domenica 24 dicembre 2023

Il post-teismo non è ateismo

 




 

Paolo Cugini

 

La presa di coscienza che il teismo e il paradigma venutosi a formare con quella che potremmo definire in modo un po' azzardato, ma in linea con quello che stiamo presentando, l’invenzione di Dio, conduce il pensiero post-teista verso nuovi orizzonti. Come ha sostenuto il gesuita Paolo Gamberini nel suo ponderoso e affascinate studio sul tema:

com’è stato per il passaggio dalla visione tolemaica a quella copernicana della terra, così anche in teologia è necessario tener presente il passaggio da una visione antropomorfica-mitica di Dio ad una in cui diventiamo coscienti che tutto ciò che ascriviamo a Dio fa riferimento alla nostra percezione di Dio: al nostro punto di vista[1].

Il punto di vista dell’epoca che stiamo vivendo è segnato profondamente dal paradigma scientifico. La domanda che un credente del ventunesimo secolo e che lo stesso Gamberini si pone è la seguente: come si può continuare a credere in Dio in una visione del mondo che ha cambiato radicalmente i suoi punti di riferimento cosmologici e mitologici? Non è più possibile vivere in un ambiente culturale che ha assorbito il paradigma scientifico in tutte le sue forme e risponde ai grandi enigmi della vita riferendosi alle discipline della fisica, delle neuroscienze, della microbiologia e delle altre discipline scientifiche e poi, alla domenica, dare adito a forme mitiche, aderendo a narrazioni che non corrispondono più alla vita quotidiana degli stessi fedeli. Il post-teismo, dunque, come sostiene Claudia Fanti, “è fortemente debitore delle scienze biologiche e cosmologiche rispetto alla nuova visione, a cui si richiama, della materia”[2]. La ricerca scientifica da una parte e la tecnologia dall’altra, hanno manifestato l’esigenza di criteri d’identificazione di ciò che definiamo verità, che non possono più essere affidati a principi apriori come quelli utilizzati dalla metafisica. Se le religioni stanno vivendo una crisi profonda è anche a causa del loro modo di proporre i contenuti, ai quali i fedeli sono chiamati ad un assenso acritico. Lo sviluppo delle scienze ha messo a nudo i limiti della proposta religiosa, ne ha relativizzato i contenuti e, soprattutto, la loro attendibilità. D’ora innanzi è difficile pensare ad un’entità personale che interviene dall’esterno a modificare le sorti del mondo. Come sostiene sempre Claudia Fanti che in uno studio riporta le analisi contradditorie sul tema della religione, in ogni modo: “è impossibile negare che sia in atto in molti luoghi un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite che la comprensione della religione […] ne risulti profondamente trasformata”[3]. Se religione e scienza per secoli hanno camminato a braccetto, manifestando anche, in alcuni casi, i limiti di ognuna quando danno spazio ai reciproci fondamentalismi – la dogmatica nel caso della religione e il positivismo per quanto riguarda la scienza - l’avvento della scienza come paradigma onnicomprensivo, ha provocato l’accantonamento della proposta religiosa. È vero che anche in occidente si riscontra una specie di ritorno del sacro, in ogni modo la religione non è più il riferimento per le scelte sui grandi problemi del mondo attuale.

Accompagnando le riflessioni degli autori presi in esame, potrebbe sembrare che l’analisi post-teista conduca all’ateismo: in realtà non è così. La loro proposta ci mostrerà una differenza sostanziale tra la loro posizione e quella elaborata dal neopositivismo logico all’inizio del secolo scorso, o dallo stesso positivismo dell’800. Mentre quest’ultimo aveva una chiara deriva ateista, il post-teismo invece sbocca in un nuovo modello di spiritualità. Il non teismo non conduce all’ateismo di tipo materialista, come è emerso nell’800 e nelle derive nichilistiche e nell’esistenzialismo ateo del ‘900. Come sostiene Vigil:

