sabato 11 maggio 2019

IL SINODO PAN-AMAZZONICO E L’ATTENZIONE AI POPOLI INDIGENI







Paolo Cugini


C’è un tema che il sinodo Panamazzonico, che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre, porta alla ribalta non solo della Chiesa, ma anche dell’opinione pubblica ed è la situazione dei popoli indigeni. Il processo di evangelizzazione nella grande regione panamazzonica presenta un aspetto di grande originalità rispetto ad altre regioni nel mondo, per la sua vasta gamma di popoli indigeni con le loro specifiche lingue, culture religioni. Come ricorda il Documento preparatorio: “Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile - CIMI) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o popoli liberi”[2].

Varietà di popoli significa, da un punto di vista antropologico, una grande ricchezza culturale, che si manifesta nella grande varietà di idiomi.  Secondo le stime, c’erano 1500 idiomi in Brasile prima dell’arrivo dei colonizzatori. Oggi è rimasto il 10% delle lingue. Il luogo in cui si sono mantenute la maggior parte di lingue è l’Amazzonia, anche perché è una regione che non fu molto colonizzata a causa della difficoltà di vivere. Oggi si calcola che ci siano nella regione panamazzonica 200 lingue parlate. Molti popoli indigeni, che vivono fuori dalle terre indigene, vale a dire che vivono nelle grandi città, non parlano la lingua originale, ma conoscono appena il portoghese. Il 37% degli indigeni parlano in casa la propria lingua. Nel 1758 il Brasile proibì l’uso della lingua Tupì, che era la lingua generale brasiliana. La stessa popolazione non riconosce il valore delle lingue dei popoli indigeni, chiamandole dialetti. C’è, quindi, una grande discriminazione nei confronti dei popoli indigeni nello stesso Brasile. Solo 5 delle 180 lingue indigene parlate in Brasile ha più di 10000 parlanti (Tikuna 34 mila; Guaranì 26 mila). Ci sono, dunque, molte lingue vicino all’estinzione, lingue con meno di 10 persone parlanti l’idioma[3].

Per questo motivo, i popoli indigeni nel sinodo panamazzonico devono essere interlocutori indispensabili, perché vivendo da millenni in questa regione, conoscono il territorio amazzonico più di qualsiasi altro popolo. Come ricorda il Cardinale Claudio Humes: “la loro visione del mondo e la loro vita religiosa si è modellata a partire dalla loro esistenza millenaria nella foresta amazzonica, insieme a quella immensità di acque in fiumi incredibilmente grandi, convivendo con una biodiversità affascinante. Loro sono i saggi guardiani di questo ecosistema privilegiato[4].



Evangelizzare nel territorio panamazzonico significa anche riconoscere che tutta questa ricchezza culturale e religiosa dei popoli indigeni è oggi più che mai minacciata. Lo ha ricordato papa Francesco durante il viaggio in Cile del gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia[5]. I popoli indigeni sono stati perseguitati, cacciati, schiavizzati e sterminati sin dall’epoca dell’arrivo dei colonizzatori europei. I popoli che incontriamo oggi nel territorio amazzonico rappresentano una piccola minoranza che cerca di sopravvivere. Il processo di persecuzione, infatti, non si è mai arrestato. I popoli indigeni sono aggrediti, espulsi dalle loro terre, sfruttati e molti continuano ad essere uccisi. A causa di questa persecuzione alcuni popoli si sono isolati all’interno della foresta, isolandosi persino dalle loro stesse etnie. Sono i così detti popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV). Oltre a ciò, il processo di evangelizzazione nel territorio amazzonico deve tener conto delle minacce che i popoli indigeni stanno subendo nel territorio brasiliano dall’attuale Governo. Solo per citare alcune scelte realizzate dagli ultimi due presidenti del Brasile:
a.       l’ex presidente Temer con il parere n. 001/2017: parere che obbliga l’amministrazione pubblica federale ad applicare, a tutte le terre indigene del paese, condizionanti che il Supremo Tribunale Federale stabilì nel 2009 quando ha riconosciuto la costituzionalità della demarcazione della Terra Indigena Raposa Serra do Sol, in Roraima. Ciò significa non riconoscere il carattere tradizionale dell’occupazione indigena quando la comunità non stava nella terra data dalla promulgazione della Costituzione. Oltra a ciò, afferma che non si possono correggere i limiti delle terre demarcate e anche la possibilità di decidere senza ascoltare la comunità nel caso di alcuni progetti e di problemi d’infrastruttura.

