sabato 21 dicembre 2024

ASSOCIAZIONE CULTURALE MORINGA DI TAPIRAMUTA’: UNA STORIA ESEMPLARE

 





Paolo Cugini


Sono trascorsi quasi vent’anni da quando l’Associazione Moringa, fondata a Miguel Calmon per sostenere la biblioteca, si era insediata anche a Tapiramutà. 

Moringa è il nome di una pianta che purifica le acque oltre ad avere proprietà antiossidanti che possono aiutare a regolare lo stress ossidativo, riducendo i livelli di zucchero nel sangue e a proteggere le cellule del corpo. Quando con Gianluca, all’inizio della nostra avventura brasiliana, eravamo alla ricerca di un nome da dare all’associazione culturale che stavamo formando, scoprendo la pianta moringa non abbiamo avuto più dubbi: l’associazione si chiamerà moringa. 

L’idea che stava alla base del progetto moringa era quello di fornire strumenti, soprattutto ai giovani che incontravamo provenienti dai ceti più poveri, per poter costruire il proprio futuro. Il primo progetto è stato quello di una biblioteca, nata s richiesta dei giovani che incontravamo. Attorno allo spazio della biblioteca, costruito sistemando un edificio della parrocchia di Miguel Calmon, sorsero molti progetti di tipo culturale, come il corso in preparazione all’accesso all’università, assieme ad altri corsi, alcuni fatti in collaborazione con l’università della vicina città di Jacobina. 

Prof Luzia, coordenadora del progetto Moringa a Tapiramutà


È attraverso l’associazione Moringa che è stato possibile attivare una seria significativa di corsi di formazione politica e di coscientizzazione che ha inciso profondamente in tutta la regione. Da queste esperienze sono sorti i movimenti fede e politica a Miguel Calmo e Tapiramutà e il movimento Moringa a pintadas. 

Questa idea culturale ha portato frutti diversi nelle città in cui è stata piantata. A Pintadas e Ruy Barbosa, per esempio, non è andata molto bene e si è estinta. Il luogo in cui l’associazione Moringa ha sino ad ora, portato più frutti è stata Tapiramutà. Attorno al progetto biblioteca, infatti, a Tapiramutà si sono sviluppato alcuni progetti direzionati ai minori di strada, in collaborazione con la parrocchia e, in modo speciale, alla pastorale degli adolescenti. 

Un'azione del Movimento fede e politica di tapiramutà nella città di Miguel Calmon


Una chiave di svolta della Moringa è stata la scoperta dell’organismo che elargisce fondi dello Stato della Bahia alle entità che elaborano progetti sociali per i ceti più poveri della società. Questo contatto ha prodotto nel tempo la possibilità di realizzare corsi professionalizzanti di varia natura: muratori, elettricisti, parrucchieri, ecc. Il contatto con lo Stato è stato cercato. Questo è un punto importante. Troppo spesso, infatti, i progetti messi in piedi in terra di missione, da missionari italiani, sono finiti quando il missionario è tornato nella propria patria, anche perché i progetti attivati solitamente dipendono dai soldi provenienti dall’Italia. Con Gianluca, sin dall’inizi, avevamo le idee chiare, anche grazie ad alcune letture che ci avevano chiarite le idee. 

Elenildes, prima a sinistra e Rosana, terza da sinistra: due protagoniste di questa stupenda storia
La ragazza tra le due è l'attuale bibliotecaria (non so il nome)


Il primo l’ho letto durante il primo viaggio Milano Salvador: Il banchiere dei poveri di Yunus, premio per la pace nl 2006. L’ho letto perché in una recensione lo indicava come un libro fondamentale per i missionari. Yunus insegna come attivare il microcredito in zone di povertà. I soldi non si regalano, ma devono essere investiti per produrre. Si tratta di mettere le persone povere in condizioni di uscire dalla povertà imparando a lavorare, produrre e uscire da una mentalità di elemosina.

In questa direzione va anche il secondo libro che ci aveva aperto gli occhi: La carità che uccide, dell’economista zambiana Dambisa Moyo. Dambisa sostiene che chi ha distrutto l’Africa, riducendo gli africani alla povertà sono stati gli aiuti umanitari. Può sembrare un paradosso, ma non è. Infatti, la Moyo, con dati alla mano, sostiene che i miliardi di dollari elargiti dalle grandi potenze e da entità beneficenti, sono finiti nelle tasche dei politici corrotti dei paesi africani. Questi aiuti, nel tempo, hanno dunque contribuito a mantenere al potere da politici corrotti e dittatori senza scrupoli, impedendo agli africani di zelare del proprio territorio. 

Un momento della confraternizzazione


Dopo solo tre anni dalla fondazione dell’Associazione Moringa Gianluca aveva lasciato non solo la direzione, ma la stessa associazione. Io l’ho seguito poco dopo. L’idea alla base di questa scelta era nell’ordine di ciò che avevamo letto e meditato: lasciare che il popolo brasiliano gestisca i progetti creati da loro indicazioni specifiche e, soprattutto, non creare nuove forme di dipendenza coloniale. 

A Ruy Barbosa e Pintadas l’esperienza è durata poco. Nonostante le apparenze e i tanti progetti realizzati, non interessava più di tanto. A Miguel Calmon l’esperienza è ancora attiva, soprattutto legata alla biblioteca. Attualmente si trova in una fase di stallo e avrebbe bisogno di una rinnovata, soprattutto nel personale che gestisce l’esperienza.

Differente è il discorso di Tapiramutà. In questa città chi ha tenuto le redini sono un gruppo di persone, quasi esclusivamente donne, che hanno sposato la causa, ritenendo non solo importante il progetto, ma necessario per la propria città. Tra queste donne ce ne sono alcune di condizioni economiche significative e con un atteggiamento critico con la classe politica. Come diceva il domenicano Frei Betto, uno dei protagonisti del cammino delle Comunità ecclesiali brasiliane: l’opzione preferenziale per poveri la fa la classe media e, senza di lei, è difficile provocare cambiamenti radicali. E così è stato a Tapiramutà.

Oltre ad attivare un contatto con il comune per pagare gli stipendi dei funzionari dei progetti, queste donne hanno saputo coinvolgere molte persone – circa ottanta – per sostenere il progetto, anche economicamente. Sono ormai vent’anni che questo gruppo di persone accompagna i progetti, ne chiude alcuni, ne attiva altri e Sin dall’inizio abbiamo sempre cercato d’inserire i vari progetti in collaborazione con le pastorali sociali delle parrocchie e, di conseguenza, utilizzando i suoi spazi. L’associazione, col il contributo dei suoi membri, si impegna a mantenere in ordine e a ristrutturare gli spazi che utilizza. 