Il non teismo non è in sé né ateo, né nichilista, né materialista riduzionista, né chiuso al mistero, alla sacralità o alla divinità. Semplicemente, si sbarazza criticamente e consapevolmente di un prodotto evolutivo creato dall'essere umano, una fantasia utile di cui si è servito in un momento dato dello sviluppo della sua cultura e della sua infrastruttura materiale, un elemento la cui origine il cui statuto siamo riusciti a conoscere solo ultimamente e che si rivela ora chiaramente ingiustificato, obsoleto e responsabile di conseguenze nocive anche per il pianeta[4].

A questo punto diviene chiaro che Il problema, allora, è il theos, non la divinità. Scoprire la genesi mitologica di Theos, come pure l'evidenza della sua impraticabilità in una società adulta, scientifica e post mitica, non conduce all'ateismo, ma semplicemente al post teismo, al non teismo. L’affermarsi del paradigma scientifico conduce alla messa da parte definitiva del paradigma teista che per secoli ha influenzato nel bene e nel male il cammino dell’umanità. La difficoltà più grande, a questo punto, consiste nel rileggere i dati della realtà e della spiritualità alla luce del nuovo paradigma post-teista. Che cosa rimane della lettura che il cristianesimo ha fatto della realtà utilizzando il paradigma teista? Se è vero che il post-teismo non imbocca il cammino dell’ateismo, che tipo di spiritualità si profila all’orizzonte? È proprio questo che cercheremo di scoprire nei prossimi paragrafi.

 



[1] gamberini, p. Deus. Due punto zero. Ripensare la fede nel post-teismo. Verona: Gabrielli, 2022. p. 23.

[2] fanti, c. «Come l’oceano per l’onda, Le sfide del post-teismo», in: Fanti C. - Vigil M. J. (a cura di), Oltre Dio. cit., p. 31.

[3] fanti, c. «Per un nuovo incontro tra divino e umano», in: Fanti C. - Sudati, F. (a cura di), Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana, Verona: Gabrielli, 2022, p. 17.

[4] vigil, J.M. Rivisitando la questione Dio, cit. p. 81.

venerdì 22 dicembre 2023

Abbiamo sempre avuto bisogno di Dio? Nascita e sviluppo del teismo

 




 

 

Paolo Cugini

 

La critica post-teista e la sua proposta ha come punto di partenza il teismo. La riflessione sulla proposta di un nuovo paradigma, che sostituisca quello precedente, ha provocato un percorso alla ricerca dell’origine del paradigma teista. La domanda che sta alla base di diversi studi apparsi nell’ultimo decennio, soprattutto in Italia e in Sudamerica, è la seguente: è sorto prima Dio o l’uomo? In altre parole: da quando l’uomo ha sentito la necessità di Dio?

Secondo il teologo latino-americano di origine spagnola José Maria Vigil, da anni uno dei più attivi in questo campo di ricerca: “il teismo è semplicemente una tappa dell'evoluzione del nostro sviluppo cognitivo e dell'ampliamento permanente della nostra conoscenza”[1]. Per molti secoli, dunque, l’uomo ha vissuto senza Dio. Secondo gli studi riportati da Vigil in uno dei suoi numerosi saggi sull’argomento, gli ominidi risalgono a sei milioni di anni fa ed è solo da pochi millenni che è stato elaborato Theos. Le stesse religioni hanno appena 4500 anni e ciò porta Vigil ad affermare che: “abbiamo vissuto moltissimo tempo in più senza Dio che con Dio, senza religioni che con esse”. All'inizio, sostiene sempre il nostro autore, nulla era designato come sacro, perché tutto lo era, nulla era religioso, non esisteva neppure il concetto, che è potuto sorgere per contrapposizione solo quando qualcosa, molto più tardi, sarebbe stato considerato profano, non sacro. Il sorprendente senso di sacralità dei nostri antenati può essere considerato una risorsa dell'evoluzione biologica per far sopravvivere l’uomo minacciato dalla natura. Ciò significa che tutta questa sacralità non è caduta dall'alto, ma è stata elaborata dagli umani. Questo è un punto fondamentale dell’analisi post-teista che ritorna in vari autori, vale a dire che il sacro è frutto dell’elaborazione umana, uno sforzo d’immaginazione, che ha permesso agli uomini di offrire alcune risposte ai fenomeni che incontravano e ai quali non sapevano dare soluzioni pertinenti.  Il sacro, la religione e lo stesso Dio sono, dunque, costruzioni umane e, di conseguenza, di rivelato dall’alto non c’è nulla. Prosegue Vigili:

