domenica 3 maggio 2020
domenica 26 aprile 2020
I partigiani e l’omelia laica di Don Matteo Zuppi
Ricevo e volentieri pubblico.
di Luca Bottura
Il vescovo di
Bologna mi ha fatto un grande regalo. Nei giorni scorsi aveva concesso una
bella intervista al giornale dell’Anpi parlando di Liberazione. Un’intervista
coraggiosa, molto più coraggiosa di qualche laico che, in questo clima
berciante, si lascia travolgere (per fatica, non per cattiveria) dal coro
assordante dei “fuori dal coro”. Quelli per cui liberarci dai nazifascisti
sarebbe stato un atto divisivo. Ieri Don Matteo Zuppi ha accettato di fare due
chiacchiere durante la mia rassegna stampa dei giorni di quarantena. Ne
trascrivo qualche passaggio perché sapermi amministrato da una persona del
genere, anche se sono una pecorella anomala, che pascola solo nei dintorni del
recinto, mi ha reso la cattività meno pesante e la prospettiva del futuro prossimo
decisamente più abbordabile. Finché la chiesa che, volenti o nolenti, è la
filigrana di questo Paese, poggerà su fondamenti del genere, avremo qualche
ragione in più di sorridere.
«Con
quell’intervista spero di aver interpretato lo spirito di questa città e del
Paese».
«Il 25 aprile è lo Stato, è quello che sono le nostre
istituzioni». «Ho riletto le parole di Mattarella dell’anno scorso e le
condivido: la Liberazione è il fondamento dei nostri valori, dunque è di
tutti».
«È vero che il primo tradimento di quei valori
furono le violenze del dopoguerra. Forse non sono state condannate appieno, ma
questo non toglie nulla ai valori su cui è costruita la nostra casa comune, la
nostra convivenza».
«Dobbiamo fare
molta attenzione che i semi di intolleranza, di odio, di annullamento
dell’avversario, non prevalgano. Non possiamo accettarle in nome proprio di
quel lascito».
«Mi ha colpito che
i vigili del fuoco inglesi abbiano fatto coraggio a quelli italiani cantando
Bella Ciao. Noi dobbiamo superare la logica della parte. C’è una parte sola.
Quella canzone è di tutti».
«Quando le
istituzioni onorano il 25 aprile lo fanno perché il 25 aprile è il 2 giugno. È
la Repubblica, è la Costituzione. Qualcuno dice: le cose non sono andate
secondo quegli ideali. Qualcuno può dire: ho dato la vita per la giustizia, la
democrazia, e adesso guarda. Questo è il momento di provare ad applicarli, quei
valori. Perché come diceva Papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca».
Grazie Don Matteo,
buon 25 aprile. In fondo, la Resistenza al nazifascismo compie gli anni in un
giorno del mese che anche a dicembre, di solito, regala speranza all’umanità.
lunedì 10 febbraio 2020
CREDO DI PAPA FRANCESCO
Voglio credere in Dio Padre, che mi ama
come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo spirito nella mia
vita per farmi sorridere e portarmi così al regno di vita eterna.
Credo nella
mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno
di primavera, 21 settembre, mi ha portato all’incontro per invitarmi a
seguirlo.
Credo nel mio
dolore, infecondo per l’egoismo, nel quale mi rifugio.
Credo nella
meschinità della mia anima, che cerca di inghiottire senza dare… senza dare.
Credo che gli
altri siano buoni, e che devo amarli senza timore, e senza tradirli mai per
cercare una sicurezza per me.
Credo nella
vita religiosa.
Credo di
voler amare molto.
Credo nella
morte quotidiana, bruciante, che fuggo, ma che mi sorride invitandomi ad
accettarla.
Credo nella
pazienza di Dio, accogliente, buona come una notte d’estate.
Credo che
papà sia in cielo insieme al Signore.
Credo che
anche padre Duarte stia lì intercedendo per il mio sacerdozio.