In questi giorni ho ricevuto le foto della festa di confraternizzazione Natalina dell’associazione Moringa presente a Tapiramutà. Molte persone in festa, felici di contribuire nella realizzazione di un sogno: aiutare i poveri a mettersi in piedi e a camminare con le proprie gambe, senza sperare tutta la vita di ricevere l’elemosina. Tra coloro che in questi anni sono passati dall’avventura ACMOR (Associazione Culturale Moringa) ci sono muratori, elettricisti, parrucchieri, ma anche ingegneri, architetti, farmacisti e addirittura due medici. La soddisfazione più grande per me è che in questo progetto c’ero solo all’inizio: il resto ci hanno pensato loro. 


lunedì 9 dicembre 2024

UNA BELLA INIZIATIVA DEGLI AMICI E AMICHE BOLOGNESI

 


E' stato l'amico don Marco Ceccarelli, parroco di nove parrocchie nella bassa bolognese, tra le quali ci sono anche le quattro che ho accompagnato per tre anni prima di partire per Manaus, vale dire: Dodici Morelli, Bevilacqua, Galeazza e Palata Pepoli, a lanciare questa iniziativa a sostegno dei progetti sociali che stiamo realizzando nella parrocchia san Vincenzo de Paoli, che accompagno da un anno. 

Ringrazio già ora tutti coloro che vorranno aderire all'iniziativa caritativa. 




INCONTRO EGLI SPOSI CON CRISTO - Un'esperienza tipicamente brasiliana

 
Un momento dell'incontro


Paolo Cugini

Si è svolto in questo fine settimana – da venerdì 6 a domenica 8 dicembre – nella parrocchia di san Vincenzo de Paolo che accompagno da un anno, il primo ECC, incontro degli sposi con Cristo. Sono tre giorni intensi fatti di preghiera, conferenze, testimonianze, liturgie tutto sul tema della vita matrimoniale, del valore della famiglia e del sacramento del matrimonio.

Della parrocchia hanno aderito alla ‘iniziativa dodici coppie. Prima della messa di chiusura dell’incontro, le coppie partecipanti, hanno avuto modo di conoscere le otre cinquanta coppie della parrocchia vicina di san Giorgio, che è venuta a montare questo incontro, aiutandoci, anche perché san Giorgio di ECC ne ha già fatti 35. 

L’obiettivo di questa esperienza consiste nell’offrire alle coppie partecipanti una possibilità di fermarsi tre giorni con il proprio partner per riflettere sul proprio cammino di coppia, non solo ascoltando e pregando, ma anche guardandosi in faccia parlando tra di loro. Spesso la vita di coppia è così intensa che non lascia spazio a momenti di confronto, o di spiritualità tipica della coppia e, a causa di questo, spesso ci si perde di vista e si diventa come estranei dentro la propria casa. 



Ho conosciuto questa esperienza, inventata in Brasile negli anni ’80 del secolo scorso, nella prima parrocchia che ho accompagnato nello Stato della Bahia, vale a dire Miguel Calmon. Lì incontrai più di cento coppie di sposi che avevano partecipato alla tre giorni di incontri e che, diversi di loro, si erano inseriti nei vari servizi pastorali della parrocchia. Il percorso che inizia con i tre giorni di incontro continua, poi, con un incontro settimanale in gruppetti di coppie di sposi. Dal punto divista formativo si tratta di un percorso molto intenso e profondo, che ha un grande valore non solo per le famiglie degli sposi che vi partecipano, ma anche per la comunità parrocchiale. 




domenica 8 dicembre 2024

IL PROGETTO SANT' IGNAZIO NEL QUARTIERE COMPENSA DI MANAUS

 

La cappella della comunità Santo Ignazio
La gente del posto deposita lì i rifiuti
ho provato a dire qualcosa, ma...



Paolo Cugini

Parlare del quartiere Compensa a Manaus è sinonimo di traffico, di aree dominate dai trafficanti con i fucili e i mitra spianati. Non è un’esagerazione. Proprio due domeniche fa, verso le 8,30 del mattino, quando dalla comunità di Rosario mi trasferisco alla comunità di san Sebastiano per celebrare un’altra messa, passando per la comunità di sant’Ignazio di Loyola, davanti ad uno dei due bar situati ai lati della chiesetta, c’era un tizio che faceva il fenomeno con n mitra in mano. Chiaramente passando la notte a bere e a strafarsi di droga si arriva all’alba un po' sfatti e si cominciano a fare delle cose strane. Mentre arrivavo sul posto è giunta la polizia, quella dei corpi speciali, che in poco tempo ha sistemato le cose, alla loro maniera e cioè, botte da orbi. 

Le viuzze della comunità santo Ignazio sono sempre piene di gente. Anche durante la settimana, a qualsiasi ora, si trova gente sulla strada. Il top dei top è il fine settimana con i bar affollati, gente che davanti a casa si organizza con casse musicali a tutto volume, tavolini per mangiare, bere e stare in compagnia. È una scena già vista in Bahia. Il fine settimana è sacro: ci si ferma per stare con i famigliari, gli amici, mangiare un po' di carne, bere un bicchierino (a dire il vero più di uno) ascoltare musica, fare due risate e contarsela. Se poi alla domenica c’è il Flamengo che gioca, la festa diventa una vera follia. Un mese fa ero in macchina per celebrare la messa nella comunità di Cristo Re, in una zona ancora più calda dal punto di vista del dominio dei trafficanti e, quando sono entrato nella stradina per arrivare alla capellina, ho trovato lo spazio intasato da sedie e tavolini con la gente che stava assistendo alla partita del Flamengo contro il Vasco, vale a dire un classico. Mi sono fermato e, quando mi sono affacciato al finestrino per chiedere informazioni, è arrivato un tizio che, con calma, mi ha indicato un’altra strada per arrivare alla capellina. Di spostare le sedie e i tavolini neanche pensarci. E allora, anche se mancavano 15 metri per arrivare alla capellina,  ho obbedito prontamente per evitare conseguenze negative. 

Una strada del quartiere


La comunità cattolica di sant’Ignazio è piccola numericamente. A messa si contano una cinquantina di persone che arrivano a settanta, ottanta nei giorni di feste particolari. È piccola, ma molto attiva su molti fronti. C’è un bel gruppo di leader che si occupano dei vari settori della pastorale. C’è anche un bel gruppo di giovani che in realtà sono adolescenti. Come tutte le sette comunità della parrocchia, anche questa è stata fondata dai gesuiti e, anche santo Ignazio vive lo stesso problema: chiesetta piccola, stretta, senza possibilità di ampliarla perché circondata da altre case, che sono una attaccata all’altra. Il consiglio pastorale della comunità ha deciso di organizzare eventi per raccogliere fondi e costruire un soffitto di cemento nella cappella per costruire un piano dove poter sistemare alcune stanze (è questo il progetto). La comunità è molto attiva sul piano della carità. Organizza momenti in cui offre pizza (uno dei componenti, che è anche il chitarrista, è pizzaiolo) e altri cibi per le famiglie più povere. Ogni tanto organizza una serata in cui si vende a basso prezzo il pesce. C’è poi una piccola equipe che, ogni settimana, visita le famiglie più bisognose e, su ciò che vede nella visita, avverte la comunità. Circa due mesi fa la comunità ha organizzato un lavoro di gruppo per sistemare la casa (si fa per dire) di una famiglia molto numerosa che stava cadendo a pezzi.

Una delle stradine interne del quartiere
Di notte è sconsigliato passarci (in queste stradine)

 

Quando dall’Italia arrivano offerte, con una piccola equipe della Caritas decidiamo a quale comunità dare un contributo. Sarà il consiglio pastorale della comunità a decidere come utilizzare la donazione. Loro sono abituati a vivere con ciò che hanno. Se non arriva niente, pazienza. Se arriva qualcosa, ringraziano felici. 

mercoledì 4 dicembre 2024

E ORA CHE FARE?