Fino a circa 6000 anni fa, non è apparso tra noi alcun Dio, con questo o con qualunque altro nome. Sono invece stati elaborati concetti o idee per rispondere alla realtà. La misteriosa vita dell'essere umano, per esempio, il cui principio è stato identificato per primo con il sangue, ha condotto a pensare a un'anima, un'entità indefinita ma più sottile che terrebbe in vita il corpo umano, gli esseri umani avrebbero un'anima. E sono apparsi anche altri elementi ugualmente sfuggenti, tra il misterioso e il magico, come gnomi, folletti, temoli, demiurghi, elfi, fate, e tutta un'interminabile serie di realtà misteriose di cui ci siamo serviti spesso per far finta di saper spiegare quello che non sapevamo[2].

Se il sacro sorge ad un certo punto della storia, presentando una cesura radicale con il periodo antecedente, ciò significa che siamo dinnanzi ad un cambiamento di paradigma che segnerà in modo definitivo l’epoca successiva. È all’interno di questo nuovo paradigma sacrale che viene elaborato Theos e, di conseguenza, il teismo. Secondo gli studiosi che stiamo esaminando, verso la fine del calcolitico[3] l’evoluzione umana sperimenta una profonda trasformazione, simile a quella che Karl Jaspers, parlando di tempo assiale, aveva individuato verso il VI secolo a.C. Secondo Jaspers, tra l’800 e il 200 a. C., sarebbe avvenuta nelle principali società umane una rivoluzione assiale. Il culmine di questo processo rivoluzionario si sarebbe verificato tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a. C. La rivoluzione assiale avviene, infatti, “quasi contemporaneamente in Cina, in India e nell’occidente, senza che alcuna di queste regioni del mondo sapesse di quanto avveniva nelle altre”[4]. La rivoluzione assiale è un evento spirituale. Secondo Jaspers da quel periodo si elaborarono quelle concezioni da cui si mosse il pensiero filosofico, la fine dei racconti mitici sostituiti dai principi morali e dalle dottrine religiose e spirituali, l'avvio della ricerca delle cause naturali dei fenomeni fisici.

Gli studiosi del post-teismo considerano che, prima di questa rivoluzione assiale, ve ne sia stata un’altra ancora più profonda che ha modificato radicalmente il modo di vedere e percepire gli eventi storici. Non si può descrivere nei dettagli questo cambiamento, né è possibile descriverne le cause. Ciò che è possibile, invece, consiste nel mettere insieme alcuni eventi che si riscontrano in un particolare periodo storico che risale a cinque-seimila anni a. C. e che hanno determinato un cambiamento così profondo, che ha condizionato la cultura per circa duemila anni. C’è chi pone come indicatore del cambiamento la rivoluzione agraria: si è passati da una vita basata prevalentemente sulla caccia e a spostamenti periodici per cercare piante da frutta, a imparare la coltivazione, che ha generato gli insediamenti, vale a dire la permanenza prolungata in un territorio. Altri notano, negli scritti e nei resti archeologici del periodo, una specie di progresso naturale nello sviluppo cognitivo e nella capacità di astrazione. Una delle tesi più significative e riportate dagli autori citati sopra, sostiene che il periodo che stiamo esaminando è stato caratterizzato dall’invasione dei Kurgan[5], un popolo proveniente dall’Asia centrale e dalla Siberia che sembrano aver trasmesso la loro visione dualista della realtà. Si sarebbe trattato di tre ondate differenziate di invasioni dei popoli Kurgan nella vecchia Europa, popoli alla ricerca di terre da conquistare per il proprio bestiame, portatori di una visione del mondo molto elaborata e, soprattutto, con una visione religiosa originale, un dio guerriero, un dio spirituale, maschile, conquistatore violento e senza riguardi. sempre a favore del suo popolo, un dio tribale. Queste annotazioni conducono Vigil ad affermare che:

