza e resistenza e, in questo modo, apre nuove cammini. Commentando la parabola del servo spietato (Mt 18, 22-35) Papa Francesco riflette sul fatto che ogni cristiano è invitato ad essere misericordioso nei confronti dei fratelli e delle sorelle che incontra perché prima di tutto è stato lui ad aver ricevuto misericordia. Perdoniamo, allora, perché siamo stati perdonati.

Siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore (MV 9).
Gesù ha posto la misericordia come ideale di vita e come criterio di credibilità della fede del cristiano. La prospettiva cristologica della misericordia appare anche nelle prime pagine della Lettera apostolica Misericordia et Misera, scritta da Papa Francesco a conclusione del giubileo straordinario della misericordia. Sin dai primi numeri, infatti, Francesco riporta l’incontro di Gesù con l’adultera narrato dal Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 8,1-11). Nel testo viene anche riportato il commento che agostino fece su questo significativo incontro: “rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”[5]. Quest’incontro è l’icona dell’anno della misericordia, perché rivela il cammino che la Chiesa deve compiere nella storia. Con i suoi gesti, infatti, Gesù rivela il senso autentico della legge, che consiste nell’amore che sa leggere nel cuore delle persone, per comprenderne il significato più nascosto e che deve avere il primato su tutto. Prima della necessità del giudizio, di applicare una legge, ci deve essere l’amore accogliente, che sa guardare nei cuori e scoprirne dei cammini. E’ questo il compito della Chiesa.
“In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice” (MM, 1).
Il silenzio di Gesù nei confronti degli accusatori della donna, permette loro e alla stessa donna, di ascoltare la voce di Dio che parla nella coscienza di ogni persona. E’ questo silenzio che la Chiesa è chiamata a compiere nei confronti dei peccatori che incontra sul proprio cammino, per permettere loro di ascoltare la voce del Padre che parla al cuore di ogni persona.

In questa prospettiva si coglie l’aspetto antropologico della misericordia, nel senso che ogni persona ne ha bisogno per continuare a dare un senso alla propria esistenza, soprattutto in quei frangenti in cui qualcosa è intervenuto a rendere difficile il cammino della vita[6]. La misericordia è come una linfa vitale che ridà vigore e forza e che si manifesta in atteggiamenti concreti, perché l’amore non è mai teorico. Essa coinvolge i sentimenti, i comportamenti e gli atteggiamenti personali, dice della volontà di Dio di vedere ogni persona felice e non chiusa nella tristezza. Annunciando l’Anno Santo straordinario Papa Francesco esprime il desiderio che la misericordia entri nei cuori di coloro che vivono nelle più disparate periferie esistenziali, in tutte quelle situazioni di sofferenza e di precarietà del mondo d’oggi. Evangelizzare le periferie vuole dire anche questo. La misericordia di Dio espressa nella vita di Gesù dev’essere portata soprattutto in quelle situazioni esistenziali segnate dalla sofferenza e dall’esclusione. L’indifferenza, l’ipocrisia e l’egoismo possono essere vinti con l’annuncio gioioso della misericordia di Dio. Sempre in una prospettiva antropologica, il Papa ricorda l’importanza delle opere di misericordia corporale e spirituale. “Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (MV 15). Il Vangelo di Matteo ci ricorda che è su queste opere che saremo giudicati (cfr. Mt 25, 32s). Ogni cristiano allora, è invitato a portare parole di consolazione ai poveri, ad annunciare cammini di liberazione a tutti coloro che vivono nella schiavitù del vizio o di altre forme di schiavitù. La misericordia di Dio desidera incontrare l’uomo e la donna nelle loro fragilità e povertà, ma anche portare parole di speranza a tutti coloro che non riescono uscire dalle loro chiusure. Interessante, a questo punto, riportare le considerazioni che Papa Francesco faceva alla fine dell’anno giubilare dedicato alla misericordia:
 “Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,24)”[7].