 






Paolo Cugini


È molto bello vedere giovani e adulti attorno ad un tavolo discutere sui problemi sociali del proprio quartiere. 

È successo la sera di sabato 30 di novembre. L’obiettivo è quello di capire come dare continuità al lavoro di coscientizzazione realizzato quest’anno, quando siamo passati di casa in casa in uno dei quartieri più pesanti di Manaus per distribuire il testo della legge 9840, che spiega il crimine della corruzione elettorale. Sono stati mesi intensi culminati nel quartiere più nobile di Manaus – Ponta Negra – dove, oltre a distribuire i volantini della legge, abbiamo coinvolto i passanti con il teatro di strada realizzato da un gruppo di adolescenti.



Come, dunque, dare continuità a questo lavoro di sensibilizzazione politico e sociale, come non abbassare la guardia e mantenere alta la tensione emotiva su questi temi?

L’assemblea del Movimento Fede e Cittadinanza ha avuto proprio questo obiettivo: pensare a forme concrete di azione sociale, ad azioni che possano fiscalizzare il lavoro dei politici eletti nelle ultime elezioni municipali.

La prima idea condivisa nei gruppi consiste nel presidiare settimanalmente in piccoli gruppi, la Camera degli assessori comunali. È un modo per manifestare la presenza dei cittadini quando si tratta di prendere decisioni che li riguardano. Abbiamo deciso che inizieremo questa azione il primo di gennaio 2025, giorno in cui gli assessori eletti nelle ultime elezioni Municipali, entreranno nella Camera per la prima volta. 

Altra idea importante emersa è quella di essere presenti alla Camera nei mesi in cui si dibatterà il bilancio per gli anni 2006-2008, vale a dire da luglio a novembre del 2025. Per questo motivo abbiamo raccolto una serie di proposte concrete da presentare ad alcuni assessori che si sono dimostrati interessati ad aiutarci in questo lavoro di coscientizzazione. 





martedì 3 dicembre 2024

ESPANSIONE





 Paolo Cugini


Ce lo hanno spiegato gli astrofisici che l’universo, è molto lontano da poter essere definito e compreso con sistemi rigidi e fissi, perché è in continuo movimento: si espande. Dopo l’esplosione iniziale, secondo la teoria del big ben, l’universo non ha mia smesso di espandersi. Questa è la natura della realtà: un costante movimento di espansione che. tradotto in filosofia significa che, chi prende il cammino dell’elaborazione di sistemi rigidi, percorre una strada destinata a fallire. Ciò che è rigido, in un universo in espansione, si rompe. Questa è la triste conclusione della storia della narrazione Occidentale della realtà. Il suo fallimento è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Le reiterate crisi del sistema economico sono il sintomo di un’interpretazione sbagliata, che si è imposta solamente con la forza, ma la forza non determina l’autenticità di una verità. Lo stesso vale per il cambiamento climatico in atto, frutto dell’antropoceno, di quel mondo creato ad immagine e somiglianza dell’uomo occidentale che per fortuna non è Dio. Ciò che è rigido in un universo in movimento si spezza. Questo discorso ci porta a comprendere che la realtà, così come si manifesta e come la scienza ci descrive, non esige un pensiero che si lascia guidare dall’istinto di sopravvivenza umano, che tende a sistemare le cose, ad irrigidirle per poterle dominare, ma dovrebbe andare esattamente nella direzione contraria. È il cammino dell’ascolto che l’energia dell’universo ci suggerisce. 

Cammini di ascolto, che diventano cammini di scoperta dell’ignoto, di ciò che possiamo solo apprendere. In questo cammino scopriamo i popoli indigeni con una visione del mondo all’opposto di quella occidentale. Mentre, infatti, sin dai primordi dell’elaborazione del pensiero logico filosofico l’uomo si è sempre considerato al centro del mondo chiuso, separato dal resto, che considera come a sua disposizione, ben diversa è la prospettiva della cultura indigena in cui l’uomo e la donna si sentono parte del cosmo. Visioni del mondo diverse che producono cammini diversi, modi altri di stare al mondo. Quando ci sentiamo parte di qualcosa la proteggiamo, ci prendiamo cura, ci interessiamo. Al contrario, quando la realtà è percepita esterna a noi, ci interessa nella misura in cui ci può essere utile. Concezioni del mondo che aprono orizzonti e prospettive diverse, che lasciano un segno profondo nella storia, nel bene e nel male. Basterebbe rileggersi le pagine dell’astronomia aristotelica nel De Coelo o nella Fisica, per capire in che modo si è mosso Aristotele, uno dei protagonisti della formazione del pensiero Occidentale. Un mondo ordinato e finito, strutturato su 55 sfere, con al centro la terra. Il movimento non poteva essere che sferico, perché la sfera, nella mentalità dei primi filosofi è la forma più perfetta. L’universo è poi finito, perché ha un centro, vale a dire il centro della terra e, nella logica aristotelica, un copro con un centro non può essere che finito. Un universo così fatto può essere gestito dalla mente umana, può essere controllato e, soprattutto, non genera sorprese. L’uomo occidentale si è pensato come il centro di un universo finito con movimenti circolari, perfetti. Dal caos disordinato si è passati all’ordine del cosmo. Come sappiamo, la Chiesa adottò questo modello, che fu assimilato nel sistema teologico di San Tommaso, che utilizzò il sistema filosofico aristotelico per sistematizzare in modo chiaro e ordinato, i principali misteri della rivelazione biblica. C’è un bisogno di ordine che si è impresso nel cammino della cultura Occidentale, bisogno che ha modellato nel tempo tutte le forme del sapere, compresa quella religiosa. In questo cammino di passaggio dal caos all’ordine, la realtà è stata compresa e ordinata a partire da principi apriori. Il mondo circostante all’uomo è entrato nel sistema pensato dall’uomo e ha risposto alle finalità indicate dalla cultura. C’è, dunque, una relazione di forza che guida il percorso della cultura Occidentale nel suo rapporto con un mondo, che non è compreso se non nella misura in cui è interpretato a partire da schemi precompressivi. Ancora una volta, è possibile leggere in questa prospettiva la sofferenza del pianeta terra, violentato per scoli da una cultura che, prima di mettersi in ascolto della realtà, l’ha incasellata e forzata ad entrare in schemi predefiniti. 

