domenica 10 giugno 2018

TABATINGA: UNA PARROCHIA DI FRONTIERA





La comitiva reggiana pronta per la missione



Mons Adolfo, vescovo di Tabatinga



7-9 giugno 2018

Paolo Cugini
Tabatinga è una parrocchia di frontiera nel senso letterale della parola. Confina, infatti, con Perù e Colombia, per cui in pochi metri una persona può calpestare i terreni dei tre paesi citati. Lo abbiamo fatto in questi due giorni di tour de force seguendo Mons Adolfo, un saveriano, vescovo da quattro anni, che ci ha condotti a visitare le comunità sia della città che quelle situate lungo il fiume. Ma andiamo con ordine.

Partenza alla mattina con la barca della diocesi (da lui chiamata lancia, perché non è una barca a remi, ma a motore) verso le comunità ribeirinhe, poste cioè sulla riva del fiume, abitate per lo più da popolazioni indigene. Mentre cerchiamo di raggiungere le comunità, Mons Adolfo ci dice come in realtà le comunità che andremo a visitare, sono ad un livello di evangelizzazione molto superficiale. Da una parte, c’è la difficoltà di raggiungerle, non tanto per le distanze, quanto per la scomodità e il costo. Visitare le comunità con la lancia costa molto, perché ci vuole molta benzina. E’ questo un aspetto non indifferente da tener in conto. Dall’altra, c’è il fatto che per poter seminare il Vangelo e accompagnarlo affinché possa sorgere una comunità che cammini con le proprie gambe, non si può passare una volta all’anno, come succede ora, per celebrare la messa del patrono.

In realtà – continua Mons Adolfo – da quando sono stato nominato vescovo di questa diocesi, vale a dire da quattro anni, rifletto molto sul significato della realtà della prima evangelizzazione. Solo adesso capisco i contenuti del libri che leggevo quando studiavo teologia. La prima evangelizzazione ha un punto di partenza fondamentale: essere presenti. E’ impossibile seminare il Vangelo senza questo primo dato di fatto: essere presenti, toccare la realtà. Solo toccando la realtà possiamo ascoltare Dio che ci parla”. E’ da questa presa di coscienza che il Vescovo Adolfo di 62 anni sta strutturando la sua giovane diocesi. Nelle comunità che abbiamo visitato in questi due giorni, l’idea di fondo era la stessa: trovare dei missionari disposti a vivere in un territorio, a contatto con la gente, per accompagnare l’annunci del Vangelo sino al punto di generare dei responsabili locali. Del resto, per quello che abbiamo potuto vedere, quello che ci comunicava a parole, lo abbiamo toccato con mano nella sua persona. Uomo semplice, sempre sorridente, con uno sguardo che sembra sempre proteso al futuro, a contatto stretto con le persone che incontra: un vero pastore con l’odore delle sue pecore. “Il problema è trovare gente disposta a spendersi per il Signore qui, tra questa gente”. Ripensando al suo stile e alle sue parole, è evidente che ciò che ci ha fatto vedere ed ascoltare non è stato a caso.

Comunità ribeirinha, sulla riva del fiume

Siamo così giunti nella comunità chiamata Città Nuova. Mentre arrivavamo si vedevano da lontano gli uomini della comunità intenti a sistemare la scalinata – chiamiamola così – dissestata a causa delle piogge, per permetterci di salire. Volti sorridenti ci hanno accolto con calore. La comunità Città Nuova è frutto di uno scorporamento da una comunità più numerosa, chiamata Feijoal, la cui popolazione, per la maggior parte evangelica e della comunità denominata Cruzada, rendeva la vita insostenibile ai cattolici. Da quello che si è potuto capire, autrice di questo esodo della ventina di famiglie di cui è attualmente composta Città Nuova, è stata una consacrata italiana, che ha vissuto con loro per circa trent’anni e il cui nome è suor Felicia. Mentre la comitiva parlava, ci siamo avvicinati a quella che era la residenza di suor Felicia. Una casetta come le altre, sobria, di legno. In quella che doveva essere la sua camera da letto, si trovava ancora la chitarra impolverata e, sugli scaffali in cui s’intravedevano alcuni libri in italiano, un quaderno scritto di suo pugno, in cui prendeva nota degli incontri che teneva con i membri della comunità. La storia di questa suora, ritornata in Italia da circa vent’anni e di cui nessuno sa più nulla, profuma di Vangelo. Ha speso gli anni migliori della sua vita per un gruppetto di famiglie di indios, in un villaggio sperduto dell’Amazzonia. Mentre parlavamo ci siamo chiesti più volte: come ha fatto a vivere qui da sola per trent’anni? Che fede aveva? Quanto amore a Gesù ci vuole per vivere in modo così radicale e silenzioso, senza nessuna ostentazione, anzi? Vita nascosta, semplice, condivisa con un popolo fuori dal mondo, per moltissimi anni senza energia elettrica. Suor Felicia è un esempio di Vangelo incarnato, che passa agli altri attraverso l’esempio personale, più che con le parole. Ci siamo poi spostati alla scuola della comunità. Al nostro arrivo il maestro ci ha accolto invitando i bambini a cantare. Ancora alcune battute con gli uomini della comunità per poi riprendere il nostro cammino.