dalla fine del ventesimo secolo è convinzione comune tra gli antropologi, i paleontologi e gli archeologi che, per esempio, tutta la regione dell’Europa e del Medio Oriente costituisca un continuum culturale in virtù del quale le elaborazioni religiose, i testi, le scritture, i riti, che divinità appartengono a un universo religioso comune[6].

Secondo questa impostazione condivisa da diversi autori, ci sarebbe stato un processo di contaminazione culturale così profonda e intensa da determinare un universo religioso comune che avrebbe generato divinità con caratteristiche molto simili nei popoli vicini. L’idea di Theos sarebbe, dunque, sorta in questo periodo come prodotto di questo intreccio culturale che abbiamo descritto, e che avrebbe generato un paradigma religioso di così grande qualità da influenzare i millenni successivi. In questo modo, le pratiche magiche, la mantica, la credulità relativa alla presenza di prodigi divini da ogni parte, gli oracoli facilmente a disposizione, le guarigioni a richieste, la divinazione di, l'astrologia, l'interpretazione rivelatore dei sogni sorte all’epoca dello sviluppo del teismo per dare ragione dell’inconoscibile, oggi appaiono incomprensibili. In questa prospettiva di tipo storico-culturale, il theos sarebbe una creazione culturale e costituirebbe l'elemento centrale di un modello di rappresentazione del mondo originato millenni fa e ha aperto una nuova tappa storica per il nostro sviluppo della coscienza, cognitivo, materiale e che è entrato in crisi ma senza essere interamente soppiantato.

Secondo José Arregi il paradigma teista, mentre viene elaborato, manifesta anche una valenza politica. Nello sviluppo della complessità delle società primitive, serviva un elemento culturale per dare coesione, far rispettare le leggi. Niente di meglio, allora, che una forza divina, che dall’esterno fonda e impone le sue leggi. C’era bisogno di: dei che configurano la religione teista come sistema di credenze, riti e norme dirette e controllate da un corpo sacro, sacerdotale gerarchizzato, considerato come il rappresentante della divinità. Mentre i ruoli si specializzano e la società si fa più complessa nell’età dei metalli e dello sviluppo dell’agricoltura, c’è bisogno di miti, di narrazioni che diano ragione di ciò che sta avvenendo, di una classe sacerdotale in grado di gestire e, allo stesso tempo, garantire la stabilità del sistema teocratico. L’invenzione di theos ha prodotto una struttura religiosa capace di elaborare un sistema di leggi e norme in grado di giustificare il potere politico ed economico del tempo.

In questa trasformazione paradigmatica e assiale, l’elemento centrale a cui tutto converge e che diviene la chiave ermeneutica di tutto è dio, theos. A partire da questo momento che stiamo descrivendo, gli esseri spirituali proliferano nella noosfera particolare di ogni popolo e di ogni cultura. All’improvviso, tutto parla di dio e tutto si riferisce a lui. Dio diviene la spiegazione di qualsiasi fenomeno e la causa prima di tutto. Questa mentalità, che potremmo definire teologica, si è modellata lentamente nel tempo al punto da plasmare la cultura. Ogni ricerca della causa ha come suo punto specifico di riferimento il theos. “In tutte le religioni – sostiene Vigil – constatiamo lo stesso procedimento: sono gli dei creati da noi che ci dettano il messaggio che noi mettiamo in bocca loro […] Non è una caratteristica di qualche religione, è un meccanismo universale”.