E’ del perdono che l’umanità ha bisogno per poter rigenerarsi tutte le volte che per qualche motivo, si è allontanata dal cammino di dio. E’ per questo che il perdono non può mai essere rifiutato; non solo, ma non si possono porre condizioni alla misericordia richiesta e implorata, perché si tratta di un atto gratuito e voluto da Dio padre. Tutte le volte che vengono posti dei criteri o dei limiti alla ricezione della misericordia, si sta manipolando la volontà di Dio, che è amore infinito, incondizionato, per tutti in ogni momento della vita. Ecco perché Francesco ribadisce che: “Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona” (MM 2). Qual’ è, allora, il segno visibile dell’umanità raggiunta dalla misericordia? Secondo Papa Francesco questo segno indiscutibile è la gioia. L’uomo, la donna, raggiunti dalla misericordia di Dio sperimenta la gioia, la pienezza di vita, la possibilità di ripartire. Quest’esperienza di gioia che sgorga dal perdono è narrata diverse volte nei vangeli. Ce lo dice la storia di Pietro (cfr LC 5), oppure nelle storie dell’adultera e della peccatrice[8]. Dove c’è perdono, c’è gioia. Questa gioia non può essere spazzata via dalle tristezze della vita quotidiana. Papa Francesco punta il dito sulla società dominata dalla tecnica che spesso porta gli uomini e le donne ad isolarsi, a vivere la triste esperienza della solitudine, che possono far sorgere sentimenti di malinconia, tristezza, noia, che possono condurre alla disperazione. In questo specifico contesto culturale sono necessari i testimoni della speranza, coloro cioè, che hanno sperimentato la gioia generata dalla misericordia ricevuta gratuitamente dal Padre. Sono proprio loro, a motivo della loro esperienza spirituale incarnata in un nuovo stile di vita, che possono aiutare l’umanità schiacciata nella solitudine e nella disperazione, ad uscire dai cammini illusori “per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali”[9].

 La prospettiva ecclesiale della misericordia rivela il sogno di Papa Francesco di una Chiesa che vive in se stessa e si fa allo stesso tempo portatrice di ciò che è il cuore stesso del Kerigma: la misericordia di Dio annunciata da Gesù. Significativa è la scelta della data per l’inizio dell’anno santo della Misericordia, vale a dire l’8 dicembre, a cinquant’anni dalla Chiusura del Concilio Vaticano II. L’anno della Misericordia è posta in sintonia con il Concilio Vaticano II, per segnalare a che cosa la Chiesa universale deve fare riferimento nel suo cammino nell’oggi della storia. Proprio per questo motivo, Papa Francesco richiama alla memoria sia il discorso di apertura di papa Giovanni XXIII che quello di chiusura di Paolo VI.  Mentre il primo invitava la Chiesa ad abbracciare la medicina della misericordia più che le armi del rigore, Paolo VI faceva notare come la religione del Concilio fosse stata la carità. E’ dallo stile del Concilio, segnato dal desiderio di offrire la mondo dei ponti di misericordia, più che degli anatemi, che Papa Francesco intende indicare il cammino. Stile dialogico che, per valorizzare il contributo che ognuno può arrecare al bene dell’umanità, ha bisogno della misericordia di Dio. E’ della misericordia che il mondo ha bisogno, più che di sottolineature dottrinali. E’ questo il compito della Chiesa: portare al mondo la misericordia di Dio.