Non tutte le culture hanno percorso lo stesso cammino. Rimanendo sul terreno dei popoli indigeni citati poco sopra, la loro visione del mondo, che non è mossa da esigenze di ordine e di controllo, ma dalla percezione di essere parte del Tutto, ha prodotto un modo diverso di abitare la terra. Una recente ricerca di un gruppo di antropologi, archeologi e ricercatori brasiliani ha individuato, con i nuovi strumenti offerti dalla tecnologia, che nel sottosuolo della così detta regione panamazzonica, che coinvolge nove Paesi, esistono circa diecimila siti archeologici, segno di una regione altamente abitata, a differenza delle stime fatte dalle precedenti ricerche, dettate spesso da motivi ideologici e politici. La caratteristica che ha permesso agli archeologi d’identificare questi siti è la biodiversità. Il dato sorprendente, infatti, è che la presenza dei popoli indigeni nei secoli ha prodotto la protezione e lo sviluppo della biodiversità nel territorio abitato, esattamente il contrario di ciò che è avvenuto in Occidente in cui, dove sono arrivati gli uomini, hanno prodotto non solo morte e distruzione di culture altre, ma anche il deterioramento delle biodiversità locali. Ancora una volta diviene chiaro che, il nostro modo di pensare il mondo e la realtà circostante, determina uno stile di vita, un modo di abitare la realtà. Non si tratta di contrapporre culture o di fare l’elogio di alcune e disprezzare altre, ma semplicemente porre in evidenza la diversità di cammini culturali e l’approccio differente al mondo circostante da essi provocato. C’è chi si è divertito ad inventare sistemi, a scarabocchiare dottrine, a forzare la realtà per farla stare dentro alle proprie elucubrazioni da tavolino, e chi, invece, ha passato il tempo a contatto con la natura, cercando di vivere in armonia, percependone una certa sacralità, proteggendola e rispettandola. Cammini diversi che hanno prodotto mentalità e società diverse. 


martedì 26 novembre 2024

La molteplicità delle manifestazioni del Mistero

 






Paolo Cugini


L’uniformità non rispettosa della molteplicità del Mistero diviene visibile quando il cristianesimo entra in contatto con mondi che, non solo non hanno conosciuto il pensiero greco, ma che hanno una modalità razionale differente. È il caso, solo per fare un esempio, dell’evangelizzazione dei popoli indigeni, sia dell’America che dell’Australia, o delle popolazioni africane. Il modo di un cristiano Occidentale, plasmato dal pensiero greco, di relazionarsi con la natura, le piante, gli animali, è totalmente diverso dalla mentalità indigena. Mentre il pensiero Occidentale è strutturato in modo antropocentrico e gerarchico, per cui al centro del mondo c’è l’uomo (la donna rimane ai margini) e tutto il resto rimane non solo su gradini inferiori della scala naturale, ma anche a disposizione dell’uomo, nella cosmogonia indigena, l’uomo e la donna fanno parte e si sentono parte del mondo circostante. La cosmogonia rivela anche, un modo diverso di fare esperienza del Mistero, che esige anche modalità differenti di comunicarlo. La cultura azteca non trasmette i contenuti delle proprie esperienze, non solo religiose, ma anche storiche, attraverso dei testi scritti, ma con disegni. Questo aspetto della diversità della trasmissione dei contenuti della tradizione lo si constata in molti popoli. Anche in questo caso la Chiesa ha scritto pagine vergognose di inaudita violenza. Il processo di evangelizzazione dei popoli non è avvenuto solo con la predicazione, ma spesso e volentieri con la coercizione. Il dato peggiore è quando si è fatto di tutto per distruggere la cultura, la religione dell’altro. Come sostengono i teologi della liberazione, nei processi di evangelizzazione, non è solo il Vangelo che viene annunciato, ma anche il bagaglio concettuale specifico della cultura Occidentale, che ha plasmato la narrazione uniforme del Vangelo, trasformato in dottrina. 

Che cosa cela il modo in cui è avvenuto il processo di evangelizzazione nei confronti dei paesi latinoamericani e africani? Nasconde la non troppa velata presunzione di superiorità di una razza sull’altra, di una cultura che si arroga il merito di essere superiore delle altre. La forma di cultura espressa con la filosofia greca pensa di essere superiore alle culture che si sono affidate ad altri modo di trasmettere i saperi. È l’eterna lotta tra razionalità e arte, filosofia e poesia, ragione e passione, apollineo e dionisiaco. L’Occidente ha strutturato la propria cultura affidandosi ad un modo di pensare che sapesse creare ordine, un pensiero capace di dare sicurezza. Per questa operazione di tranquillità esistenziale, ha sacrificato il contenuto offerto dalla realtà in altri modi. Proprio questa operazione culturale manifesta la tendenza dominatrice e manipolatrice della cultura Occidentale così com’è venuta a strutturarsi nei secoli. Fin dai primi attimi in cui il logos si è imposto sul mito, debellando la religione popolare greca, si è percepito l’ebrezza della possibilità di controllare, dominare la realtà, manipolandola a proprio piacimento, per mettere tutto a proprio servizio. La realtà comprende anche la natura, le piante, gli animali, i fiumi, le montagne. La grande scoperta è stata quella di percepire che tutto poteva essere manipolato, perché il putno di partenza non era la realtà, ma l’uomo. L’antropocentrismo radicato sin nel midollo della cultura Occidentale ha portato a pensare che, chi viveva come parte della natura, non potevano che essere culture inferiori e, come tali, dovevano essere trattate. C’è stato un processo di modellamento della mentalità occidentale nel suo percorso di possibilità di manipolare la realtà. Il pensiero moderno, sorto sulle intuizioni della metafisica classica, esprime il massimo di possibilità della capacità di sistemare la realtà conforme a schemi prefissati dalla ragione umana. Rendere la realtà non solo intellegibile, ma proprio per questo, prevedibile, avrebbe voluto dire anticipare il futuro e orientare il presente in specifiche direzioni indicate dall’uomo. 

Aver identificato il contenuto del messaggio evangelico con un unico modo di dirlo, ha ridotto molto la possibilità creativa del Vangelo e della sua inculturazione. Gli effetti negativi di questa identificazione sono visibili soprattutto nella liturgia. Il processo di romanizzazione della liturgia in ogni parte del globo ha voluto esprimere l’identificazione della narrazione del Mistero con una sola possibilità e, contemporaneamente, la distruzione di altre forme possibili. La liturgia, più di ogni altro ambito, potrebbe essere lo spazio in cui è possibile manifestare le caratteristiche specifiche di una cultura. Entrando nello specifico dell’esperienza cristiana, il principio di Incarnazione del Verbo indica che il Mistero è entrato in un momento specifico della storia di un popolo, assimilandone la cultura. Se il cristianesimo vuole essere un messaggio universale deve intraprendere lo stesso percorso del verbo incarnato, vale a dire deve incarnarsi e inculturarsi nella cultura verso la quale intende rivolgersi. È nella liturgia che gli elementi culturali di un popolo divengono evidenti, perché la liturgia esprime il modo di un popolo di relazionarsi con il Mistero. Per giungere a celebrare liturgie inculturate occorre, prima di tutto, un lungo e lento lavoro di ascolto, per farsi consegnare quegli aspetti della cultura in grado di esprimere il Mistero celebrato in un determinato contesto. Se la liturgia è azione del popolo, perlomeno è questo il senso etimologico del termine, allora non è possibile un’azione che esprima il sentire del popolo senza osservare come si esprime, soprattutto quando entra in relazione con il Mistero. L’imposizione di un unico modello di liturgia valido per ogni popolo significa aver percorso il cammino contrario della manifestazione del Mistero, ma è chiaramente nell’ordine dell’imposizione della narrazione uniforme della sua interpretazione. La liturgia inculturata manifesta la bellezza della molteplicità in cui il Mistero si manifesta. C’è bellezza nella molteplicità, perché manifesta un cammino di libertà. C’è bruttezza nell’imposizione di un’unica forma liturgica, perché non riesce a nascondere la violenza frutto dell’imposizione. 


sabato 23 novembre 2024

QUALE LIBERTÀ? IL PREZZO DEL PATRIARCATO

 





L’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne

vi invita al terzo incontro del ciclo

Continuiamo a declinare e analizzare criticamente il tema della libertà, partendo da diversi punti di vista.