Come notavo poco sopra, nell’analisi post-teista viene portata una critica radicale al concetto di rivelazione, che è la base delle religioni del libro. Tutto ciò che viene indicato come “rivelato” non è nient’altro che una proiezione umana. Se infatti, theos è un’invenzione umana, non possono che essere della stessa qualità le parole attribuite a lui. Su questo punto specifico tornerò nelle conclusioni finali.

Negli studi del post-teismo che stiamo analizzando, il paradigma teista si è imposto in modo così profondo e radicale non solo da plasmare la cultura, ma da far dimenticare il periodo precedente con un paradigma di pensiero non-teista. Tutti sono rimasti imprigionati nella presunta evidenza assiomatica di tale proto-paradigma, un'evidenza per di più indiscutibile in quanto sacralizzata per molti secoli, praticamente fino ad oggi nelle chiese. La stessa filosofia platonica, che poi ha influenzato il cristianesimo, a detta di Vigil, è stata contaminata dal teismo. In realtà, come ci dicono gli studiosi di storia della filosofia, non è proprio andata così: vedremo in sede di conclusione cosa si può dire a riguardo.

 



[1] Vigil, J.M. «Rivisitando la questione Dio». In: Fanti C. - Vigil M. J. (a cura di), Oltre Dio. Verona: Gabrielli, 2022, p. 77.

[2] Vigil, J.M. «Rivisitando la questione Dio», cit. p. 61.

[3] Calcolitico in paletnologia è il termine con il quale, con più ristretta precisazione cronologica, si designano tutte le industrie, anche mancanti del rame, contemporanee a quelle che invece lo utilizzano. Per le aree europee corrisponde al periodo in cui, durante il 3° millennio, sono avvenuti importanti cambiamenti nella struttura socia­le e nel sistema culturale dei gruppi umani (attestati dall’inizio di sepolture megalitiche, fortificazioni, metallurgia, ceramica a cordicella ecc.). Cfr. Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/calcolitico/ .

[4] Jaspers, K. Origine e senso della storia. Milano: Mimesis, 2014, p. 20.

[5] La cultura kurgan è l'insieme di quelle culture preistoriche e protostoriche dell'Eurasia (Europa orientale, Asia centrale e Siberia, fino ai Monti Altai e alla Mongolia occidentale), che usavano seppellire i morti di alto rango in tumuli funerari chiamati appunto kurgan, edificati a partire dal 4000 a.C. circa e particolarmente nell'Età del Bronzo. Deriva da una parola turco-tartara che indica collinette o tumuli contenenti una sepoltura in una tomba a fossa, una casa sepolcro o una tomba a catacomba. In letteratura russa si trova anche il termine jamna (cfr. Crescioli, L. «I Kurgan reali del periodo Scita: complessità architettonica, ideologia e ritualismo funerario», in Aa.Vv. Eurasiatica. Quaderni di studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale 6, Venezia: 2016, p. 65-116).

[6] Ivi, p. 70. 

sabato 2 dicembre 2023

IL CREDO DELLE DONNE CON SIMONA SEGOLONI - LUNEDI 4 DICEMBRE 2023

 



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Lunedì 4 Dicembre ore 20.45 ultimo incontro con la teologa SIMONA SEGOLONI: Credo la chiesa apostolica. Discepole, apostole e la chiesa oggi. Finisce la prima parte del percorso de "IL CREDO DELLE DONNE". Non mancare e aiutaci a diffondere, se vuoi. #edizionisanlorenzo #graziemille 

lunedì 20 novembre 2023

IL CASO BIBBIANO-TESTIMONIANZA DI UNA FAMIGLIA AFFIDATARIA

 Pubblico questa bella testimonianza sul caso Bibbiano

 