“L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia” (MV 10).
In queste parole accalorate del Papa è sottesa la presa di coscienza che troppo spesso la Chiesa si è fatta prendere la mano dal bisogno di giustizia, che è necessaria, ma che quando è posta in modo duro e severo, allontana le persone, soprattutto quelle che avrebbero bisogno di essere avvicinate. La Chiesa della Misericordia esprime il desiderio di accogliere tutti, soprattutto coloro che si sentono lontani o feriti dai drammi della vita. Per questo motivo: “È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza” (MV 11). A questo proposito Papa Francesco ricorda le parole di Papa Giovanni Paolo II che nell’enciclica Dives in misericordia affermava che, a causa dell’arroganza dell’uomo dell’era della tecnica, che si sente padrone del mondo, le stesse parole perdono e misericordia sembrano inattuali, retaggio di esperienze che non sembrano più dire nulla all’uomo e alla donna di oggi. Eppure è proprio in questo contesto che la Chiesa non può venir meno al proprio compito di professare la misericordia che, a detta di Papa Giovanni Paolo II è: “il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore”[10]. La misericordia è il cuore del Vangelo: è questa un’altra espressione cara a Papa Francesco, che rivela quanto per lui sia centrale il tema della misericordia nell’annuncio del Kerigma. La Chiesa non può che imitare lo stile di Cristo che va incontro a tutti senza esclusione di nessuno. Misericordia, in questa prospettiva, dice dello stile della Chiesa, stile di apertura, di dialogo e di accoglienza con tutti. Per questo motivo Francesco afferma che: “La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre” (MV 12)[11]. E’ questa la missione di ogni parrocchia e di ogni movimento che intende essere segno della presenza di Cristo nel mondo. Non ci può essere questa presenza senza misericordia. Nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, scritta a conclusione del giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco sosteneva che le comunità cristiane potranno rimanere vive e dinamiche nel lavoro di evangelizzazione a patto che si tenga al centro l’annuncio della misericordia[12]. E’, di fatto, l’annuncio della misericordia il segno tangibile di quella conversione pastorale tanto richiesta da Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato. La centralità dell’annuncio della misericordia nella comunità cristiana è visibile nella liturgia eucaristica, in cui in diverse circostanze, ne viene invocata la presenza tra i fedeli. Non solo nell’atto penitenziale, ma anche in tante collette e orazioni, oltre che nelle preghiere eucaristiche del tempo di quaresima la misericordia risuona nella Chiesa. Papa Francesco ricorda anche che nella chiesa ci sono due sacramenti specifici che fanno riferimento alla misericordia, vale a dire il sacramento della Riconciliazione e l’unzione degli infermi. Ricordando sial la formula di assoluzione che la formula dell’unzione degli infermi, il Papa afferma che:
“Nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani”[13].
Dio si fa conoscere all’uomo e alla donna con il suo amore, che dona in modo gratuito e disinteressato a tutti. Compito della Chiesa è aiutare le persone a tenere il cuore aperto al dono gratuito della misericordia di Dio. Ecco perché Francesco sostiene nell’intervista con il giornalista Tornielli che, come confessore, anche quando si trovava dinanzi a situazioni che sembravano chiuse al perdono: “ho sempre cercato una fessura, uno spiraglio, per schiudere quella porta e poter donare il perdono, la misericordia”[14]. La Chiesa è lo sforzo di Dio si entrare in tutti gli spiragli che incontra sul suo cammino per immettervi misericordia: non si può permettere di arrendersi alle forme di durezza e di resistenza che incontra. La Chiesa della misericordia è la speranza del mondo.



[1] Cfr. in modo particolare: Misericordiae Vultus (MV), Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2015; Misericordia et Misera (MM), Lettera apostolica a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2016
[2] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, Piemme, Milano 2016
[3] Ivi, p. 24
[4] Ivi, p. 7
[5] AGOSTINO, SAN, Commento al Vangelo di Giovanni, 33,5. Cit. in FRANCESCO, Misericordia et Misera, (MM) n 1
[6] Nella conversazione con Toninelli, Francesco afferma che il nostro tempo e la nostra umanità hanno così bisogno di misericordia “Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle […] Questa umanità ha bisogno di misericordia” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p 30
[7] FRANCESCO, Misericordia et missra, cit n 2
[8] Ivi, n. 3
[9] Ibidem
[10] GIOVANNI PAOLO II, Dives in Misericordia, 13
[11] Cfr. anche, a questo proposito, la profonda riflessine di Papa Francesco nella conversazione già citata con il giornalista Tornielli: “Io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p. 22
[12] Cfr.PAPA FRANCESCO, Misericordia et misera, cit., n. 5
[13] Ibidem
[14] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, p. 41

giovedì 26 aprile 2018

UN ANNO INSIEME A MADELEINE DELBREL




Paolo Cugini

Come ogni anno l’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli indica un personaggio come punto di riferimento dei cammini formativi dell’anno: dalla catechesi alle sagre. Per la prima volta da quando abbiamo iniziato quest’iniziativa – vale a dire il 2015 – il personaggio in questione sarà una donna: Madeleine Delbrel[1]. Dopo un’adolescenza segnata da un ateismo radicale e profondo, Madeleine ritrova la fede nella gioventù, grazie all’incontro con alcuni amici cristiani e, in particolare, all’ingresso nei domenicani del ragazzo che amava, eventi che la spingono a riflettere sulla possibilità dell’esistenza di Dio. Sotto la guida di un abate – padre Lorenzo – inizia un cammino spirituale che la immerge nella preghiera e nella meditazione della Parola di Dio.

La sua intensa vita spirituale che la porta ad immergersi nel mistero di Cristo, accompagnerà tutta la sua esistenza. La passione per Cristo e per il Vangelo orienterà da questo momento tutta la sua vita: decide di essere tutta di Dio. La sua esperienza personale la renderà compassionevole verso i non credenti: scrive “io stessa avevo corso il rischio di preferire la morte alla vita”, e lo dice quando riceve la notizia che due sue amiche atee si sono suicidate. Nel 1929 Madeleine fa nascere il “gruppo del martedì sera”, che studia e riflette sulle Sacre Scritture: la scelta di riunire dei laici che leggono e riflettono sulla Bibbia è, per l’epoca, assolutamente anticonformista. L’esperienza durerà tre anni. Le partecipanti si trovano a casa di Madeleine: le loro riunioni sono costantemente interrotte dal padre che le insulta definendole delle “zitelle frustrate”. Lentamente, riflettendo per tre anni sulle Sacre Scritture, le ragazze vedono concretizzarsi l’esperienza di una vita comune consacrata totalmente a Dio: saranno “contemplative nel mondo”!