Credo in
Maria, mia madre, che mi ama e mai mi lascerà solo. E aspetto la sorpresa di
ogni giorno nel quale si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il
peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel volto
meraviglioso che non so come sia, che fuggo continuamente, ma che voglio
conoscere e amare. Amen (J. Bergoglio, 1969).
domenica 22 dicembre 2019
SANTO NATALE 2019
Che il Signore Gesù nato in una mangiatoia ci aiuti ad avere un cuore grande come il Padre per vivere in semplicità come il Figlio. Un Santo Natale. don Paolo
domenica 27 ottobre 2019
LA DONNA NEL CORANO ISLAM E CONDIZIONE FEMMINILE
Reggio
Emilia 27 ottobre 2019
Sintesi: Paolo Cugini
Ferial Mouhanna
(scrittrice)
Paolo Branca
(professore universitario)
Questo tema è molto dibattuto. Il libro cerca di andare
alle radici del problema. Spesso si parla solo di un aspetto del problema. La
questione di genere sta mutando in tutto il mondo e il cambiamento di ruolo
della donna non è solo un problema della cultura islamica. Ferial è
mussulmana e quindi affronta il problema dall’interno.
È un libro impegnativo perché espone la complessità della
questione. Tutte le relazioni sono problematiche. La relazione di genere è la
prima relazione di generalità in cui ci troviamo inseriti. Altra questione
importante è quella della fratellanza. Bisogna prendere le distanze dalla
lettura buonista della fratellanza. Essere fratelli non è sempre comodo. La questione
di genere è così delicata che in tutta la storia dell’umanità c’è stato un
problema nel rapporto maschio e femmina.
Il
linguaggio in cui è scritto il Vangelo è maschilista. Es.: la mamma de figli di
Zebedeo: è senza nome. Es.: suocera di Pietro, non c’è traccia della moglie di
Pietro e del nome della suocera. C’è una struttura patriarcale. Nel Corano non
c’è la lapidazione dell’adultera, nella Bibbia sì. Anche nel cristianesimo le
donne consacrate si nasconde la femminilità.
Ferial
Mouhanna: Il sistema religioso viene costruito
pian piano e fa un percorso autonomo e si confronta e interagisce con l’ambiente
esterno. Il sistema religioso mussulmano è diventato un sistema chiuso, creando
contraddizione con l’ambiente esterno. Per quanto concerne la donna il Corano
ha sancito una parità assoluta fra uomo e donna. Il Corano è un libro che interveniva
in tutti gli affari della comunità. Alcuni versetti si può intravedere una
certa discriminazione a danno della donna. Questi versetti sono circostanziali,
parziali, non appartengono alla dottrina islamica, ma fanno parte di versetti di
opportunità. Dopo la morte di Maometto è cominciato un processo involutivo dove
l’universale coranico è stato fatto cadere in oblio, hanno universalizzato
alcuni concetti circostanziali. in poco tempo viene spogliata da tutti i suoi
diritti coranici, divenendo priva di qualsiasi tutela. La donna divine una
mezza testimone e non a pieno titolo. Viene accusata di avere una mezza mente.
La donna viene accusata di essere una mezza credente.
Questo
sistema religioso arriva ad essere in contraddizione con l’’ambiente esterno.
Ci sono pensatori che hanno criticato questo sistema religioso chiuso. Fino ai
giorni nostri la donna è privata da tutti i diritti conferitegli dal Corano. C’è
stata la denuncia a questo immobilismo e stagnazione della donna mussulmana. La
donna ha dovuto subire la poligamia. Nel Corano non esiste la poligamia: è un’invenzione,
manipolando alcuni versetti. La donna ha dovuto subire di essere collocata nei
gradini più bassi della società. Nel mio libro cerco di entrare in questo
sistema religioso chiuso. Tutta la letteratura teologica islamica sulla donna è
stata retta sul sistema di schiavitù. I detentori di a questa religione si
rifiutano di superarlo. Occorre entrare per rompere questo sistema diventato
impermeabile al mondo.
Ci
deve essere una lotta. La donna mussulmana in primo piano deve svolgere questa
lotta per riavere i suoi diritti. Questa lotta può essere fatta solo all’interno.