Come in ogni cosa esiste sempre una verità e il suo esatto contrario

Veronica Prampolini

 

Quando scoppiò il “caso Bibbiano” noi famiglie affidatarie restammo, basite, incapaci di comprendere, orfani e privati di ogni riferimento professionale che aveva in carico i nostri bambini, impauriti e incerti sul futuro che ci attendeva. Chiamavano Demoni quelli che per me erano Angeli e per cercare di comprendere meglio iniziò quella concitazione di telefonate e messaggi per confrontarci tra noi famiglie affidatarie. Volevamo portare le nostre testimonianze, tentavamo tramite i social di dare il nostro contributo, ma la melma di odio cresceva sempre più, si allargava fino a coprire tutto il sistema affidi a livello nazionale. Ad ogni testimonianza che riuscivamo ad apportare alla causa, ci tornava come un boomerang odio e disprezzo. Venivamo sospettati anche noi perché cercavamo di difendere ciò in cui abbiamo sempre creduto.

Diventavamo Demoni anche noi, eravamo guardati con sospetto e vedevamo i ruoli capovolgersi.  Le famiglie bio alle quali erano stati allontanati i figli per metterli in sicurezza, diventavano Angeli e noi affidatari che crescevamo con fatica e sacrificio i figli di altri facendo parte di un sistema malato, diventavamo Demoni. Piano piano tutti noi abbiamo fatto un passo indietro, ci siamo rifugiati nel silenzio, soprattutto perché il nostro timore era quello di danneggiare i Servizi Sociali indagati, anziché alleggerirli. E così in questi anni ho avuto modo di riflettere tanto su ciò che era accaduto, su come chiunque di noi, per un motivo o per un altro potrebbe svegliarsi una mattina, trovare i lampeggianti sotto casa e diventare un Demone, disprezzato sui Social, con una carriera spezzata, una vita distrutta, rapporti sociali azzerati. Resti solo tu, con la tua verità, sull’orlo di un abisso profondo.

Cosa avrei fatto io, se fosse accaduto a me?

Avrei trovato la forza di continuare a vivere? Cosa mi avrebbe tenuta in vita?

Forse la voglia di dimostrare la Verità.  Solo quella.

Ma nel frattempo poi la vita è andata avanti, i tempi della giustizia sono lunghi anni e si deve trovare la forza di restare a galla, possibilmente in salute. È luogo comune pensare e parlare male dell’operato dei servizi sociali, perché a volte ad urlare all’ingiustizia sono proprio quei genitori che non hanno saputo essere accudenti con i figli, non hanno saputo proteggerli, non hanno saputo amarli. E il cattivo giornalismo di oggi, ci va a nozze con le ingiustizie urlate, senza però approfondire, senza sentire la controparte.  I social poi completano l’opera di diffamazione dando voce a chi non conosce nemmeno la differenza tra la parola “adozione” e la parola “affido”. E ancora una volta la “colpa” è dei servizi sociali che tolgono i figli. Nella mia “carriera” di mamma affidataria ho collaborato con tanti servizi sociali, non tutti del mio comune di residenza, ho quindi purtroppo avuto modo di conoscere dei pessimi assistenti sociali (pochi per fortuna) che non mettevano al centro il benessere del bambino, ma solo quello degli adulti e degli assistenti sociali speciali e coraggiosi che non si piegavano davanti alle minacce e alle sfuriate dei pessimi genitori. Quando io mettevo piede nella sede della Valdenza era per me eccitazione. Era un sentirsi a casa. In un ambiente che offriva protezione. Eccitazione di incontrare persone altamente qualificate, accoglienti, mai giudicanti, che ti illustravano un progetto tenendo conto delle tue competenze di accoglienza, rassicurandoti nelle difficoltà, garantendoti presenza nel compiere questo cammino insieme.