Con l’abate Lorenzo inizia a portare pacchi di cibo e di indumenti alle famiglie più disagiate: La strada diventa il terreno sul quale vivere la sua vocazione. Il suo diventa “un Dio coinvolto dal mondo che egli ama”. Con un gruppo di amiche decide di andare ad abitare, negli anni Trenta del secolo scorso, in un quartiere povero di Parigi, desiderando vivere con loro uno stile di famiglia, condividendo la vita dei poveri che, per la maggior parte, erano operai. Svolge in mezzo a loro un’intensa attività come assistente sociale. Proprio questo lavoro la conduce verso un impegno per elaborare politiche sociali in grado di far fronte alla povertà del mondo operaio. S’impegna a favore dei poveri, ma cerca di capire le cause della povertà. La piccola comunità di Madeleine decide anche come sostentarsi. La scelta forte è quella di vivere il più possibile come gli operai: per questo, e poiché nessuna delle tre è abituata a vivere nelle privazioni, tengono una busta per ogni tipo di spesa riempiendola con i loro striminziti stipendi. Tutto ciò che avanza alla fine del mese verrà dato a chi, nella cittadina, ne ha bisogno. 

Nel luglio del 1941 l’assemblea dei cardinali e vescovi francesi apre la Missione di Francia e la Missione di Parigi: si tratta delle prime esperienze dei cosiddetti “preti operai”, che vivono lavorando accanto agli operai nelle fabbriche e nei porti. Viene aperto un Seminario che si occuperà della loro formazione. L’abate Lorenzo, amico di Madeleine e parroco ad Ivry, diventa assistente del direttore del Seminario. A Madeleine viene chiesto di tenervi alcune lezioni dal titolo Il posto del laicato nella Chiesa, Il laicato sottovalutato, Il rinnovamento a lungo atteso e Nulla ci sia di profano. Nell’indicare quali passi avrebbe dovuto compiere la Chiesa per avvicinarsi al mondo reale Madeleine era certamente avanti rispetto ai tempi, ma pienamente conforme alla realtà attuale.

Nel 1950, grazie ai soldi vinti con un biglietto della Lotteria regalatole da un amico, Madeleine può recarsi a Roma per pregare “disperatamente” per la situazione della Chiesa: rimane in San Pietro otto ore. Nel 1955 Madekeine si ammala. Nello stesso anno muoiono il padre e la madre. Per non mantenere troppi legami con ciò che le appartiene, Madeleine brucia tutti i suoi lavori giovanili personali (poesie, disegni, scritti…) 

Dopo trent’anni di attività a Ivry Madeleine è ormai riconosciuta come una “specialista” dell’incontro tra cristianesimo e marxismo: invitata a parlare della sua esperienza e della sua visione in giro per l’Europa, inizia a viaggiare per tenere conferenze.  Poiché non vuole essere pagata dagli organizzatori, cerca di viaggiare di notte per dormire in treno. Quando questo non le è possibile dorme in stazione dove, a volte, viene cacciata fuori insieme ai barboni. Negli ultimi anni della sua vita, Madeleine viaggia intensamente per la Francia a parlare della sua esperienza e di quella delle sue compagne, senza tuttavia trascurare la vita della sua comunità. Lei stessa si definisce “commesso viaggiatore della Parola mio malgrado”. Negli ultimi mesi della sua vita, oltre a viaggiare, Madeleine si impegna nel Movimento per la Pace, di fronte al dilagare delle armi nucleari nel mondo, e invita la sua comunità a ritrovarsi per approfondire temi di attualità come “la teoria del Big Bang”, “le origini della vita e la sua evoluzione”, “le ultime scoperte scientifiche”, mai stanca di conoscere e di studiare. Il 13 ottobre 1964 Madeleine muore mentre lavora seduta alla sua scrivania, una grande scrivania ovale sulla quale, nel corso di 30 anni di lavoro, aveva steso la cartina del planisfero e attaccato foto provenienti da tutto il mondo.