b.      L’attuale presidente Bolsonaro con la  MP 870/2019 ha cambiato l’organogramma delle responsabilità in riferimento delle terre indigene. D’ora innanzi la responsabilità che era della FUNAI, è di responsabilità del ministero dell’agricoltura. La FUNAI diventa integrata nel ministero della Famiglia e diritti umani e non più della Giustizia. Il problema sono i ministri di questi ministeri che si trovano agli antipodi delle problematiche dei popoli indigeni, per non dire contro. Bolsonaro ha già dichiarato che non demarcherà un solo cm di terra indigena e cercherà di rivedere le demarcazioni delle terre. C’è quindi una strumentalizzazione degli organi politici responsabili per l’udienza dei popoli indigeni. Altro dato significativo e drammatico, in questa direzione, è il fatto di aver collocato un Generale come presidente della FUNAI (è l’organismo ufficiale del Governo che si occupa della delimitazione delle terre indigene). Si tratta di una strategia messa in atto dall’attuale governo brasiliano che minaccia e destabilizza economicamente i popoli indigeni con la destrutturazione degli organi responsabili per la protezione di questi popoli attraverso il taglio dei versamenti e l’estinzione degli incarichi e delle unità amministrative[6].





Tener conto della situazione socio politica nel processo di evangelizzazione del territorio panamazzonico significa riflettere sui processi d’inculturazione da mettere in atto. Ne aveva già parlato papa Francesco nell’Evangeli Gaudium quando affermava che: “E’ indiscutibile che un’unica cultura non esaurisce il mistero della redenzione di Cristo” (EG, 118). Non è possibile pretendere che tutti i popoli dei vari continenti imitino le modalità di fede adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia. “La fede non può essere confinata dentro i limiti della comprensione e espressione di una cultura” (EG, 118). Inculturazione richiama lo sforza di ascolto e valorizzazione delle culture locali, che conduce alla capacità di lasciarsi contaminare, di permettere nuovi cammini di trasmissione della fede, di liturgie che riescano ad esprimere i contenuti evangelici attraverso il materiale emerso nel processo d’inculturazione. Questo processo promuove la diversità nell’unità, assume volti diversificati secondo la cultura nella quale s’incultura[7]. Il documento preparatorio al sinodo panamazzonico parla esplicitamente di un cammino di Chiesa dal volto amazzonico e indigeno, richiamando le parole di papa Francesco nel già citato discorso ai popoli dell’Amazzonia: “Abbiamo bisogno che i popoli indigeni plasmino culturalmente le chiese locali dell’Amazzonia […] Aiutate i vostri vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie a farsi una cosa sola con voi e così, dialogando con tutti, potete plasmare una Chiesa dal volto amazzonico e una chiesa dal volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un sinodo per l’Amazzonia[8].

Credo che sia quest’aspetto che rende significativo anche per la Chiesa in Occidente il sinodo Panamazzonico. Come ha riconosciuto il cardinal Claudio Hummes commentando il testo citato, occorre riconoscere che sino ad ora si è fatto poco nel cammino di un’evangelizzazione inculturata[9]. Anche il teologo brasiliano Paolo Suess, in un’intervista rilasciata alla rivista Unisinos[10], afferma la stessa cosa, pur riconoscendo differenti gradi di approssimazione tra la Chiesa Cattolica e i popoli indigeni. Il problema, sostiene Paolo Suess, si riscontra già nei processi di formazione dei futuri leaders della Chiesa, vale a dire preti e vescovi. Oltre, infatti, all’esigenza del celibato che poco s’inquadra nella cultura indigena, “la stessa formazione accademica è culturalmente inadeguata ed economicamente inaccessibile per i popoli indigeni”. Non esistono strutture formative nella Chiesa Cattolica che tengano conto della ricchezza culturale dei popoli indigeni: tutto viene ridotto agli insegnamenti che provengono dalla teologia elaborata in Occidente. Non sappiamo che cosa un sinodo possa proporre a questo livello specifico. Sta di fatto che la Chiesa, per uscire dalle belle parole, deve poter offrire spunti capaci d’innestare processi in grado di mettere in condizione la Chiesa dell’Amazzonia di assumere un volto proprio e specifico: una Chiesa dal volto indigeno. Secondo Paolo Suess il primo passo da compiere in questa direzione consiste nel mettere in grado le popolazioni locali di avere presbiteri indigeni. La grande varietà di lingue dei popoli indigeni non permette al missionario di parlare la lingua del popolo al quale rivolge l’annuncio del Vangelo, Questo comporta “l’incapacità di comprendere il loro passato, il loro cibo e comprendere il loro pensiero”. C’è uno stile di Chiesa in Amazzonia che deve sempre di più assumere le forme della cultura indigena, del loro modo di pensare e intendere Dio. A questo proposito, in un’intervista del giornalista  Luis Miguel Modino a Miguel Castro Piloto, componente del popolo Baniwa, nel municipio San Gabriele ddella Cachoeira, alla frontiera con la Colombia vicino ai fiumi Içana e Ayari, Miguel Castro sosteneva che per i popoli indigeni Dio è la natura e il popolo indigeno ringrazia la natura, perché è da lì che viene l’alimentazione, ma anche la malattia e la salute. “E’ Dio la vera vita per questo i popoli indigeni valorizzano la natura e la proteggono. La nostra religione dice che tu sei castigato se non vivi ben, anche l’indigeno è castigato se non rispetterà la natura. Per capire questi aspetti importanti della nostra religione i preti devono vivere in mezzo a noi[11].