La casa di suor Felicia

Alcune abitazioni della comunità Città Nuova


Siamo così giunti alla comunità di Feijoal, quella da cui Città Nuova si è divisa. Comunità piuttosto numerosa. All’arrivo molti uomini erano intenti a sistemare una casa in un mutirao, vale a dire, un lavoro comunitario gratuito. L’accoglienza è stata piuttosto gelida anche perché, come ci spiegava Mons Adolfo, la maggior parte della comunità appartiene a gruppi religiosi evangelici. A dire il vero, il maggior gruppo religioso della comunità si chiama Cruzada, ed è caratterizzato da una croce rossa situata dinanzi alla cappella. Sono circa 50 le comunità di questo gruppo religioso sparse nella regione di Tabatinga. Loro caratteristica è uno stile di vita piuttosto rigido, tipico dei movimenti di riforma, dalla decima obbligatoria. Il fondatore si chiamava Francesco da Cruz, un laico predicatore, in rotta con la chiesa cattolica, che predicava uno stile di vita di ritorno alle origini. Dopo la sua morte il gruppo religioso quasi si estinse, per ritornare alla ribalta negli ultimi dieci anni grazie all’azione di alcuni suoi seguaci. Secondo il Vescovo Adolfo, se ci fosse una presenza più ferma e costante della Chiesa Cattolica nelle comunità, i fedeli di questo gruppo religioso che, a suo dire, vive di una dottrina piuttosto confusa, in poco tempo ritornerebbero nella Chiesa Cattolica.

Arriviamo così verso le 12, sempre in barca sul fiume Solimoes, nella città di Benjamin Costant, che dista circa 27 Km da Tabatinga e che appartiene alla Diocesi retta da Mons Adolfo. Qui siamo ospitati in casa dei francescani, i responsabili della parrocchia, che ci accolgono in modo davvero francescano, cioè molto bene e offrendoci il pranzo. Il clima socievole ha creato le condizioni per scambiarci le prime impressioni di questo viaggio davvero straordinario, tra le comunità indigene poste sul fiume Solimoes. Il Vescovo Adolfo continua a condividere la sua idea della necessità di una presenza costante, senza la quale diviene difficile costruire comunità.

Nel pomeriggio ci spostiamo sul fiume nella zona del Perù che, di conseguenza, non è sotto la giurisdizione della diocesi di Tabatinga. Il luogo in cui attracchiamo si chiama Islandia. La comunità è posta sulle palafitte, anche le strade sono un intreccio di palafitte e ci conducono alla casa in cui vivono quattro consacrate di tre congregazioni diverse e don Cesare. E’ da più di un anno che è iniziata questa esperienza di frontiera, in una regione molto difficile da tanti punti di vista. La regione conta con circa 40 comunità indigena poste sulle sponde del fiume. Comunità che, a detta di Suor Emilia e suor Zelir, che ci accolgono, sono da tempo abbandonate. “Il nostro lavoro pastorale è un lavoro di équipe. Tutte le settimane ci troviamo noi quattro suore e don Cesare per pianificare l’azione pastorale, che consiste in uscite per le comunità poste sulla riva del fiume. A volte rimaniamo fuori anche una decina di giorni. Non sempre abbiamo un riscontro positivo nel lavoro che realizziamo. E’ successo che, dopo la visita in una comunità in cui ci siamo fatti conoscere, visitando le famiglie e parlando con la gente, sono arrivati due leader di un gruppo pentecostale che ci hanno caldamente invitati ad andarcene subito. Abbiamo fatto notare che era già sera e che è pericoloso andare in barca di notte. Grazie all’intervento di qualcuno della comunità, ci hanno permesso di rimanere a dormire con la promessa che ce ne saremmo andate alla mattina presto”.