Le donne iniziano a sperimentare la sensazione di essere trattate come oggetti sessuali in età sempre più precoce, attraverso molestie nei luoghi pubblici, come il cosiddetto “catcalling”, attraverso l’esposizione passiva ai media che ripropongono continuamente l’immagine di corpi femminili artefatti, ridotti a mero oggetto decorativo, oppure attraverso la pornografia, sempre più presente sui social.

L’oggettivazione sessuale è di per sé una forma di violenza psicologica e simbolica che ha delle ripercussioni sulla salute mentale di donne e minori.  

Si traduce nell’auto-oggettificazione: l’interiorizzazione di uno sguardo esterno con cui guardare sé stesse e il proprio corpo, che genera ansia per il proprio aspetto, con conseguenti disturbi psicologici, comportamenti autolesionistici, depressione, disturbi alimentari.

Dall’oggettivazione sessuale allo sfruttamento sessuale, anche attraverso le forme virtuali oggi a disposizione, il passo è breve.


IL 5 DICEMBRE ore 18 SU ZOOM

https://us06web.zoom.us/j/89344952439?pwd=ubfbugS1TNzmO88pqs8xTb5GG7n8nB.1



CON


MARIA LAURA CINQUEGRANA autrice di Il prezzo del patriarcato. Mercificazione dei corpi e disturbi post traumatici, prefazione di Marco Deriu e postfazione di Grazia Villa, Erickson, Trento 2024

MARCO DERIU docente Università di Parma

GRAZIA VILLA Avvocata per i diritti delle persone





venerdì 22 novembre 2024

CAMMINI DI LIBERAZIONE E DI DISINTOSSICAZIONE

 




Paolo Cugini


È abbandonando le sicurezze culturali e spirituali delle origini che apprendiamo a confrontarci senza timore con le narrazioni diverse dalle nostre, senza difenderci, senza attivare quei meccanismi di difesa che ci inducono a proferire argomenti mai sperimentati e solo ripetuti a memoria. Le relazioni educative sono sane quando aiutano l’individuo ad essere se stesso, non a riprodurre desideri altrui. I bambini per compiacere gli adulti fanno tutto quello che loro richiedono, anche perché sanno che è l’unico modo per ottenere qualcosa. Gli adulti insoddisfatti nella vita spesso si rifanno sui figli riproducendo degli automi obbedienti ai comandi. Rompere il cordone ombelicale delle istituzioni che hanno contribuito a formare la coscienza nell’infanzia è il cammino necessario per una vita di adulto libera. Prendersi in mano la vita: è questo il cammino esistenziale, doloroso ma necessario, per divenire se stessi.

In questo cammino di liberazione, uno degli ambienti più importanti da cui prendere le distanze o, perlomeno, rielaborare l’appartenenza in modo critico è il mondo, l’ambiente religioso. Sino a qualche decennio fa l’istituzione religiosa, che in Occidente s’identifica con la parrocchia, era considerato un luogo sano, in cui si apprendevano i valori positivi necessari per una vita sana. Oggi non è più così. I processi di decostruzione culturale prodotti dalla cultura post-moderna stanno mettendo a nudo una serie di fattori negativi del mondo religioso sui quali vale la pena soffermarsi. Con il passare degli anni mi rendo sempre più conto come, uno dei problemi più profondi del mondo religioso sia l’interpretazione delle parole. Il cristianesimo ha veicolato contenuti omofobi, maschilisti e misogini a causa di un modo d’interpretare i testi sacri. Ancora oggi, le relazioni all’interno delle comunità cristiane sono intossicate da modalità relazionali misogine e omofobe, a causa di una interpretazione fondamentalista dei testi sacri. C’è tutto un mondo religioso che soffia sul fuoco dei fondamentalismi, facendo anche il gioco sporco di quei movimenti politici che si alimentano del mondo fondamentalista.

Leggendo e meditando il Vangelo ci si rende conto che la realtà religiosa non è cambiata molto. In questa prospettiva, si comprende che la missione di Gesù sia stata quella di liberare gli uomini e le donne dal veleno mortale della religione o, meglio, di quella religione inventata dagli uomini. Gesù ha proposto delle chiavi di lettura per interpretare le parole del testo sacro, per non rimanere schiavi da quei precetti e quelle pratiche così dette religiose inventate dagli uomini del tempio per soggiogare le persone e, così, sfruttarle. “Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico” (Mt 5,21s). Le parrocchie dovrebbero essere i luoghi in cui le persone vengono liberate dalla religione e introdotte nel cammino del Vangelo tracciato da Gesù. Non a casa, come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli, le prime comunità si chiamavano proprio così: il cammino. 

Rimango sempre molto affascinato dai profeti biblici, non solo per il loro coraggio di affrontare i potenti del tempo, con affermazioni dure e radicali, ma soprattutto per la capacità di aprire orizzonti nuovi, iniettando speranza nel popolo. Non basta, infatti, criticare una situazione, analizzare un fallimento, occorre fornire vie d’uscita, soluzioni, per permettere alle persone di ripartire per cammini nuovi. Il rischio, infatti nelle analisi critiche, è di rimanere affascinati per le belle parole, le profonde critiche, ma dimenticandosi che, le sole parole, possono ferire e creare negatività. Che dire ad esempio, di Geremia? Nei primi capitoli sferza i capi religiosi con una serie di oracoli durissimi, che non lasciano spazio all’immaginazione, dalla forza polemica che li anima. Poi, però, nel momento più tragico della storia d’Israele, vale a dire la distruzione della città e del tempio di Gerusalemme e l’esilio di buona parte della popolazione a Babilonia, Geremia se ne esce con una delle profezie più belle di tutta la letteratura profetica, prospettando per il popolo una Nuova Alleanza in cui Dio avrebbe scritto la sua legge d’amore non sulla pietra, come quella mosaica, ma nel cuore (cfr. Ger 32,31-34). 


lunedì 18 novembre 2024

LA DIVINITA’ DI GESU’ CRISTO DAL NUOVO TESTAMENTO AL CONCILIO DI NICEA

 





Testo di: Raniero Cantalamessa

sintesi: Paolo Cugini


Al momento in cui la fede cristiana incontra l'ellenismo ed entra in dialogo con la filosofia greca, la credenza nella divinità di Cristo è un dato pacifico in seno alla comunità cristiana. Occorre indagare non sull'origine della fede nella divinità di Cristo, ma sulla reazione a tale fede. Con la sua sola esistenza, tale reazione è la migliore prova storica del fatto che la Chiesa in questa epoca professa universalmente la propria fede in Cristo come Dio. 

Non si tratta di una prova puramente generica e deduttiva. Tutto il discorso veritiero di Celso è una testimonianza chiara della pacifica fede dei cristiani nella divinità di Cristo. Una fede tanto sicura di sé, che il filosofo pagano ne è perfino indispettito. Questa fede aveva da sempre il suo centro propulsore nell'esperienza di salvezza e nel culto della Comunità. Il minimo che si deve dire è che il dogma della divinità di Cristo non è il risultato dell'incontro e magari della polemica con l'ellenismo, ma che preesiste adesso. 

