Paolo Cugini
(Pubblicato in: Viandanti, 25.2.2025)
C’è
una teologia che non cerca il palcoscenico, che non si affanna a ottenere
riconoscimenti né si aggrappa al rigore dei grandi sistemi dottrinali. È la
teologia marginale, quella che nasce nell’ombra, tra i sentieri polverosi della
storia, dove la vita si misura con il peso dei giorni e il rumore sordo dei
fallimenti quotidiani.
Gli insegnamenti
nascosti
C’è
molto da imparare sotto i ponti, tra le mani tremanti di chi non ha trovato
rifugio, tra i corpi stanchi che cercano riparo nel vento della notte. Ci sono
insegnamenti nascosti nella fame che morde ogni alba, in quei volti che
affrontano la giornata senza la certezza di un pasto. In questi luoghi, la
presenza del Mistero si rivela possente, quasi a voler smentire la presunzione
delle grandi cattedre.
C’è
qualcosa di prodigioso nella vita dei poveri, una sapienza che non nasce dai
libri, ma dal contatto diretto con la sofferenza, la solidarietà e la
resistenza quotidiana. Se davvero, come narra il Vangelo, Gesù si è voluto
identificare con gli ultimi, è segno che il percorso autentico verso la
conoscenza del Mistero passa proprio attraverso questa solidarietà con chi vive
ai margini.
Così,
la teologia marginale, pur restando ai confini, custodisce un tesoro di verità
troppo spesso ignorato. Essa ci ricorda che la vera conoscenza non si conquista
dall’alto, ma si accoglie chinandosi, abbassandosi, condividendo il pane amaro
dell’esistenza.
In
fondo, il Mistero abita dove il cuore si fa prossimo, dove l’uomo si fa
fratello, la donna sorella, dove la povertà diventa grembo di luce e la
marginalità si trasforma in luogo di rivelazione. Proviamo a fare qualche
esempio di teologia marginale.
La Tradizione scritta
nella/dalla vita quotidiana
È
partecipando alle celebrazioni della Parola nelle comunità di Base del Brasile
che mi sono accorto del maschilismo esacerbato della Chiesa Cattolica e della
cultura patriarcale che, ancora oggi, ne detta le scelte. Tante donne in
America Latina non solo presiedono le celebrazioni domenicali, ma guidano
pastoralmente le comunità, nella cura dei più piccoli, nell’attenzione
premurosa ai tanti poveri incontrati. Sono proprio loro, le donne, le grandi
protagoniste dei consigli pastorali e del cammino quotidiano della Chiesa. È
ascoltando la voce e il vissuto di queste donne, che la struttura dottrinaria
dell’ecclesiologia pensata al centro dell’Occidente, si scioglie come neve al
sole.
Accompagnando
l’azione pastorale di queste donne, le conclusioni dei lavori della Commissione
per lo Studio del Diaconato Femminile, appaiono prive di senso, perché non
tengono conto del vissuto quotidiano delle comunità ecclesiali e del principio
d’Incarnazione. La teologia marginale, infatti, insegna che non possiamo
considerare Tradizione solamente quella che è stata formulata nei secoli dai
documenti ufficiali del Magistero, ma anche quella che viene scritta ogni
giorno nelle pagine della vita quotidiana delle comunità.
È
questa Tradizione che viene sistematicamente ignorata dal Magistero Ecclesiale
ogni volta che formula i suoi documenti ufficiali, ed è proprio questa
Tradizione vivente che la teologia dai margini intende recuperare.
Il principio
dell’Incarnazione
È
possibile smantellare il patriarcato, che tanti danni fa alle donne e alla
società, proponendo delle scelte che tengano conto delle donne reali, dei loro
vissuti dentro e fuori della Chiesa. È ora di smetterla di nascondersi dietro
ad una Tradizione, lei stessa strutturata nella cultura patriarcale, per
giustificare scelte che vanno sempre nella stessa direzione del potere maschile
e autoreferenziale.