Ha ragione suor Emilia, una giovane suora che non dovrebbe arrivare a quarant’anni, a sostenere che non tutti possono reggere questo stile di vita. “Qui è la missione allo stato puro. Se uno è abituato a cercare soddisfazioni personali nel lavoro pastorale, non può venire qui. Le motivazioni non possono che essere personali: è il solo ed esclusivo amore del Signore. Chi non percepisce la sua presenza non è adatto a questa missione di frontiera. Questo è un luogo di missione e qui uno dev’essere ben strutturato affettivamente e psicologicamente”.

La loro casa sobria, essenziale, con al centro la cappella per la preghiera, dice di una chiamata e di un dono che viene da altrove. “Qui non ci sono soddisfazioni – ripete suor Emilia -: la motivazione dev’essere personale”. Qui non si gioca al piccolo missionario: si fa sul serio. Mentre ci porta a visitare la casa, le chiedo se si ritrova nella proposta di Papa Francesco e suor Emilia, con il sorriso sulle labbra risponde: è la nostra fonte d’ispirazione. La comunità inter-religiosa è posta in mezzo alle palafitte, casa tra le case, uguale alle abitazioni di tutti, con la porta sempre aperta, proprio come piace a Francesco. Un esempio così limpido d’incarnazione del Vangelo si trova raramente. Anche qui, come nel caso di suor Felicia della comunità Città Nuova, la vita nascosta, silenziosa e invisibile è l’essenza della loro scelta. Nascoste al mondo e visibili solo a Dio.

La cappella della casa di suor Emilia e suor Zelir

La comunità Islandia dove vivono suor Emilia e suor Zelir

Alla sera, dopo cena, messa in un quartiere della città, in occasione della novena della festa del patrono: san Marcellino, fondatore dei Maristi. La comunità vede infatti, la presenza di un gruppetto di quattro consacrati dell’ordine dei Maristi. La celebrazione si svolge con le caratteristiche tipiche delle comunità di base in America Latina. Prima fra tutte l’accoglienza. Mentre entriamo, alcune persone della comunità ci accolgono con il sorriso e il saluto. Oltre a ciò, il leader della comunità c’introduce alla celebrazione durante la quale ci saranno anche cinque battesimi, con un breve commento. Al momento dell’omelia, alla presenza di cinque sacerdoti e il vescovo locale, a prendere la parola è una donna, una consacrata marista. Vale la pena sottolineare questo episodio, perché dice di uno stile di Chiesa. Il vescovo ha rispettato la programmazione della comunità locale, intervenendo con le sue parole solamente alla fine dell’omelia della donna consacrata. Altri elementi significativi della celebrazione: la cura per il canto guidato da due uomini che suonavano la chitarra e la festina finale fuori della chiesetta.

Omelia della donna consacrata davanti al vescovo e a cinque preti oltre che all'assemblea


Questa mattina visita ad alcune comunità dei quartieri della città di Tabatinga. Ci siamo fermati a vistare la chiesa di san Giuseppe, posta in uno dei tre settori in cui è stata suddivisa la città. Dietro alla struttura della chiesa e attaccata ad essa, Mons Adolfo ci ha mostrato gli spazi con le stanze di quella che potrebbe essere la casa parrocchiale dei missionari che sta aspettando per abitare nel quartiere. Attualmente, infatti, non c’è nessuno. Il quartiere è molto ampio. Vicino ci sono tre occupazione abusive di terre che la popolazione ha preso per costruirci le abitazioni. Le strade del quartiere non sono asfaltate e, a causa delle piogge, sono disastrate e piene di buche. Il vescovo non nasconde l’idea che la nuova équipe di Reggio Emilia potrebbe iniziare una missione proprio in questo quartiere, occupandosi anche delle comunità limitrofe del settore San Raffaele.