Nel gennaio di quest’anno Papa Francesco riconosce le virtù eroiche di questa donna proclamandola venerabile, dando così continuità al processo di beatificazione iniziato nel 1994.

Sono molti gli punti della vita di Delbrel che possono stimolare la nostra riflessione durante il prossimo anno pastorale. Molte, poi, sono le sintonie con la proposta ecclesiale di Papa Francesco. L’esigenza di un rapporto con il Signore sempre più personale e profondo, che conduce i discepoli e missionari a non chiudersi nel tempio, ma ad aprirsi con slancio verso i fratelli e le sorelle più deboli. Ancora. L’amore per la parola di Dio che diventa punto di riferimento che orienta tutta l’esistenza sino al punto di decidere di donare tutta la propria vita per Dio e per i poveri. Elemento importante da sottolineare è la costante dimensione comunitaria ed ecclesiale che caratterizzerà la vita di Madeleine Delbrel.
Già nella sagra di Regina Pacis – 24-27 maggio - avremo modo d’iniziare ad assaporare la bellezza della santità di questa donna straordinaria, che tanto ha da offrire anche a noi.


[1] Per le note biografiche cfr.: Irene Abis, Vivere il Vangelo nelle periferie di Parigi -  La spiritualità incarnata di Madeleine Delbrêl, Novara 2007

lunedì 23 aprile 2018

LA BIBBIA HA PAROLE D’AMORE PER LE PERSONE OMOSESSUALI?







CICLO D’INCONTRI: LA TEOLOGIA DELLE DONNE

MARIA SOAVE BUSCEMI
REGGIO EMILIA 23 APRILE 2018

Sintesi: Paolo Cugini
Quando pensiamo di avere molte risposte la vita ci cambia le domande. Accompagnare l’erranza delle domande che nascono dalla vita. Errare: camminare, permettersi di sbagliare. Non esiste cammino senza l’erranza della possibilità dell’errore. Non esistono cammini già asfaltati, tutti pieni di risposte. Quando le risposte chiudono e mettono un punto finale, quello che avviene è arroganza, soffocamento. Occorre essere disponibili all’erranza.

Papa Francesco usa tantissimo i gerundi, che è un verbo rotondo, in movimento, in cammino. Errando in un continuo cammino, movimento, umile porsi domande e provare respiri e profumi di alcuni tentativi di risposte che aprono cammini. A volte occorre inventare le parole, quando quelle che abbiamo non esprimono abbastanza il concetto.

Cammino per depregiudiziare la Bibbia, decostruire i pregiudizi con cui andiamo alla Bibbia. La Bibbia ha una parola d’amore per le persone omosessuali? Se c’è la domanda è perché c’è un sospetto.

1.      Non c’è bisogno di difendere l’omosessualità, perché non c’è bisogno di persone che difendono, ma di uomini e donne disposte al dialogo con le differenze e con le diverse infinite possibilità ermeneutiche riguardo la vita, il testo. L’esperienza sessuale dell’Israele antico non corrisponde alla nostra. Questo dato deve entrare in dialogo

2.      Non c’è bisogno di giustificare l’omosessualità. Cerchiamo di comprendere i significati di amore di altre epoche.

3.      Non c’è bisogno di promuovere l’omosessualità. Perché l’elezione di orientamento sessuale, come atto cosciente e riflessivo costituisce un’accoglienza libera e non coercitiva. La libertà va amata e rispettata. Libertà d’identità, di mistero.
Perché si perde tempo nominando un’ideologia?

L’omosessualità è bellezza e grazia, perché è relazione d’amore. Dobbiamo comprendere che l’Israele antico non e sempre stato monoteista. Il monoteismo si è presentato a parte del periodo post-esilico. Fino ad allora c’è stata una grande tensione su come balbettare l’esperienza di Dio, che aveva il nome del tetragramma: JHWH. Era un respiro di molti colori, di molte possibilità. Diventa un’unica possibilità dopo l’esilio 587 a.C. Il respiro dell’Israele antico delle mille possibilità svanisce. Si fortifica l’idea di peccato, la teologia del puro e dell’impuro. Si fortifica la teologia della retribuzione: tutto è meritocrazia. Vien soffocato il respiro di Dio. Esiste, però la resistenza popolare, di uomini e donne che scrivono di amore libero contro il progetto di Salomone e di Gerusalemme. C’è resistenza e noi continuiamo la resistenza ancora oggi, contro le teologie che rendono monotematico e monocultura l’esperienza. Israele era monolatrico. Anarchia al femminile a tutti i respiri possibili.
Ci sono testi nella Bibbia che sono duri da digerire. Ci sono testi che vanno contestualizzati. Conosciamo i testi di Sodoma e Gomorra, del Levitico 18,20.