Già Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio (1990) sosteneva la necessità di un’evangelizzazione sempre più inculturata perché è questo processo a produrre “l’intima trasformazione dei valori culturali autentici, per la loro integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture” (RM, 52). Nello sviluppo dell’evangelizzazione delle culture, queste passano per un processo pasquale; vengono infatti, purificate dai loro errori e mali. In questo modo, sostiene il cardinal Hummes, le culture muoiono, ma i loro valori, in termini di verità e bene, sono aperti a nuovi orizzonti di espressione più alta e, così, risuscitano per una piattaforma nuova e trascendente con espressioni nuove e più ricche. In questo modo le culture non sono distrutte, ma trasformate ed elevate. Le sementi della verità e del bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che Dio è sempre stato presente e si manifesta. Sono tracce di Dio che gli evangelizzatori scoprono. “Questa presenza di Dio nelle culture dei popoli mostra che egli è sempre stato presente nella loro vita e loro storia, li ha protetti e, in qualche modo, si è a loro rivelato[12]. 
Il Sinodo per l’Amazzonia, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre, offre dunque anche per la Chiesa Occidentale molti spunti di riflessione. L’attenzione ad un’evangelizzazione inculturata con i popoli indigeni, interpella anche il modo di fare pastorale in un contesto che vede la presenza sempre maggiore di popoli diversi. Forse, dal sinodo usciranno idee che potranno ispirare il nostro cammino di Chiesa, per una pastorale non a senso unico, ma maggiormente attenta alle diversità presenti sul territorio.







[1] Partecipante del Corso sulla realtà amazzonica, svoltosi a Manaus nel mese di febbraio 2019.
[2] Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale. Documento preparatorio, in: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/06/08/0422/00914.html.
[3] Dati raccolti nel Corso sulla realtà amazzonica, tenutosi nel mese di febbraio 2019 a Manaus.
[4] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, Paulus, São Paulo 2018, p. 29.
[5] Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre,19/01/2018, in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180119_peru-puertomaldonado-popoliamazzonia.html
[6] Dati forniti al Corso sulla realtà amazzonica tenuto nel mese di febbraio 2019 a Manaus.
[7] Su questo tema cfr.: C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 46.
[8] Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre,19/01/2018, in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180119_peru-puertomaldonado-popoliamazzonia.html
[9] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 47.
[10] Por uma Igreja com rosto amazônico e com rosto indígena. O sínodo panamazônico e a busca de um novo paradigma de Evangelização. Entrevista especial com Paulo Suess, in Revista IHU, 11/05/2018 on line, http://www.ihu.unisinos.br/159-noticias/entrevistas/578822-por-uma-igreja-com-rosto-amazonico-e-com-rosto-indigena-o-sinodo-pan-amazonico-e-a-busca-de-um-novo-paradigma-de-evangelizacao-entrevista-especial-com-paulo-suess.
[11] Padres tem que conhecer melhor as culturas indígenas. Intervista de Miguel Modino com o professor indígena Miguel Piloto, in Revista IHU on line, 19/02/2019,  http://www.ihu.unisinos.br/78-noticias/586780-padres-tem-que-conhecer-melhor-as-culturas-indigenas-entrevista-com-o-professor-indigena-miguel-piloto.
[12] C. HUMES, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 47.

venerdì 3 maggio 2019

LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA con MARIA SOAVE BUSCEMI



Come ogni anno,da qualche tempo, tornano gli incontri con la biblista Maria Soave Buscemi, che c'introduce sul metodo della Lettura Popolare della Bibbia. Metodo che indica come criterio d'interpretazione del testo la vita, il vissuto quotidiano, la comunità che si ritrova intorno alla Parola.

Quest'anno il tema prescelto per gli incontri è: DIACONANDO ALLA SEQUELA DI GESU'.
E' attraverso la Parola che cresciamo nella conoscenza del Signore, nel desiderio di servirlo e di seguirlo. Per questo ti aspettiamo Sabato 4 maggio dalle 9 alle 17 nella saloncino della chiesa del Preziosissimo Sangue.

giovedì 2 maggio 2019

IL DIACONATO PER LE DONNE


E' l'ultimo incontro del ciclo: la TEOLOGIA DELLE DONNE. Verrà realizzato come gli altri in una delle aule dell'università di Reggio Emilia nel Palazzo Dossetti. 

Relatrice della serata sarà la teologa Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane. È docente di teologia patristica a Verona (San Zeno, San Pietro Martire) e presso la Facoltà dell’Italia Settentrionale e Seminario Arcivescovile Venegono (Milano).

Cristina ci parlerà del delicato tema del diaconato per le donne. Tema importante considerata anche la connessione, come ci ha mostrato il teologo Damiano Migliorini nell'ultimo incontro, tra teologia femminista e movimenti LGBT. 