Chiesa di san Giuseppe nel settore san Raffaele della città di Tabatinga


Mentre ci porta all’aeroporto per il ritorno a Manaus, Mons Adolfo non nasconde la sua soddisfazione. “Avevo un po’ timore di questa visita, anche perché in due giorni non sapevo bene cosa farvi vedere. Anche ieri mattina era iniziata con la pioggia e poi c’è stata una giornata fantastica. Sono proprio contento di questi due giorni. Adesso avete tutti gli elementi per valutare la missione che potreste iniziare nella diocesi di Tabatinga”.
La prossima settimana sarà lunga. Avremo da visitare le altre tre diocesi sempre mettendo tutto nelle mani del Signore affinché sia Lui a guidarci e così, davvero, si compia la sua volontà.


venerdì 8 giugno 2018

VISITA ALLA DIOCESI DI TABATINGA

Una strada della città di Tabatinga

La Cattedrale della città

vista aerea




Giovedì 7 giugno tutta la comitiva diocesana costituita da don Umberto, Gabriele Carlotti, Gabriele Burani, Pietro Adani e il sottoscritto, si è trasferita a Tabatinga. La visita dura sino a sabato 9. All’arrivo in Aeroporto ci ha accolti il vescovo Mons Adolfo, molto alla mano e socievole. Dopo cena il Vescovo ci ha intrattenuto parlandoci della diocesi e facendo di tutto per convincerci per scegliere come missione Tabatinga.
La diocesi di Tabatinga è guidata dal Vescovo Mons Adolfo Pereira, di origine spagnola. Tabatinga è una città di frontiera e confina con il Perù e la Colombia. Ha un’estensione di 131.600 kmq, con un totale di 183.000 abitanti. Negli ultimi 15 anni c’è stata una crescita della popolazione del 20%. Il 38% della popolazione è indigena. Molte comunità vivono sulle rive dei fiumi e vengono denominate: ribeirinhas.
Oltre al cattolicesimo sono presenti anche molte denominazioni religiose protestanti e neo pentecostali: Luterana, Maranatà, Congregazionale, Chiesa Battista, Assemblea di Dio, Presbiteriana, Dio è amore e tante altre. Il 5% della popolazione si dichiara senza religione.
Sul territorio sono presenti diversi gruppi indigeni: Tukunas, Marubu, Matses, Matis, Kulina Pano, Kurubu, Maguta, Kokama, Kambeba, Kaixana, Kanamari, Witoto.
Dal punto di vista economico la gente vive di pesca. In alcune zone ci sono alcune industri di legname. Il PIB pro capite è di mille euro, ciò significa che la popolazione è molto povera. Il Vescovo Adolfo si lamentava della scarsa presenza dello stato nella regione e della corruzione dei politici locali.
I maggiori problemi sociali della regione sono la droga, la disoccupazione, il traffico di persone. Negli ultimi anni si sono registrati molti suicidi tra i giovani.
La diocesi è composta da 8 parrocchie, 250 comunità, 15 sacerdoti (9 secolari e 6 religiosi), 27 suore e circa 500 laici animatori di comunità. Nella città ci sono 12 comunità urbane.
Nel Piano Pastorale diocesano la prima urgenza è stata indicata nello stato permanente di missione. La seconda consiste nell’aiutare le comunità a mettere al centro la Parola di Dio. Ultima importante sfida che si è posta la diocesi è la difesa della vita soprattutto nelle situazioni di grande emergenza come il traffico di persone.
Oggi passeremo tutto il giorno a visitare le comunità della città e nei dintorni.

giovedì 7 giugno 2018

PRIME IMMAGINI E RIFLESSIONI DALLA MISSIONE IN AMAZZONIA

Don Gabriele Carlotti, don Cugini, don Pietro e don Burani


Siamo ospiti a Manaus nella casa del PIME

Visita al Teatro di Manaus

Don Pietro consegna a Mons Sergio alcuni doni della nostra Diocesi

Alla fine dell'incontro l'Arcivescovo ci ha offerto il lauto pranzo. Capotavola potete vedere uno dei
due vescovi ausiliari di Manaus. 





INCONTRO CON DON GIORGIO EDOARDO CASTRIANI

ARCIVESCOVO DI MANAUS
MERCOLDI 6 GIUGNO 2018

 Paolo Cugini

Siamo arrivati tutti sani e salvi giunti in modi diversi e con voli diversi, ma arrivati a Manaus. Prima giornata dedicata all’incontro con l’Arcivescovo di Manaus Mons. Giorgio Edoardo Castriani.