E’ una lotta difficile e complessa. Però la donna dev’essere decisa a
liberarsi. Per liberare la donna bisogna liberare il Corano. La donna ha fatto
delle lotte sia nell’ambito del femminismo classico, però queste lotte erano
fatte accettando il principio della poligamia, cercando di alleggerire il peso
delle donne. Ha cercato di conquistare un po' di tutela. I risultati sono
scarsi, più di forma che di sostanza. Il lavoro d’interpretazione ha concesso
alla donna la tutela dei minori. La tutela maggiore sino ad esso non è stata
concessa alla donna. La lotta della donna è sempre stata nel quadro di
discriminazione nei suoi confronti. La donna deve cambiare completamente.
Come
deve fare? La donna deve partire dal Corano in prima persona. La donna mussulmana
deve abbattere il sistema di schiavitù vigente tutt’ora nel mondo islamico.
La
sostanza del mio libro: metto nelle vostre mani prove inconfutabili che il
sistema di schiavitù dev’essere abbattuto e dev’essere considerato obsoleto, perché
è nel Corano, Dio non solo dà delle indicazioni chiare, ordina e intima i
mussulmani a superare il sistema di schiavitù. Il volere di Dio è la donna
libera. La donna deve conquistare una coscienza di sé e per sé con un contatto
diretto sul Corano. La donna deve osare e riconquistare tutti i suoi diritti.
La donna non può farlo da sola, ma deve farla assieme all’uomo.
sabato 26 ottobre 2019
PERCHÉ NON CI SIA UN GREGGE SENZA PASTORE
CONVEGNO NAZIONALE RETE VIANDANTI
BOLOGNA
SABATO 26 OTTOBRE 2019
Relatore:
Severino Dianich
Sintesi:
Paolo Cugini
Sul
tema del ministero è importante ascoltare la storia.
Concetto
di sacerdozio: subisce dal nuovo testamento una svolta radicale. Il NT
definisce la fine del sacerdozio antico in nome dell’unico sacerdozio di Cristo,
che chiude l’antica storia del sacerdozio levitico. Gesù non era sacerdote,
oggi si direbbe che era un laico. Il suo sacerdozio non si pone in continuità
sul piano rituale, ma esistenziale, dove il senso della mediazione e dell’offerta
a Dio è vissuto nella ita, nei fatti (cfr Rom 12,1-3). Il tempio è il corpo di
Cristo: suggerisce l’attenzione ai fatti. Gli apostoli non si definiscono mai sacerdoti.
Paolo traduce il termine sacerdotale nel ministero della predicazione. Fil
2,17: Paolo parla della sua morte come sacrificio rituale, la vittima sarebbe
la fede del popolo e il suo martirio sarebbe la libagione.
Nel
ministero si tratta di un’investitura che viene dall’alto. 1 Tim 4,14: non
trascurare il dono che è in te. C’è un rito. Il cristianesimo non ha
deretualizzato totalmente, ma è stato ridimensionato il rito.
Il
dono dello Spirito garantisce l’autenticità della fede.
Carattere
di autorità del ministero nella custodia della
fede e di conseguenza nel governo della comunità: qui si nasconde la questione
del rapporto tra la funzione pastorale e autorevole della predicazione. La
devianza cattolica sull’autorità implica una guida particolare della comunità.
Atti,
Timoteo e Tito: si è parlato di questi testi come forma
di proto cattolicesimo.
La
letteratura post-testamentaria. C’è la tradizione del primo millennio punta
sulla testimonianza di Ignazio di Antiochia. Solo il Vescovo può
presiedere l’eucarestia: questo nel NT non c’è. In poco tempo si arriva all’esclusività
nella celebrazione eucaristica. C’è un rapporto di deduzione: ciò che preme Ignazio
è l’unità della Chiesa fondata sulla testimonianza apostolica.
Da
qui si sviluppa il senso del sacramento (Agostino), un’azione
della Chiesa che è segno e strumento che in realtà è di Cristo e quindi è di
sopra del potere umano. Lo sviluppo di questa dottrina in Agostino è legato a
problemi pratici, quando si comincia a contestare che il battesimo degli
eretici non è valido. Qui Agostino di de no, perché il battesimo è un’azione di
Cristo, indipendente da chi ha celebrato.