Vi aspettiamo, dunque, numerosi, GIOVEDÌ 30 MAGGIO alle ore 20,45


lunedì 29 aprile 2019

Le scelte pastorali della CNBB: la parrocchia come comunità di comunità


Paolo Cugini

Lo slancio propositivo di Aparecida ha prodotto come immediata conseguenza lo sforzo delle conferenze episcopali di America Latina e Caraibi di tradurre nel cammino delle chiese locali le indicazioni del documento finale. Su questa linea si è mossa anche la CNBB che, negli anni successivi alla V conferenza, si è impegnata a creare lo spazio per un cammino di attualizzazione dei temi proposti da Aparecida. Per promuovere il paradigma missionario occorreva, in primo luogo, rivedere la struttura della parrocchia, capire in secondo luogo come aiutare le CEB e i movimenti ecclesiali sorti negli ultimi decenni, a lavorare insieme nell’unico progetto di realizzazione del Regno di Dio, e infine come rendere i laici soggetti sempre più attivi del processo di evangelizzazione. Tutto ciò viene proposto nel documento 100 (d’ora in poi D100), pubblicato il 13 maggio 2014, frutto di un lungo lavoro di ascolto e di elaborazione durato alcuni anni, basato su un testo di studio elaborato l’anno precedente dalla CNBB, conosciuto come documento di studio n. 104.

CEB, Movimenti, associazioni di fedeli, comunità territoriali e transterritoriali


Il D100 della CNBB propone un nuovo stile parrocchiale, in grado di rispondere a esigenze nuove, senza tralasciare però ciò che lo Spirito Santo ha creato negli ultimi anni. Nel quadro ecclesiale latinoamericano, e in particolare in quello brasiliano, non ci sono più solamente le CEB, ma, accanto a queste, fioriscono numerosi movimenti, soprattutto di carattere carismatico, e comunità di nuova formazione sia territoriale che extraterritoriale., Prima di fare un passo fuori dal recinto del territorio parrocchiale, la parrocchia come comunità di comunità, deve non solo rendersi conto di cosa c’è sul proprio territorio, ma porre in atto quei cammini che permettano alle varie realtà ecclesiali di lavorare in comunione.
A proposito delle CEB, il testo non dice nulla di nuovo rispetto ai pronunciamenti anteriori del CELAM e della CNBB, ma ripropone e sottolinea alcune affermazioni del documento di Aparecida e dell’Evangelii Gaudium: parla del nuovo ardore evangelizzatore che le CEB hanno portato nella Chiesa brasiliana e, allo stesso tempo, chiede che non perdano il contatto con la realtà della parrocchia e con la comunione con il vescovo locale. La sottolineatura è una chiara risposta ai teorici delle CEB che ipotizzavano la parrocchia come rete di CEB, nella quale ogni comunità è autonoma, una piccola Chiesa a sé stante. Sia Aparecida che il D100 offrono una chiara risposta a questi tentativi di fare delle CEB strutture ecclesiali parallele alla vita pastorale della parrocchia. Viene, poi sottolineata l’importanza del servizio pastorale delle CEB a favore dei poveri. Infine, si riconosce che:
le CEB si caratterizzano in generale per la formazione delle comunità territorialmente stabilite, con forte accento missionario e legato all’impegno socio-trasformatore. Ponendo come centralità la Parola di Dio e l’Eucarestia e nel valore del piccolo gruppo che forma la comunità, la fraternità e la solidarietà, che impegnano il cristiano in favore del Regno di Dio, le CEB contribuiscono alla conversione pastorale della parrocchia.(D 100, 230).
I movimenti e le associazioni dei fedeli sono presentati come segnali della Provvidenza di Dio per la Chiesa di oggi. Questi movimenti ruotano intorno agli specifici carismi donati dallo Spirito Santo e offrono ai fedeli un cammino di vita spirituale. Anche a loro, il D100 raccomanda la comunione con la diocesi di riferimento e con i gruppi che collaborano all’interno delle parrocchie. Si assiste a volte ad una sorta di tensione negativa tra i movimenti, che rispondono prima di tutto ai loro coordinatori specifici, e il piano pastorale della diocesi che, in realtà, dovrebbe essere costruito con la partecipazione di tutti e, di conseguenza, dovrebbe vedere tutti gli operatori pastorali uniti nello stesso cammino. Il primo lavoro fondamentale è dunque quello della comunione: «questo suppone impegno e apertura dei movimenti e delle associazioni per integrarsi nelle comunità, così come apertura e accoglienza delle parrocchie per valorizzare persone e carismi differenti».(D 100, 234). Facendo riferimento all’esortazione apostolica Christifideles Laici, il D100 ricorda che i movimenti e le associazioni laicali non possono collocarsi sullo stesso piano delle comunità parrocchiali, come possibile alternativa. «Al contrario hanno il dovere del servizio nella parrocchia e nella Chiesa particolare» (D 100, 235).È la comunione il cammino e, allo stesso tempo, il lavoro pastorale da realizzare, che vede coinvolte tutte le entità pastorali presenti sul territorio. Senza questo preziosissimo lavoro è impossibile uscire verso la missione.
L’ultimo riferimento è alle comunità ambientali e transterritoriali. Queste comunità sono formate da gruppi di senza dimora, in Brasile chiamati “abitanti di strada”, universitari, studenti delle scuole superiori, impresari o artisti, infermi. È necessario pianificare un’azione evangelizzatrice non solo in questi ambienti vitali, ma anche in tutti quelli che si trovano sul territorio parrocchiale. Si esige quindi lo sforzo di tutti, per lavorare allo stesso progetto, senza divisioni e, soprattutto, senza competizioni.