L'affermazione della divinità di Cristo non è frutto di astratta speculazione a conclusione di un processo intellettuale, ma è espressione del culto e della fede della Chiesa. E proprio questa fede vissuta comunitariamente, che costituisce il retroterra e la pedana di lancio dalla quale i pensatori cristiani muovono alla conquista intellettuale dell'ambiente, alla fede in Cristo. Quello, dunque, che entra in gioco nell'incontro con l'ellenismo e che eventualmente si può dire che dipende da esso, non è il dato primordiale della fede nella divinità di Cristo, ma è il modo categoriale con cui è espresso e con cui è difeso, in una parola, la sua teologizzazione. Qualunque cosa Giustino dica, o non dica circa la divinità di Cristo, non bisogna mai dimenticare ciò che egli ripete per almeno 8 volte, che cioè Cristo è un Dio adorato dai cristiani. 

Le più antiche testimonianze sulla reazione pagana contro la divinità di Cristo le troviamo negli apologisti stessi, ma soprattutto in Celso, cui più tardi si aggiungerà la voce di Porfirio e di qualche altro pensatore pagano minore. Dall'insieme delle testimonianze emergono due tipi di obiezione. La prima è di tipo metafisico. Mentre la seconda di tipo etico. Schematizzando i dati, potremmo dire che la prima, l'obiezione metafisica si concentra di preferenza intorno al fatto della nascita, l'incarnazione. Mentre l'obiezione etica si concentra sul fatto della morte, cioè la stoltezza della Croce. Una riflette lo scandalo intellettuale dell'Ellenismo di fronte alla fede cristiana, l'altra lo scandalo morale. L'impatto della predicazione della Croce sulla visione etica dei greci, tutta dominata dal valore supremo della Sapienza, faceva ritenere ad essi immorale, oltre che stolto, parlare di un Dio crocifisso tra gente perbene.

L'obiezione della trascendenza di Dio.

L'obiezione metafisica contro la divinità di Cristo prende corpo in seno all'enigma a partire da due concetti strettamente collegati tra loro, ma distinti: Trascendenza di Dio e contingenza storica di Cristo. La critica al dogma della divinità di Cristo in base all'idea di trascendenza, occupa il cuore della polemica di Celso contro il cristianesimo. Il concetto di fondo è l'impossibilità di un intervento reale e personale di Dio nel mondo e nella storia. Celso si sforza di dimostrare che un tale intervento è assurdo. Per fare ciò, egli fa appello a tutte le supreme certezze della grecità. Dimenticando perfino la tradizionale rivalità e le profonde divergenze di scuola esistenti tra stoici e platonici. Mentre, infatti, l'impossibilità da parte di Dio di intervenire realmente e direttamente nelle cose del mondo costituisce il tema platonico per eccellenza, l'impossibilità da parte del cosmo ad accogliere un simile intervento divino dall'esterno, sviluppa un tema tipicamente stoico.

Se, come affermano i cristiani, Dio in persona discende verso gli uomini, ciò argomenta Celso, comporta un cambiamento nelle cose di quaggiù. Ma cambiare anche la più piccola delle cose di quaggiù significa sovvertire e distruggere l'universo. Partendo dalla concezione stoica di un universo in sé, chiuso e immutabile nel suo ordine, che non ammette interventi dall'esterno, perché nulla esiste fuori di esso, Celso ha colto con singolare chiarezza, un aspetto dei più profondi della rivoluzione mentale portata dal cristianesimo. Il mondo dei greci ha scritto il teologo Brehier è un mondo, per così dire, senza storia. Un ordine eterno in cui il tempo non ha alcuna efficacia, sia che lasci l'ordine sempre identico a se stesso, sia che generi una successione di eventi che tornano sempre al punto di partenza, secondo mutamenti ciclici che si ripetono indefinitamente. L'idea inversa, che cioè vi sono nella realtà cambiamenti radicali delle iniziative assolute, delle vere invenzioni, in una parola, che vi sia una storia e un progresso nel senso generale del termine, una simile idea fu impossibile prima che il cristianesimo non venisse a sconvolgere il cosmo degli elleni. Tra queste, iniziative divine che producono cambiamenti radicali e che creano una novità, dando all'universo un volto drammatico, l'incarnazione, insieme con la creazione e la parusia costituisce uno dei momenti salienti. Il rilievo maggiore, il platonico Celso lo dà all'altro aspetto del problema, quello dell'impossibilità di Dio a intervenire personalmente nelle cose del mondo. A causa della sua trascendenza, in base a ciò, la divinità di Cristo è impugnata in quanto legata al fatto dell'incarnazione. È  l'umanità di Cristo che rende filosoficamente impossibile la sua divinità. Partendo dal celebre dogma platonico nullus deus miscetur hominibus, Celso trova addirittura scandalosa l'affermazione che un Dio, o il figlio di Dio sia disceso sulla terra. L'incarnazione distrugge infatti, la prerogativa divina dell'immutabilità e comporta una degradazione. Distrugge la trascendenza perché, se Dio in persona discende tra gli uomini, egli abbandona il suo trono. Su questo punto Celso è il portavoce di tutta la più genuina tradizione greco platonica che accompagna il cristianesimo in tutta la sua fase ellenistica.

“No, non siamo pazzi o greci. Esclama Taziano. Ne preferiamo sciocchezze quando diciamo che Dio è nato in forma umana.” Il motivo reale di tanto scandalo era il dualismo platonico di materie e spirito, che unito all'essenza dell'idea di creazione dal nulla, portava a considerare ogni contatto con la realtà corporea dell'uomo sempre e necessariamente inquinate per Dio. Secondo Celso, quand'anche Cristo fosse stato Dio, dopo la risurrezione non avrebbe più potuto riprendere il suo posto accanto al Padre, perché il suo spirito era ormai macchiato dalla natura del corpo. L'orrore della Natività, cioè la ripugnanza per la fisiologia della nascita umana, che è il riflesso del dualismo metafisico sul piano esistenziale, affiora ogni volta che un filosofo pagano si trova a parlare dell'incarnazione. Esso era tanto forte che contagiò molti spiriti colti tra gli stessi cristiani, dando luogo al grande fenomeno dello gnosticismo. Mentre però in campo pagano lo scandalo è risolto negando che Cristo fosse Dio, in campo cristiano è risolto dagli gnostici negando che fosse uomo. Doceti.

L’obiezione della contingenza storica e dell’immanenza di Cristo. 

Quando c'è il senso muove il suo attacco contro il cristianesimo Giustino ha già portato a termine quella grandiosa operazione intellettuale che è l'identificazione del Gesù storico con il principio universale e metafisico del logos. Celso e a conoscenza dell'operazione. Ma questo non è sufficiente a far cadere la sua critica indignata. “Celso accusa cristiani di somigliare ai sofisti quando dicono che il figlio di Dio è il logos in persona e rincara l'accusa aggiungendo che dopo aver proclamato che il logos è il figlio di Dio noi presentiamo il luogo del luogo del logos puro e Santo un uomo ignominiosamente flagellato e condotto al supplizio” (Origene). Appare in queste parole tutto lo scandalo intellettuale del greco che vede infranta la più intangibile e sacra delle barriere quella tra il mondo di lassù e il mondo di quaggiù tra il mondo dell'universale e dell'eterno è quello del contingente e del divenire:  tra il mondo dell'assoluto e il mondo della storia. Il logos da principio universale di intelligibilità del cosmo si trova ad essere un uomo nato vissuto e morto in un certo momento della storia e in un certo punto della terra. Qui si esprime l'irrilevanza religiosa e ontologica della storia per il greco, l'impossibilità di concepire storicamente la rivelazione e quindi il logo stesso. Dio e la storia non possono essere pensati insieme, formano un connubio innaturale. Da qui deriva la difficoltà di riconoscere come logos e come Dio un uomo immerso tutto intero nella storia la cui esistenza era tutta quanta definibile dentro coordinate geografiche e cronologiche. “ figlio di Dio un uomo vissuto pochi anni fa uno di ieri o avanti ieri” (Celso).