Dopo averci ricordato che Manaus è il cuore dell’Amazzonia con circa due milioni di abitanti, Mons. Giorgio ha iniziato a raccontarci e a raccontarsi. Ci ha detto delle sue esperienze pastorali fatte all’interno dell’Amazzonia in cui, ancora oggi, molti luoghi e molti popoli indigeni sono abbandonati. Esperienze pastorali che lo hanno formato, soprattutto lo hanno aiutato a camminare con la gente incontrata rispettando i loro ritmi e le loro culture.  Mons Castriani ha parlato della differenza tra l’attività evangelizzatrice di una grande città come Manaus, che vede la presenza di molte congregazioni e movimenti, e le diocesi all’interno dell’Amazzonia – dove noi ci stiamo dirigendo – che vivono diversi problemi, tra i quali l’isolamento, la difficoltà di raggiungere ancora oggi questi luoghi. A Manaus le parrocchie incontrano molte persone prevenienti dai paesi vicini, come il Venezuela che, come sappiamo, sta vivendo uno dei periodi più critici della sua recente storia democratica, ma anche persone che provengo dalle zone all’interno dell’Amazzonia. Come ci ha ricordato Mons Castriani – di chiare origine italiane, anche se lui stesso è nato in Brasile – “Molti vengono in città a Manaus e dopo fanno fatica a continuare il cammino ecclesiale. Quando uno lascia il suo territorio lascia la religione”.

A Manaus la presenza della Chiesa Cattolica si è venuta consolidando con il tempo al punto che oggi può contare con: “150 preti, tra cui 100 religiosi. Tra questi 40 sono nati a Manaus. Ci sono anche preti italiani e polacchi” La vivacità della Chiesa Cattolica a Manaus può contare anche con la presenza di molti ordini religiosi, soprattutto femminili, assieme ad un discreto numero di nuovi movimenti. Tra questi spiccano, da ciò ce si legge nell'annuario diocesano regalatoci da Mons. Giorgio, quelli di provenienza carismatica. Del resto, la crescita del Rinnovamento Carismatico Cattolico è uno degli aspetti più significativi della Chiesa brasiliana degli ultimi vent’anni e la sua presenza si fa sentire anche a Manaus.

Molti sono i problemi sociali che ogni giorno le parrocchie dell’Archidiocesi devono affrontare. Da una parte i problemi legati ai popoli così detti ribeirinhos, quelli cioè che vivono vicino ai fiumi; dall’altra il problema dell’occupazione della terra per costruire abitazioni nelle periferie della città. Oltre a ciò, l’attenzione quotidiana verso un numero imprecisato di poveri che battono alle porte delle parrocchie per chiedere assistenza.

L’Archidiocesi di Manaus sta vivendo un periodo intenso per la preparazione all’assemblea Pastorale di fine anno. Conforme allo stile delle diocesi brasiliane, alla fine dell’Anno pastorale gli operatori pastorali – presbiteri, suore e i laici maggiormente coinvolti – vengono convocati dal Vescovo per valutare il cammino e cercare d’indicare le priorità per l’anno successivo. Quest’anno, ci spiegava Mons Castriani, l’Assemblea Pastorale di fine anno sarà particolarmente importante perché si trova alla fine di un percorso durato quattro anni. “Vogliamo essere una Chiesa che ascolta le persone – scriveva l’Arcivescovo all’inizio di quest’anno in una lettera rivolta a tutte le comunità - non calpestando il ritmo del popolo, ma vivendo la comunione e la partecipazione concretamente nelle loro istanze di decisione, consigli pastorali e amministrativi a tutti i livelli”. Insomma, il desiderio che ha nel cuore Mons Giorgio è aiutare le comunità verso una chiesa sempre di più sinodale dove tutti si sentano corresponsabili.