La parrocchia come comunità di comunità


Se è necessario recuperare il primato di Dio e fare in modo che tutto il territorio parrocchiale possa vivere un incontro personale con Gesù, allora il cammino sarà quello della decentralizzazione della parrocchia. Non è solo un discorso ecclesiologico, ma prima di tutto umano. Infatti, «la grande comunità, praticamente impossibilitata a mantenere i vincoli umani e sociali tra tutti, può essere settorializzata in gruppi minori» (D 100, 244). Il processo di accentramento dell’azione pastorale della parrocchia può incentivare la formazione di nuove piccole comunità, oltre a valorizzare la presenza sul territorio di CEB e gruppi locali dei nuovi movimenti, in particolare di quelli carismatici. In questo modo la parrocchia crea le condizioni affinché le persone possano incontrare il Signore in spazi alla portata dei singoli, con una dimensione più umana e meno dispersiva. È decentralizzando l’azione pastorale che la parrocchia può annunciare il Vangelo là dove non è mai arrivata. Oltre a ciò, «la parrocchia che decentralizza il suo servizio favorisce la presenza di leader e ministri laici, e riesce in modo migliore a raggiungere coloro che si sono allontanati». Il testo lascia emergere una chiara presa di coscienza, rispetto alla necessità di non appesantire il lavoro dei presbiteri. La decentralizzazione della parrocchia ha due esigenze implicite: l’organizzazione di nuove piccole comunità, e la valorizzazione e formazione del laicato locale.[1]

Il problema che a questo punto si pone è il seguente: in che modo creare piccole comunità e quale relazione costruire con le CEB già esistenti? L’espressione “piccole comunità” indica piccoli gruppi di persone, che si conoscono tra loro e che condividono la vita come discepole missionarie di Cristo. Il riferimento del testo è alle comunità interne alle parrocchie latinoamericane; parrocchie che, a differenze di quelle europee, non sono formate esclusivamente dalla Chiesa centrale, ma da altre “cappelle” sparse sul territorio. In definitiva, le parrocchie latinoamericane hanno già una struttura decentrata sul territorio. Il D100, però, insiste su questo cammino di decentramento, invitando anche le cappelle che si trovano sul territorio, a promuovere piccole comunità costituite da persone già attive nei servizi pastorali della parrocchia. Questa ulteriore decentralizzazione ha l’obiettivo di attrarre coloro che sono lontani dalla vita parrocchiale, per accoglierli nella vita della piccola comunità: «Dove sia possibile settorizzare territorialmente la parrocchia che così sia fatto!» ( D 110, 248).  
E come procedere, laddove questo risulti impossibile? Una cosa, infatti, sono le parrocchie della zona rurale, costituite da comunità in cui le persone si conoscono. Molto spesso le piccole comunità della campagna sono composte da persone di poche famiglie molto grandi. Il problema si pone soprattutto nelle città, teatro di grandi afflussi dalle campagne, e di frequenti movimenti migratori, che non facilitano la relazione e la prossimità tra persone. Il tentativo di imporre una vita di comunità in un simile contesto così è molto arduo, e spesso sterile. Nelle grandi città la vicinanza geografica non significa necessariamente vicinanza di vita. Per questo motivo, il testo apre nuovi orizzonti che vanno al di là della territorialità. «Dove non si riesce a costituire una comunità, si può seguire il criterio dell’adesione per affetto o interesse. Possono esistere comunità affettive, organizzate a partire dal carisma, che trascendono i confini del territorio fisico e si organizzano intorno a spazi di interesse. Le affinità possono essere tra i giovani, gli universitari, gli anziani, gli sposi, ecc.».
Questa nuova prospettiva, che in realtà fa riferimento ad una proposta emersa dalla conferenza di Aparecida,  mostra che la nuova conformazione parrocchiale, non solo trascende l’idea di parrocchia come insieme o rete di CEB, o insieme di movimenti, ma promuove ed incentiva una riorganizzazione tale da provocare la formazione di nuove piccole comunità, che non necessariamente devono tenere in conto il territorio.
Le situazioni concrete nelle quali si formano le nuove piccole comunità, sia di tipo territoriale, sia di tipo affettivo, dettano i ritmi del cammino delle stesse. Se, a causa del ritmo di vita più lento nelle campagne, le persone della comunità potranno incontrarsi settimanalmente, nelle città questa cadenza settimanale è più difficile. «L’importante è garantire incontri regolari e una comunicazione tra i membri della comunità, in modo che si traducano in interesse e impegno di amicizia e di fraternità» ( D 100, 252). L’importante è creare comunità di persone che si relazionano, al fine di vivere al meglio la propria fede.