Levitico 18,20: contro coloro che hanno relazioni omosessuali. Il libro del Levitico è redatto nell’epoca post-esilica quando si stabiliscono le leggi. Nelle stesso contesto abbiamo la poligamia, la schiavitù. Nel caso di tradimento vicino alla porta della città c’era l’uccisione per lapidazione per lavare l’onore del padre. E’ giusta questa pratica della poligamia, schiavitù? E allora perché non riteniamo anacronistica la lettura che Levitico fa sulle relazioni omosessuali? E’ importante uscire dallo schema fondamentalista del testo? Qual è il contesto che ha dato origine al testo?

Il testo di Sodoma e Gomorra in Gen 19, riguarda il rispetto e l’ospitalità. Lot sta difendendo dei cittadini che corrono il rischio di essere violentati da altri cittadini. La questione è la violenza e non l’amore e la relazione omosessuale. Il testo dice no a relazioni di violenza. Il testo dice no sulle relazioni fondate sulla violenza patriarcale egemonica. C’è uno sforzo ermeneutico che dev’essere fatto. La teologia si fa con i piedi e non con la testa. I nostri piedi chi amano, a chi sorridono? Dipende da dove stiamo, con chi stiamo? Abbiam poveri per amici? Abbiamo persone omosessuali, lesbiche per amici? Sentiamo le loro ferite? L’ermeneutica sono i nostri piedi. “Non entrerò mai nella sala degli oppressori perché se ci metto piede sono come loro” (Salmo). Essere voce di chi non ha voce. E’ un errore perché chi non ha voce ha il diritto di avere la sua voce anche quando dirà ciò che io non voglio ascoltare.
Il nostro cammino di gente di Gesù è che chi non ha voce abbia la sua voce, il suo modo di toccare i testi sacri, il suo modo d’interpretare. “Sono venuto perché abbiate vita in abbondanza”. Allora, il mio modo di essere costruisce vita, o morte, esclusione. Quel modo d’interpretare costruisce amore, relazioni non più fondate sulla violenza?

La saga di Gionata e Davide. Gionata era figlio di Saul, il padrone di buoi e cavalli. Gionata quando vede Davide dice: lo amò, parlò alla sua anima. Quando Gionata morirà, Davide adotta il figlio di Gionata. Se entrassimo in una lettura eterosessuale avremmo una bella storia d’amore, romantica. Perché ce la precludiamo quando sono due uomini, due donne. Il Libro di 1 Samuele è scritto nello stesso periodo in cui sono scritte le leggi durissime del Levitico. Ciò significa che ci sono resistenze.

Le tribù d’Israele non erano 12, ma 13. C’è una figlia violata che è la 13 figlia di Giacobbe: 12 maschi e una donna: Dima. Perché, come mai non ci viene detto? Perché non sappiamo di Dina? Perché c’è una tredicesima tribù che non riempie le biblioteche ufficiali e normodotate; c’è una tredicesima tribù errante esclusa da tutti, che ha bisogno di essere nominata, riconosciuta. Questa tredicesima tribù è di Dio.

Dio è sceso in campo è lotta per noi, tra di noi. Lotta contro l’omofobia. Lotta a favore di questa tredicesima tribù. Perché con Gesù le cose non sono migliorate. Gesù non è morto, ma è stato ucciso. Da chi è stato ucciso Gesù? Il tempio e il Sinedrio e l’impero Romano. E’ stato ucciso perché in Cristo Gesù non c’è più giudeo e greco. In Gesù tutti puri per grazia; amati e amate gratis senza dover dimostrare nulla. Il principio è misericordia. Siamo amati e amate gratis. In Gesù non c’è più schiavo né libero. E’ chiaro che questo fa imbestialire l’Impero schiavo-cratico. In Gesù non c’è più né uomo né donna: il patriarcato viene meno, non può esistere.
JHWH è il Padre degli ultimi e non l’ordine simbolico violento del patriarcato.

Criteri ermeneutici:
1.      Partire sempre da sé. E’ la vita, la mia vita tocca il testo della Bibbia.
2.      Decostruire il testo, disfare la maglia. Il modo di leggere tradizionale e fondamentalista non serve all’amore, alla vita.
3.      Ricostruire qualcosa di nuovo con ciò che si ha
4.      Celebrare, fare festa