La responsabile ci fornì il suo cellulare per eventuali emergenze, tramite un gruppo Whattsapp aggiornavo in tempo reale responsabile, educatrice e assistente sociale sull’andamento del mio affido e quando mi trovai a gestire una situazione di sospetto pericolo ebbi immediata risposta della responsabile che nonostante fosse notte e fosse in ferie, allertò subito le forze dell’ordine per metterci in sicurezza. Io quei servizi sociali lì, li rimpiango là dove vedo soffrire bambini, là dove si ignorano i loro disagi, là dove il nostro ruolo di affidatario risulta essere solo fastidioso.  Provo tanta dolore quando penso a questa brutta pagina di cronaca, voglio però avere fiducia nella magistratura e mi auguro che presto la verità possa ridare dignità e vita a queste persone che sono state per ora giudicate e giustiziate dall’ignoranza e dell’egocentrismo di chi vuole emergere dando aria ai denti, senza rendersi conto del male che questo ha portato al sistema affidi e quanto ora i bambini siano in pericolo perché non si ha il coraggio di proteggerli per paura di svegliarsi la mattina e trovare i lampeggianti sotto casa.

domenica 19 novembre 2023

IL CREDO DELLE DONNE - CREDO LA CHIESA SANTA - SECONDA SERATA

 




Lunedì 20 novembre 20.45 secondo incontro on-line aperti a tutte e tutti de "IL CREDO DELLE DONNE". La teologa SIMONA SEGOLONI affronterà il tema: "Credo la chiesa santa: santità del popolo e santità delle donne

 PER PARTECIPARE UTILIZZA QUESTO LINK: https://meet.google.com/gtt-oefm-pxw  che trovi nel volantino.

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mercoledì 15 novembre 2023

REPAM: LETTERA DAL GRIDO DELL'AMAZZONIA

 



 

Paolo Cugini

Una lettera dinanzi al Grido dell'Amazzonia è stata preparata dai partecipanti all'incontro della Rete Conferenza Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), tenutasi a Florencia, Caquetá - Colombia, dal 8-10 novembre 2023. Il testo inizia chiedendo "un cessate il fuoco immediato in Gaza e altri luoghi di conflitto, con meccanismi e accordi internazionali per la costruzione della pace".

 Nei suoi 10 anni di vita, la REPAM si presenta come "una risposta profetica del Vangelo, con il compito di promuovere la cura della Casa Comune, facendo risuonare la voce dei popoli e la difesa dei diritti umani", sottolineando che "siamo ispirati dalla spiritualità incarnata nel territorio, impegnati a nuove forme di sinodalità, per una Chiesa dal volto amazzonico".

La lettera mostra le preoccupazioni della REPAM, "afflitta dall'agonia di questo bioma e della sua consapevoli della loro importanza per il pianeta: la crisi climatica e il collasso sistemico in Amazzonia; estrattivismo predatorio; sviluppo l'energia minerale in Amazzonia; le false soluzioni della green economy; il narcotraffico.

La REPAM chiede "l'attuazione di un piano d'azione globale per la protezione e la difesa della Panamazzonia e i suoi popoli, con un serio impegno da parte delle autorità pubbliche e la società civile per prevenire ulteriori violenze, aiutare le vittime e Invertire la situazione". La lettera ricorda anche le richieste delle comunità e dei Popoli amazzonici alla Chiesa: un'alleanza nella ferma difesa dei loro territori. Anche "La REPAM ratifica l'appello di Papa Francesco per una governance globale in tempi di crisi climatica, chiedendo che le conferenze delle Nazioni Unite sul clima (COP) per prendere decisioni efficienti, vincolanti e facilmente accessibili", invocando "l'unità dei popoli e delle reti ecclesiali per la ecologia integrale, attraverso un percorso di mobilitazione e consapevolezza".