Vengono, poi, indicati i due fondamenti principali della comunità: la Parola di Dio e l’Eucarestia. I circoli biblici aiutano la comunità a trovare una propria identità e stimolano la nascita dei ministeri, di persone che si dispongono a servire la comunità, in base ai bisogni. Le persone accolte nella comunità superano in questo modo l’anonimato, caratteristica della vita nelle grandi città, e si riuniscono per crescere nello stile di vita proposto da Gesù. «L’incontro eucaristico, poi, può essere realizzato nella Chiesa parrocchiale o nella cappella che riunisce le molte comunità nell’unica comunità eucaristica, segno di unità e comunione» (D 100, 256).
Il documento riconosce inoltre che la conversione pastorale non riguarda una semplice organizzazione strutturale, ma richiede un continuo sforzo di conversione personale al Signore. Questo aspetto dev’essere ben visibile sia nelle comunità parrocchiali, che nelle nuove comunità. Spesso, infatti, le relazioni interpersonali tra i membri di una comunità cristiana sono corrose da sentimenti umani negativi, come l’invidia, la gelosia, il parlare male degli altri. Per poter attrarre, le comunità devono diventare sempre di più luogo del perdono: «la vita comunitaria non è basata sull’assumere incarichi o attuare servizi nella parrocchia: si tratta di essere autentico discepolo del Signore» (D 100, 258).  Non sarà possibile accogliere coloro che si sono allontanati, se non c’è comunione tra i membri. L’amore fraterno e il rispetto reciproco, tipico dell’esperienza delle prime comunità cristiane, dev’essere il segno visibile anche del nuovo cammino che la Chiesa desidera intraprendere.  Affinché le comunità siano rinnovate, devono essere casa di iniziazione cristiana. Il D100 afferma che la rivitalizzazione delle parrocchie come comunione di comunità, passa attraverso un lavoro costante di formazione, grazie a una catechesi incentrata sulla Parola di Dio e sulla lettura orante della Parola stessa.

Ogni comunità, anche la più piccola, deve non solo curare la spiritualità e la formazione dei suoi membri, ma divenire attenta alle persone più bisognose. L’attenzione alle persone bisognose spinge la comunità verso la difesa della vita. Non si tratta solo di un’attenzione ai poveri, ma anche ai grandi temi e alle grandi sfide che la società affronta, quali l’ecologia, l’etica della politica, l’economia solidale e la cultura della pace.
Per fare in modo che tutti i membri delle comunità possano esprimere la loro opinione sul cammino intrapreso, è necessario vigilare sugli spazi della sinodalità. Consigli parrocchiali, assemblee e consigli economici che svolgono la propria attività in un clima di trasparenza, sono strumenti necessari per rendere il cammino credibile: «la società attuale vive nell’interattività. Le persone partecipano, opinano e si posizionano nei confronti delle realtà del mondo. La conversione pastorale presuppone un alto grado di considerazione verso i processi partecipativi di tutti i membri della comunità parrocchiale» (D 100, 290).  Quanto maggiore sarà la partecipazione alle decisioni della comunità, tanto maggiore sarà la garanzia di continuità di un cammino condiviso da tutti. Il D100 della CNBB è molto attento alle modalità di interazione interne alla vita comunitaria e, per questo, non si ferma ad approfondire il piano teorico, ma offre indicazioni concrete, affinché i membri delle comunità possano vivere al loro interno in modo conforme all’insegnamento del Vangelo e allo stile delle prime comunità cristiane. In questa prospettiva, la sinodalità rivela un modo di intendere il cammino ecclesiale nella prospettiva del popolo di Dio, che persegue il discernimento in merito ai problemi emergenti, creando lo spazio affinché questo avvenga secondo una modalità comunitaria. Le parrocchie che intendono essere aperte sul territorio, creando spazi per le realtà ecclesiali già presenti e stimolando percorsi di decentramento, trovano nella sinodalità uno strumento fondamentale affinché il popolo di Dio possa esprimersi e percepire il protagonismo di un cammino ecclesiale.
La conversione della parrocchia esige anche un nuovo stile di formazione. Non si tratta semplicemente di pensare ai contenuti da trasmettere ai membri della comunità. È necessario trovare metodologie e processi che permettano di stimolare una conversione e, di conseguenza, un cambiamento nella comunità:
Oggi è indispensabile un’interazione, che facilita non solo un passaggio di informazioni, ma un processo di apprendimento che avviene in una formazione comunitaria. Metodi e pedagogie interattive e partecipative devono essere incentivati. Queste metodologie devono prendere in considerazione la particolare pratica delle comunità, e le esperienze della vita delle persone, formando le coscienze ai valori della vita comunitaria e della fede cristiana (D 100, 302).
L’attenzione alle pedagogie interattive, deve caratterizzare, secondo il D100, anche il percorso formativo dei seminaristi, che in quanto futuri pastori, persone chiamate ad entrare a contatto con la vita, soprattutto nelle situazioni in cui questa soffre o è minacciata, non possono accontentarsi di assimilare meri contenuti.