La
dottrina cattolica ha subito sviluppi ambigui dovuti ad
una progressiva sacerdotalizzazione del ministero. Una delle cause è stata
quella che il mondo antico non è mai riuscito a concepirsi laico. Non c’è
potere che non sia consacrato. Ci vuole sempre un sacerdozio e un tempio. Una
delle spinte a questa sacerdotalizzazione è stato generato da un vuoto sociale
con la crisi del sacerdozio pagano. Il presbitero e il vescovo adottano tutti
gli apparati e le ritualità del sacerdozio. Al centro di questo fenomeno
globale c’è la sacralità della figura del vescovo e presbitero. In questo aiuta
la forza del sacramento.
Conseguenza
negativa di questo processo è la corruzione del
clero. La tradizione fino al secondo Concilio di Nicea rifiuta che il
presbitero uno che non abbia riferimento alla cura pastorale della comunità. Quando
questo dato va in decadenza nasce la corruzione, la rincorda alle cariche
sacerdotali.
È l’epoca della grande crisi della
Riforma. La grande battaglia di Lutero è il recupero del sacerdozio di
tutti i fedeli. Lutero difende il ministero pastorale. Tutti sono sacerdoti e
non tutti sono parroci.
Il
concilio di Trento è preoccupato dello sviluppo della
prassi sacerdotale. La cucitura tra i due aspetti il Concilio di Trento non è
riuscito a farla. Per questo ha fatto due tipi di decreti: pastorale e
dottrinale. Il nostro problema oggi – dottrina e prassi – viene da lontano.
Trento: obbligo della residenza dei vescovi, proibizione
di accumulare diverse diocesi, obbligo di predicare. Sul piano dottrinale
prevale l’interesse sul tema del sacerdozio, anche per contrastare la posizione
protestante. Il sacerdozio dei laici resta escluso dall’interesse di Trento.
Aumenta quindi lo squilibrio dentro la Chiesa.
Francesco
di Salles: promuove un cammino di spiritualità cristiana anche per i laici. È
una novità.
Nell’800
viene posta la responsabilità politica dei laici, per arrivare, grazie al
movimento biblico, al recupero della dottrina del sacerdozio comune.
L’impostazione
del Vaticano II risente di alcuni limiti.
Tria
munera: predicazione, sacramenti e guida pastorale. Il
primato è pensato sempre alla predicazione. Lumen Gentium applica il discorso
dei tria munera a tutti i fedeli.
Problemi
aperti:
Tradizione
luterana: anche in Lutero la questione della prassi
è determinante. Molte posizioni dottrinali di Lutero è segnata dalla preoccupazione
pastorale. Lutero non ha mai pensato alla laicizzazione del ministero. In
Lutero c’è sempre il desiderio di salvare l’autorità del pastore.
Il
problema centrale è che molto presto i presbiteri hanno
cessato di essere degli evangelizzatori. C’è una chiusura progressiva del pastore
dentro alla comunità. Oggi s’impone l’esigenza dell’evangelizzazione. Oggi un
pastore di Chiesa è in grado di essere anche il leader per una comunità in
uscita?
C’è
bisogno di un nuovo dinamismo.
Altro
problema aperto è la donna nel ministero. Il cammino è inesorabile
nonostante il blocco dottrinale posto da Giovanni Paolo II. Il cambiamento
avverrà inevitabilmente. Il no dev’essere dimostrato. Non si può più dire no e
basta. Se si decide per il sacerdozio alle donne, si rompe definitivamente con
la Chiesa ortodossa.
Il
trend attuale sta imponendo il bisogno dell’evangelizzazione
e un dimagrimento dell’apparato ecclesiastico. Oggi abbiamo meno fedeli e lo
stesso apparato istituzionale. La diminuzione dei fedeli è in linea con la diminuzione
dei preti. La sensibilità cristiana deve tener conto che siamo in un’epoca in
cui la Chiesa è destinata a diminuire. Guardini
parlava di solitudine della fede in un contesto che non la supporta. C’è però una
grande chance, che è quella di ritrovare la freschezza del Vangelo.