Per comprendere l'istanza di fondo da cui nasce questa reazione del paganesimo colto bisogna partire da quella specie di fossato di protezione che la filosofia religiosa del tempo aveva scavato intorno alla trascendenza di Dio con la cosiddetta teologia negativa. Dio è incomprensibile invisibile impassibile non ha principio non ha nome non ha luogo non ha forma. Come giustificare quindi la divinità di una persona che con la sua positività storica e umana era esattamente agli antipodi di queste immagini di Dio ottenuta mediante la via negativa? Tutta la teologia negativa in Gesù diventa positiva. Egli era visibile, passibile, aveva un nome, un principio, un tempo, un luogo, una forma. In Cristo si intersecano quei due piani che nel pensiero greco erano rimasti sovrapposti e divisi: quello della trascendenza e quello dell'immanenza. Il concetto greco di spazio come ricettacolo, ne esce radicalmente trasformato, al punto che in un nuovo senso, Cristo appare lui stesso come lo spazio o il luogo dell'incontro e dello scambio tra Dio e l'uomo il punto di intersezione tra trascendenza immanenza o come si dirà in un linguaggio più evoluto il mediatore. La conseguenza più vistosa è che l'idea di trascendenza da categoria esclusivamente teologica, diventa anche categoria cristologica. Con essa, infatti, non si vuole affermare solamente la trascendenza infinita di Dio rispetto all'uomo ma anche la trascendenza di Cristo rispetto all'umanità intera al cosmo e alla storia. Tutto questo però non apparirà chiaro alla stessa teologia cristiana che in seguito alla definizione di Nicea per opera soprattutto di Atanasio. 

La risposta cristiana

Giustino aveva capito che l'attacco del mondo pagano poteva venire sul piano filosofico e perché l'ostacolo alla fede in Cristo per i greci era sulla contingenza storica il suo essere nato da Maria poco più di un secolo e mezzo prima. Egli si era preoccupato di dare alla figura di Cristo quella base di universalità e di assolutezza che gli rivestiva già nella fede della comunità e che Paolo e Giovanni avevano espresso con categorie o almeno in un quadro del pensiero giudaico. E esattamente quello che Giustino fece mediante l'identificazione chiara e programmatica del Gesù nato da Maria con il principio universale del logos e in posizione subordinata con la realtà del pneuma. “Il logos primogenito di Dio senza commercio carnale è nato come nostro maestro Gesù Cristo è stato crocifisso è morto e risorto ed è asceso al cielo”. Quella operata dai primi padri greci è stata un'operazione difficile perché christificava di colpo tutto il reale e tutto il reale aveva per i greci la sua intelligibilità dal logos. Criticava in pari tempo tutta la storia grazie all'idea delle sementi del verbo che convogliava verso Cristo tutto il cammino ideale dell'umanità prima della sua venuta, con lo stesso dinamismo con cui la parte tende al tutto, il logos parziale tende al logos integrale che è il Cristo. I cristiani avevano preso in prestito dai greci un logos principio cosmico universale e ora ripresentavano ad essi un logos personale persona storica e figlio primogenito di Dio. L'identificazione di Cristo con il logos, infatti, portava spontaneamente sotto l'influsso dei testi neotestamentari all'identificazione del Logos con il figlio di Dio. Ehi un fatto questo della massima importanza perché poneva le basi della spiegazione della divinità di Cristo mediante il concetto della generazione (figlio) razionale (logos), che formerà in seguito il cardine di tutta la teologia trinitaria.

Il subordinazionismo cristologico

Nell'edificio della cristologia che così si delineava si inserì un elemento di ellenismo che ritarderà la soluzione del problema cristologico fino a Nicea. Si tratta della valenza prevalentemente cosmologo che il logos aveva nella speculazione greca. Questo portò con sé un inevitabile calo della tensione soteriologica del messaggio cristiano a vantaggio della sua dimensione cosmologica e rivelatrice. L'attrazione reciproca tra logos e creazione tende in forza dell'identificazione operata tra i concetti di logos è figlio di Dio allegare la generazione del figlio alla creazione del mondo intaccandone così il carattere necessario ed eterno. Il verbo tipico che esprime la funzione del logos in questo contesto è kosmein: ordinare e produrre il cosmo. Il passo di Pr 8,22 “Il signore mi ha creato come principio delle sue vie per le sue opere” Ehi con l'enorme sviluppo che prende a partire da Giustino fino agli ariani serve ad ammantare questa dottrina dell'autorità indiscussa della Bibbia. Origine non ha dubbi che quello che i greci hanno detto del logos come intermediario della creazione non solo concorda con la legge ma anche con il Vangelo. Nella speculazione filosofica del tempo c'era una figura che era destinata ad esercitare un'irresistibile attrazione sul logos figlio di Dio dei cristiani il cosiddetto Dio secondo. Fu una specie di risucchio dell'ellenismo dal quale il pensiero cristiano fece non poca fatica a liberarsi. La figura del secondo Dio o Dio di secondo rango praticamente nasce nelle pagine del Timeo anche se il nome è desunto da una fonte pseudo platonica. Il platonismo di mezzo si impadronì di essa dandole un enorme sviluppo e identificandola volta a volta con il mondo intellegibile, con il logos, con il demiurgo platonico e con l'anima del mondo. Più tardi essa viene a costituire la seconda impostosi della triade neoplatonica. Si tratta di un'entità metafisica che funge da intermediario tra Dio e il mondo materiale, in vista della sua creazione, o del suo ordinamento. Tendenzialmente, ha lo scopo di risparmiare al Dio trascendente il contatto degradante con il mondo. Filone mette in rilievo l'inferiorità ontologica rispetto al padre dell'universo, usando per lui il titolo di Theos (senza articolo) e riservando invece l'espressione ho theos (con l’articolo) al solo Dio supremo. Questi è veramente Dio, l'altro è solamente divino. Celso, riferendosi alla stessa entità metafisica del deutero Theos, Ehi lo definisce un semidio e dice apertamente che da essa hanno tratto spunto i cristiani nel definire Cristo figlio di Dio. La ragione ultima dell'inferiorità di questo Dio intermediario rispetto al padre-destinata a giocare in seguito un ruolo decisivo nelle discussioni ecclesiastiche-è formulata chiaramente da Tolomeo nella sua lettera a Flora: “questo Dio sarà inferiore al Dio perfetto… in quanto è generato e non ingenerato”. 