Il D100 si occupa infine della presenza dei laici e delle laiche nelle comunità e della loro ministerialità: «i ministeri laicali riflettono la dignità di tutti i battezzati e la corresponsabilità di tutti i cristiani nella comunità» (D 100, 306).  Ciò comporta la costruzione di comunità che sappiano stimolare la partecipazione dei laici in differenti ministeri e servizi. Tra questi servizi, il testo indica il ministero della Parola come fondamentale per il buon andamento della comunità, in quanto sostiene le comunità più piccole nella condivisione interna ai circoli biblici, e quelle maggiori nella celebrazione del culto domenicale in assenza di presbitero. Il documento richiama poi le considerazioni già riportate sui metodi formativi, valide anche per i laici e le laiche che svolgono servizi ministeriali all’interno della comunità.[2]
L’ultima parte del testo contiene una severa critica a quelli che definisce “cattolici non evangelizzati”, che non hanno fatto l’esperienza di un personale incontro con Gesù Cristo e, per questo, manifestano una debole identità cristiana e poco senso di appartenenza alla comunità. Questi cattolici sono, secondo il D100, i maggiori responsabili dell’allontanamento dalle comunità di tante persone che cercano nella variegata proposta di denominazioni neopentecostali, ciò che non hanno trovato nella Chiesa Cattolica: Dio. Per questo motivo il duplice dinamismo indicato dal testo in direzione della decentralizzazione e della cura delle relazioni umane, verso una conversione pastorale delle parrocchie, dovrebbe essere l’elemento portante della spinta missionaria auspicata da Aparecida e stimolata dal D100 della CNBB: «La grande sfida delle parrocchie – sostiene il testo nelle battute iniziali – è uscire in missione, smettere di occuparsi solamente delle cose ordinarie e delle persone già presenti nella comunità e uscire verso un incontro più ampio» (D 100, 31).





[1] Per dare continuità alle proposte del D100, la CNBB ha dato alle stampe, nel 2016, un documento interamente dedicato ai laici: Cristiani laici e laiche nella Chiesa e nella società. Sale della terra e luce nel mondo (Documento 105 della CNBB). I numeri 225-247 sono dedicati al tema della formazione dei laici. Interessante sottolineare la dicitura “laiche” accanto al termine “laiche” che rivela la delicatezza di un cammino di Chiesa, e sottolinea l’importanza della presenza femminile all’interno di questo cammino.
[2] L’aspetto della formazione dei laici sarà poi approfondito dal documento 105 della CNBB, interamente dedicato ai cristiani laici e laiche.

martedì 26 marzo 2019

PREPARANDO IL CONVEGNO MISSIONARIO DIOCESANO - DOMENICA 31 MARZO 2019





Domenica 31 marzo alle 15,30 si svolgerà presso il Centro Sacro Cuore il Convegno Missionario Diocesano che avrà come punto fondamentale la presentazione del nuovo cammino diocesano della missione in Brasile che, dalla Bahia si sposta in Amazzonia. 
Sarà con noi il Mons. Adolfo Zon Pereira, vescovo della diocesi di Alto di Solimões nella quale inizieremo una collaborazione a partire dal mese di ottobre di quest'anno. 
Per aiutarci a preparare il Convegno, qui di seguito alcune informazioni sia sulla diocesi che sul vescovo Adolfo. 


DIOCESI DI ALTO SOLIMÕES: ALCUNI DATI

Il nome Solimões deriva dal fiume che attraversa tutto il territorio diocesano ed è il nome che il rio delle Amazzoni assume quando passa in questo territorio. In realtà, la diocesi di Alto di Solimões oltre ad essere attraversata dal rio delle Amazzoni, ospita nel suo territorio un numero incalcolabile di altri fiumi e, tra questi, ci sono il fiume Iça che passa sul territorio della diocesi per 358 km e il fiume Yavarì di 1200 Km.

 La diocesi è attualmente guidata dal Vescovo Mons Adolfo Zon Pereira (classe 1956), saveriano di origine spagnola. La diocesi ha sede nella città di Tabatinga, che è una città di frontiera che confina con il Perù e la Colombia ed ha un’estensione di 131.600 kmq, con un totale di 216.000 abitanti. Negli ultimi 15 anni c’è stata una crescita della popolazione del 20%. Il 38% della popolazione è indigena. Molte comunità vivono sulle rive dei fiumi e vengono denominate: ribeirinhas.