Marcel
Gaucher: quella che si sta aprendo è una nuova era per il cristianesimo in
Europa.
giovedì 24 ottobre 2019
PATTO DELLE CATACOMBE PER LA CASA COMUNE
Per una Chiesa dal volto
amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana
Noi,
partecipanti al Sinodo panamazzonico, condividiamo la gioia di vivere tra
numerosi popoli indigeni, quilombos, costieri, migranti, comunità alla
periferia delle città di questo immenso territorio del Pianeta. Con loro
abbiamo sperimentato la forza del Vangelo che agisce nei piccoli. L’incontro
con queste persone ci sfida e ci invita a una vita più semplice di condivisione
e di gratuità. Influenzati dall’ascolto delle loro grida e lacrime, accogliamo
di cuore le parole di papa Francesco: “Molti fratelli e sorelle in Amazzonia
portano pesanti croci e attendono il conforto liberatore del Vangelo, la
carezza amorevole della Chiesa. Per loro, con loro camminiamo insieme”.
Ricordiamo
con gratitudine i vescovi che alla fine del Concilio Vaticano II nelle Catacombe
di Santa Domitilla firmarono Il Patto per una Chiesa serva e povera. Ricordiamo
con riverenza tutti i martiri membri delle comunità ecclesiali di base, delle
comunità pastorali e dei movimenti popolari; leader indigeni, missionarie e
missionari, laici, preti e vescovi, che hanno versato il loro sangue a causa di
quest’opzione per i poveri, per difendere la vita e lottare per la salvaguardia
della nostra Casa Comune. Al ringraziamento per il loro eroismo uniamo la
nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un
sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi
devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema
economico predatore e consumistico.
Di
fronte alla Santissima Trinità, le nostre Chiese particolari, le Chiese
dell'America Latina e dei Caraibi e di quelle che sono solidali in Africa,
Asia, Oceania, Europa e nel nord del continente americano, ai piedi degli
apostoli Pietro e Paolo e della moltitudine di martiri di Roma, dell'America
Latina e in particolare della nostra Amazzonia, in profonda comunione con il
successore di Pietro invochiamo lo Spirito Santo e ci impegniamo personalmente
e comunitariamente a quanto segue:
1.
Assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e
dell'esaurimento delle risorse naturali, un impegno a difendere la giungla
amazzonica nei nostri territori e con i nostri atteggiamenti. Da essa
provengono il dono dell’acqua per gran parte del territorio sudamericano, il
contributo al ciclo del carbonio e la regolazione del clima globale, una
biodiversità incalcolabile e una ricca socio-diversità per l’umanità e l’intera
Terra.
2.
Riconoscere che non siamo padroni della madre terra, ma suoi figli e figlie,
formati dalla polvere della terra (Gen 2, 7-8), ospiti e pellegrini (1 Pt 1,
17b e 1 Pt 2, 11), chiamati ad essere suoi gelosi custodi (Gen 1,26). Pertanto
ci impegniamo per un’ecologia integrale, in cui tutto è interconnesso, il
genere umano e tutta la creazione perché tutti gli esseri sono figlie e figli
della terra e su di loro aleggia lo Spirito di Dio (Gen 1,2).
3.
Accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutto il creato:
“Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri
discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli,
bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca,
con tutti gli animali della terra”. (Gen 9, 9-10; Gen 9, 12-17).
4.
Rinnovare nelle nostre chiese l'opzione preferenziale per i poveri, in
particolare per i popoli originari, e insieme a loro garantire il diritto ad
essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Aiutarli a preservare le loro
terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità. Crescere nella
consapevolezza che devono essere rispettati a livello locale e globale e, di
conseguenza, con tutti i mezzi alla nostra portata promuovere la loro
accoglienza su un piano di parità nel concerto mondiale di altri popoli e
culture.
5.
Abbandonare, di conseguenza, nelle nostre parrocchie, diocesi e gruppi ogni
tipo di mentalità e posizione colonialista, accogliendo e valorizzando la
diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le
tradizioni spirituali.
6.
Denunciare tutte le forme di violenza e di aggressione contro l’autonomia e i
diritti delle popolazioni indigene, la loro identità, i loro territori e i loro
modi di vita.
7.
Annunciare la novità liberante del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere
l’altro e il diverso, come accadde a Pietro nella casa di Cornelio: “Voi sapete
che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha
mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. (At 10,28).
8.
Camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato
e liberante del Vangelo, e con altre religioni e persone di buona volontà, in
solidarietà con i popoli originari, i poveri e i piccoli, in difesa dei loro
diritti e nella preservazione della Casa Comune.
9.