Gli autori cristiani commisero l'imprudenza di servirsi di questa figura intermediaria per presentare agli interlocutori greci la persona del figlio di Dio, pensando di facilitare ad essi, in tal modo, la fede nella divinità di Cristo. Il primo a gettare un ponte tra le due realtà fu Giustino, che parla del figlio che occupa “il secondo posto dopo il Padre”, seguito da Clemente Alessandrino entrambi indipendenza dalla fonte pseudo platonica. In Origene il titolo di deutero Theos occupa un posto di particolare rilievo e condiziona senza dubbio, il suo subordinazionismo cristologico, anche se lui stesso che prepara il superamento di tale subordinazionismo, mediante il concetto della generazione eterna del figlio, al quale ci si ispirerà, in seguito, nella lotta contro l'arianesimo.

L’arianesimo e la catarsi cristiana dell’ellenismo

Sullo sfondo teologico ora delineato, si situa la crisi Ariana. Nel suo aspetto positivo (la verità dell’eresia) Ehi essa consiste nell'aver costretto la chiesa ad aprire gli occhi su una situazione di incertezza e di equivoco, che si trascinava da tempo nel cuore della sua teologia. Nel suo aspetto negativo, essa appare un tentativo di canonizzare quello che era semplicemente un ritardo della teologia rispetto alla fede, erigendo a dogma esplicito la credenza in Cristo come Dio di secondo rango. L'obiezione metafisica dell'ellenismo alla divinità di Cristo rivive dell'arianesimo e tocca il suo apogeo, proprio in quanto in esso è portata fino alle ultime conseguenze l'identificazione del figlio di Dio con il deutero Theos medioplatonico. Quello che di nuovo ario apporta nella discussione e l'utilizzazione massicce dell'argomento tratto dall'opposizione tra il padre e il figlio, Per stabilire la diversità dell'essenza tra i due. Un argomento maturato in seno all’ellenismo fin da Platone ma che solo ora viene esplicitamente utilizzato come obiezione alla divinità di Cristo. Tutto questo è stato studiato e non è cosa nuova. L’arianesimo non è comprensibile se non come approdo dell'impostazione medio platonica del problema cristologico iniziata dagli apologisti. Ario non è riuscito a superare la figura mitica del deutero Theos, Ehi ma la consacrata; Ehi non è riuscito a tracciare una linea di demarcazione unica sull'essere, ma ha mantenuto le due linee e, con ciò, la tripartizione dell'essere in: essere trascendente, essere creato e essere intermediario. La famosa espressione Ariana: “c'era un tempo in cui non c’era” ripresa dalla discussione medio platonica, dove essa era riferita al cosmo-figlio Di Dio del Timeo, cioè, in sostanza, al Dio secondo. Il titolo tecnico di Dio secondo continua ad essere utilizzato per il Figlio da Eusebio di Cesarea, vicinissimo ad Ario, in dipendenza sì da Origene, ma anche al medioplatonismo. 

Da Attanasio veniamo sapere che gli ariani avevano sposato in pieno l'idea platonica del figlio come ministro, o intermediario, che crea il mondo guardando e attingendo i modelli nel padre. E ciò non in base alle indicazioni della Bibbia, quanto piuttosto per la motivazione platonica che Dio non può creare direttamente il mondo, ma ha bisogno di un intermediario che gli eviti il contatto degradante con la materia. Atanasio non ha torto quando conclude: “queste affermazioni intorno al logos di Dio non sono proprie della dottrina cristiana, ma di quella dei greci”. 

Non è con l'arianesimo che avviene la rottura dello schema medio platonico, ma con Nicea. E la teologia dell’homousios, del gentium non factus, che rimuove per sempre il principale ostacolo dell'ellenismo al riconoscimento della piena divinità di Cristo e opera la catarsi cristiana dell'universo metafisico dei greci. Con tale teologia, una sola linea di demarcazione tracciata sulla verticale dell'essere e questa linea non divide il Figlio dal Padre, ma il Figlio dalle creature. “Consostanziale (homousios) con il Padre sta a significare che il Figlio di Dio non ha alcuna somiglianza con le creature fatte, ma che è simile in tutto al Padre che lo ha generato e che non è da altra ipostasi o sostanza che da quella del Padre” (Eusebio di Cesarea). 

Lo stacco dalle creature è tanto forte che occorrerà un altro consiglio, quello di Calcedonia, per riportare un più giusto equilibrio, in una visione più ampia, nella quale il Cristo apparirà in tutto simile a noi, oltre che in tutto simile al Padre: consostanziale con il Padre e consostanziale con noi.

L’influsso dell’argomento soteriologico nella definizione della divinità di Cristo

Attanasio sposta l'interesse della teologia dal cosmo all'uomo, dalla cosmologia alla soteriologia, Atanasio valorizza i risultati elaborati nella lunga battaglia contro lo gnosticismo, battaglia che aveva portato a concentrarsi sulla storia della salvezza e della redenzione umana. Egli dà a tutta la teologia una colorazione antropologica e soteriologica. Cristo non si colloca più, come nell'epoca degli apologisti, tra Dio e il cosmo, ma piuttosto tra Dio e l'uomo. Che Cristo sia mediatore non significa che egli sta tra Dio e l'uomo ma che unisce Dio e l'uomo. In lui Dio si fa uomo e l'uomo si fa Dio, cioè viene divinizzato. Il cosmo non scompare dall'orizzonte della cristologia, ma essa è in funzione dell'uomo e della sua salvezza, non viceversa lo schema nuovo del reale non sarà più quello greco: Dio- universo-uomo,  ma sarà quello biblico: Dio-uomo-universo. L'universo è per l'uomo, non l'uomo per l'universo.

Secondo Atanasio la salvezza esige che l'uomo non sia assunto da un intermediario qualsiasi, o da un qualsiasi essere, ma che sia assunto da Dio e che sia unito a Dio: “se il Figlio è una creatura l'uomo rimarrebbe mortale, non essendo unito a Dio…  l'uomo non sarebbe divinizzato se il verbo che divenne carne non fosse della stessa natura del Padre”. 

L'incidenza dell'esperienza di salvezza nell'evoluzione del dogma della divinità di Cristo è indubbia. Sarebbe però, errato concepire tale incidenza a senso unico. Se è vero che l'esperienza di Cristo come Salvatore e divinizzato store influisce sul processo teologico di chiarificazione della sua divinità, è anche vero che il processo teologico contribuisce a plasmare e rendere cosciente l'esperienza di salvezza.

Definire il figlio con sostanziale con il padre significava collocarlo a un livello tale per cui nulla assolutamente poteva rimanere fuori dal suo raggio d'azione. Significava stabilire il significato o la rilevanza universale della persona di Cristo, non solo sul piano ontologico, ma anche sul piano soteriologico.

“L'onnipotente Santissimo verbo del padre, penetrando tutte le cose e arrivando ovunque con la sua forza da luce a ogni realtà è tutto contiene abbraccia in sé stesso. Non c'è essere alcuno che si sottragga al suo domino. Tutte le cose da lui ricevono interamente la vita e da lui sono mantenute in essa: ehm le creature singole nella loro individualità e l'universo creato nella sua totalità” (Atanasio).

In Cristo e l'essere è il significato di Dio che si fa presente all'uomo e al mondo, non un intermediario: questo è il senso profondo del consustanziale di Nicea. 

Il problema della preesistenza di Cristo