La mappa della diocesi di Alto di Solimões 


Alto di Solimões è stata elevata a diocesi nel 1991. Il primo vescovo è stato mons. Alcimar Caldas Magalhaes, che  ha guidato la diocesi dal 1991 al 2015. Ora Mons Alcimar è emerito e vive nella casa episcopale con il vescovo Adolfo.

Religione: Oltre al cattolicesimo sono presenti anche molte denominazioni religiose protestanti e neo pentecostali: Luterana, Maranatà, Congregazionale, Chiesa Battista, Assemblea di Dio, Presbiteriana, Dio è amore e tante altre. Tra queste forme religiose è importante segnalare la presenza nella regione della fraternità della Santa Croce, denominata Cruzada e il gruppo denominato Israelita.  Il 5% della popolazione si dichiara senza religione.

Popolazione: Sul territorio sono presenti diversi gruppi indigeni: Tikunas, Marubu, Matses, Matis, Kulina Pano, Kurubu, Maguta, Kokama, Kambeba, Kaixana, Kanamari, Witoto.

Economia: Dal punto di vista economico la gente vive di pesca. In alcune zone ci sono alcune industri di legname. Il PIB pro capite è di mille euro, ciò significa che la popolazione è molto povera. Il Vescovo Adolfo si lamentava della scarsa presenza dello stato nella regione e della corruzione dei politici locali.

La cattedrale di Tabatinga 


Società: I maggiori problemi sociali della regione sono la droga, la disoccupazione, il traffico di persone. Negli ultimi anni si sono registrati molti suicidi tra i giovani.

SITUAZIONE ATTUALE

Attualmente la diocesi di Alto di Solimões, composta di otto parrocchie, è stata divisa in due zone (vicariati).Vicariato 1

Atalaia del Nord: Padre Alberto e Padre Lino (saveriani italiani)

Benjamin Costant: È una parrocchia accompagnata da sempre dai francescani. In queste settimane stanno cambiando formazione. Domenica 24 marzo è stato nominato il nuovo parroco: Frate Mario Ivon Ribeiro Ofmcap.

Tabatinga: don Valmir è il parroco coadiuvato da tre preti: Pedro, Elias (sono tutti e tre originari della regione) e Mariano (romeno). Ci sono inoltre cinque congregazioni religiose (tre femminili e due maschili)
Belem di Solimões: Fra Paolo (italiano)

Vicariato 2

Tonantins: padre Gonzalo (colombiano), suor Benice e suor Lucia
Santo Antonio do Iça: Fra Assilvio (Amazzonia) e fra Gino (italiano). Da novembre sarà guidata da tre preti di Reggio Emilia: Gabriele Carlotti, Gabriele Burani e Paolo Cugini
Amaturà: padre Washington (colombiano)
San Paolo di Olivenza: padre Marcello (sul del Brasile), ci sono due congregazioni femminili di suore.
Santa Rita: è una zona pastorale della parrocchia di san Paolo accompagnata da tre suore del PIME (Laura e Dora italiane, Odete del sud del Brasile)


MONS ADOLFO ZON PEREIRA



Classe 1956. Nato in Spagna nella città di Ourense.

Frequenta il seminario minore e lo studio della teologia nel seminario della citt. Durante l’ultimo anno di teologia entra nei saveriani. “Ho atteso due anni per causa della mamma che non voleva un prete missionario”.

Nel 1985 è a Pamplona per l’animazione missionaria e nel 1986 fa professione perpetua e l’ordinazione sacerdotale. Per 7 anni rimane in Spagna per l’animazione missionaria e vocazionale.
Nel 1993 arriva in Brasile a Belem nel Nord.

1994 è parroco della parrocchia delle isole nella diocesi di Abaetetuba (Stato del Parà-Brasile), dove rimane sino al 2001. Siamo già in territorio amazzonico. La parrocchia conta con 62 comunità con una popolazione di 35 mila abitanti.

2001-2003: studia teologia pastorale e dottrina sociale della Chiesa in Spagna a Madrid. È stato lui stesso a chiedere questo periodo di studio: “in questi anni di studio ho maturato la mia formazione e impostazione sociale e pastorale”.

2003: torna in Brasile e prende una parrocchia (Tailandia nel Paranà) assieme ad un altro saveriano. Don Adolfo assume la scuola di formazione dei laici e le lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa nella facoltà teologica della zona e nell’IPAR.

Il Vescovo Adolfo mentre passa tra i fedeli per dare il segno della pace


Dal 1998 viene invitato dal vescovo ad assumere la coordinazione della pastorale sociale.

2010-2014: è il coordinatore della pastorale diocesana.

2014: viene nominato parroco della parrocchia di san Francesco a Belem.

27 Agosto 2014: è nominato vescovo coadiutore della diocesi di Alto di Solimões.

8 novembro 2014: è consacrato vescovo

14 dicembre 2014: arrivo nella diocesi di Alto di Solimões

24 maggio 2015: accettata la rinuncia di Mons Alcimar e, automaticamente, Mons Adolfo diventa vescovo di Alto di Solimões.


Lemma episcopale: Date voi stessi da mangiare.