Stabilire nelle nostre chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui i
rappresentanti dei popoli originari, i missionari, i laici, a causa del loro
battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle
assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, in breve, in tutto
ciò che compete loro nel governo delle comunità.
10.
Impegnarsi nell’urgente riconoscimento dei ministeri ecclesiali già esistenti
nelle comunità, portati avanti da agenti pastorali, catechisti indigeni,
ministre e ministri della Parola, valorizzando soprattutto la loro attenzione
per i più vulnerabili ed esclusi.
11.
Rendere effettivo nelle comunità che ci hanno affidato il passaggio da una
pastorale di visita a una pastorale di presenza, assicurando che il diritto
alla mensa della Parola e alla mensa dell'Eucaristia diventi effettivo in tutte
le comunità.
12.
Riconoscere i servizi e la reale diaconia della grande quantità di donne che
oggi gestiscono comunità in Amazzonia e cercano di consolidarle con un adeguato
ministero di donne leader di comunità.
13.
Cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui agiamo, con il
protagonismo di laici e giovani, con attenzione alle loro periferie e ai
migranti, ai lavoratori e disoccupati, agli studenti, agli educatori, ai
ricercatori e al mondo della cultura e della comunicazione.
14.
Assumere contro la valanga del consumismo uno stile di vita gioiosamente
sobrio, semplice e solidale con coloro che hanno poco o niente; ridurre la
produzione di rifiuti e l'uso di materie plastiche, favorire la produzione e la
commercializzazione di prodotti agro-ecologici e utilizzare i trasporti
pubblici, se possibile.
15. Porsi accanto a coloro che
sono perseguitati per il servizio profetico di denuncia e di riparazione di
ingiustizie, di difesa della terra e dei diritti dei piccoli, di accoglienza e
sostegno dei migranti e dei rifugiati. Coltivare vere amicizie con i poveri,
visitare i più semplici e i malati, esercitando il ministero dell’ascolto,
della consolazione, del sostegno e dell’appoggio, cose che portano
incoraggiamento e rinnovano la speranza.
Consapevoli
delle nostre debolezze, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide
così grandi e serie, ci affidiamo alla preghiera della Chiesa. Possano le
nostre comunità ecclesiali, soprattutto, aiutarci con la loro intercessione,
con il loro affetto nel Signore e, quando necessario, con la carità della
correzione fraterna.
Accogliamo
con favore l'invito del cardinale Hummes a essere guidati dallo Spirito Santo
in questi giorni del Sinodo e al nostro ritorno alle nostre chiese: “Lasciatevi
avvolgere dal manto della Madre di Dio e della Regina dell'Amazzonia. Non
lasciamo che ci vinca l'autoreferenzialità, ma la misericordia davanti al grido
dei poveri e della terra. Saranno necessarie molta preghiera, meditazione e
discernimento, nonché una pratica concreta di comunione ecclesiale e spirito
sinodale. Questo sinodo è come una mensa che Dio ha preparato per i suoi poveri
e ci chiede di essere quelli che servono alla mensa”.
Celebriamo
quest’Eucaristia del Patto come “un atto di amore cosmico”. “Sì, cosmico!
Perché anche quando si svolge sul piccolo altare di una chiesa di un villaggio,
l'Eucaristia è sempre celebrata, in un certo senso, sull’altare del mondo.”
L’Eucaristia unisce cielo e terra, abbraccia e penetra tutta la creazione. Il
mondo uscito dalle mani di Dio ritorna a Lui in felice e piena adorazione: nel
Pane Eucaristico “la creazione tende alla divinizzazione, alle sante nozze,
all'unificazione con il Creatore stesso”. Per questa ragione, l’Eucaristia è
anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per il medio
ambiente e ci porta a essere custodi di tutta la creazione”.
Roma,
20 ottobre 2019
Catacombe
di Santa Domitilla
PANAMAZZONIA ANCESTRALE - Una canzone per il Sinodo Panamazzonico
Quello che si ascolta in questo video è l'inno del Sinodo Panamazzonico scritto dal famoso cantante religioso brasiliano Antonio Cardoso, nativo di Miguel Calmon, nello Stato della Bahia, città in cui sono stato parroco dal 2000 al 2005.
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