Una
Chiesa che intenda essere profetica nell’attuale congiuntura storica, ha
bisogno di mettersi in ascolto del grido delle donne che da secoli implorano la
misericordia di Gesù. È proprio questo grido che la teologia dai margini sta
raccogliendo e ascoltando per elaborare una narrazione teologica sensibile al
principio di Incarnazione.
Lo
stesso discorso vale per le persone omosessuali e la comunità LGBTQ+. Negli
anni in cui ho accompagnato un gruppo di cristiani LGBTQ+, non ho mai
constatato alcun tipo di disordine morale tra le coppie omossessuali che
frequentavano il gruppo di preghiera. Ho riscontrato, invece, molta fede, amore
premuroso, attenzione e il desiderio di un progetto di vita che potesse dar un
senso al loro cammino.
Leggendo
nel gruppo il testo di alcuni documenti ufficiali della Chiesa che parlano di
loro, ho sentito vergogna. Quante volte ho raccolto le lacrime di alcuni/e del
gruppo dei cristiani LGBQ+ che raccontavano come erano stati trattati nel
confessionale? Respinti, come se fossero lebbrosi. Come si fa a non dare
l’assoluzione ad una persona che, con umiltà, implora il perdono di Gesù? Come
fa la Chiesa a definirsi, nei testi ufficiali, maestra di umanità, quando poi
nella pratica quotidiana è di una disumanità assurda?
Un dialogo fondamentale
La
teologia marginale, mettendosi in ascolto delle persone reali, raccogliendo le
loro testimonianze e le loro verità, costruisce un discorso teologico che tiene
conto della rivelazione del Mistero che viene dalla terra, dal vissuto
quotidiano, da quella realtà fatta di carne e sangue e non di fogli e
inchiostro. Mantenere in dialogo il Magistero ecclesiale ufficiale con quella
Tradizione che nasce dalla vita quotidiana è fondamentale, per non correre il
rischio di scrivere Documenti che feriscono le persone e le allontanano dalla
Chiesa.
Una
teologia che sorge dal basso, in ascolto delle minoranze marginali, non può che
diventare una teologia del dissenso, che rappresenta un ambito di riflessione e
di confronto che, pur sviluppandosi all’interno del panorama ecclesiale, si
carica di una valenza profondamente umana e comunitaria.
Il
dissenso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non scaturisce da uno
spirito di ribellione fine a se stesso, ma dalla percezione acuta di una
distanza, come abbiamo osservato, talvolta dolorosa, tra i principi assoluti
affermati dalla gerarchia e la concretezza della vita quotidiana. Spesso sono
proprio coloro che vivono sulla propria pelle questa discrepanza a dare voce al
dissenso, non per negare la fede, ma per restare fedeli ad essa nel contesto
della loro realtà.
Un pungolo critico
La
dottrina, per sua natura, tende a formulare norme e principi generali, spesso
basati su astrazioni e su una conoscenza parziale della complessità umana. Di
conseguenza, può apparire rigida e incapace di accogliere tutta la ricchezza e
le sfumature dell’esperienza individuale e collettiva.
In
questo spazio di scollamento, il dissenso teologico trova ragion d’essere e si
fa portavoce delle istanze di chi non si riconosce in definizioni percepite
come troppo astratte, impersonali o addirittura nocive per chi vive situazioni
di marginalità o giudizio negativo.
Il
dissenso spesso si manifesta in modo silenzioso, quasi sommerso: molte persone,
nella loro quotidianità, scelgono percorsi personali che divergono dalle
prescrizioni dottrinali, a volte senza neppure esserne consapevoli.
Ciò
solleva una domanda fondamentale: a cosa serve la dottrina, se non a guidare e
sostenere il cammino di fede delle persone? La dottrina, infatti, dovrebbe
essere uno strumento a servizio della vita, non un fardello insopportabile. In
questa prospettiva, il dissenso si configura come un pungolo critico, un
elemento indispensabile per evitare che la fede si riduca a un insieme di
regole astratte.
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