Il dialogo con Mons Castriani ha toccato molti temi come quello delle problematiche sociali sia della città di Manaus, come delle tante difficoltà delle diocesi all’interno dell’Amazzonia. Di queste ultime problematiche avremo modo di ascoltare e condividere nei prossimi giorni.




mercoledì 6 giugno 2018

Vangelo e Cultura nella riflessione di Papa Francesco




Paolo Cugini

    La comunità che esce per evangelizzare incontra nel suo cammino realtà culturali differenti. Sul rapporto Vangelo e cultura Papa Francesco dedica pagine e riflessioni significative sulle quali vale la pena soffermarsi[1]. Il Papa è consapevole della diversità dell’annuncio del Vangelo in un contesto in cui lo stesso è già stato seminato e sta portando frutti, e altri contesti in cui il Vangelo non è mai arrivato o, se arrivato, ha subito resistenze e rifiuti. Le culture che sono state evangelizzate posseggono risorse tali di Vangelo che non si possono identificare con la mera somma dei suoi membri[2]. «Una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente» (EG 68)[3]. Nel percorso di evangelizzare le culture, nei paesi di tradizione cattolica si tratta di accompagnare e rafforzare il cammino intrapreso. Papa Francesco è ben consapevole del processo di secolarizzazione in atto nel mondo Occidentale, per questo, in queste situazioni l’invito consiste nel pensare e favorire nuovi processi di evangelizzazione delle culture. Quando si tratta di questi processi d’inculturazione[4] non si può avere fretta. Inculturazione, infatti, significa non solo cogliere il tesoro già presente in ogni cultura per l’azione dello Spirito Santo che anticipa e accompagna l’annuncio del Vangelo, ma anche valorizzarlo per coglierne le novità da applicare in ogni campo della spiritualità. Occorre avere cura e dialogare con ogni forma di cultura popolare incontrata nel cammino, perché: «oltre a costituire il sostrato che custodisce l’autocomprensione della gente, sono un vero soggetto di evangelizzazione»[5].

    Occorre mettere in rilievo anche le resistenze e il processo di purificazione degli elementi negativi che ogni cultura porta con sé. Per Papa Francesco nel mondo Occidentale la cultura deve ancora purificarsi di alcuni elementi negativi che non solo non corrispondono la Vangelo, ma anche al rispetto della dignità dell’uomo e della donna. Tra questi il Papa segnala il maschilismo, l’alcolismo, la violenza domestica, le superstizioni e le credenze fatalistiche. Il Vangelo quando è seminato in una cultura non produce lo stesso modello in tutte le culture. L’inculturazione non è un processo di riduzione verso l’uniformità e la massificazione. Infatti, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale. A questo proposito Francesco cita un passaggio della Novo Millennio ineunte al numero 40, che vale la pena ascoltare: «Il cristianesimo restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico, e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui esso è accolto e radicato« (EG 116).
    Se la diversità culturale era ben visibile nella Chiesa dei primi secoli, diversità che si esprimeva anche nella diversità di liturgie[6], non sempre la stessa diversità è stata rispettata. Una certa tendenza ad uniformizzare le culture incontrate dal Vangelo è emersa nel corso dei secoli nella storia della Chiesa. Tenendo conto della critica proveniente soprattutto dal continente Latinoamericano, molto sensibile al rispetto delle diversità culturali per la presenza di differenti culture esistenti sul territorio, Francesco sostiene che:

 Nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica. Il messaggio che annunciamo presenta sempre un qualche rivestimento culturale, però a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore (EG 117).

    E’ esplicito in questo passaggio, il riferimento alle tesi sostenute dalla Teologia della Liberazione[7] che spesso hanno accusato la curia romana di identificare il messaggio kerygmatico con le forme culturali greche dei primi secoli, utilizzate per esprimere il nucleo della fede cattolica. Joseph Ratzinger ha sempre sostenuto che l’incontro del Vangelo con la filosofia greca è stato provvidenziale e non casuale o accidentale[8]. E’ stato con gli strumenti della filosofia greca che, nei primi secoli, i Padri hanno potuto strutturare gli articoli del Credo e, questo dato, secondo la riflessione di Ratzinger. non può essere considerato casuale, ma provvidenziale.  Secondo i teologi della liberazione l’epoca Patristica ha fornito un bellissimo esempio d’inculturazione del Vangelo[9], ma il Kerygma quando è annunciato in un contesto culturale, esige di essere espresso con le categorie di quella specifica cultura. Papa Francesco, nel testo sopra riportato, sembra sostenere queste tesi, aprendo quindi lo spazio nella Chiesa a forme diverse di esprimere le verità di fede, a partire dalla cultura che il Vangelo incontrata. In questa prospettiva, Evangelii Gaudium cita un passaggio dell’esortazione post-sinodale di Papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Oceania, quando sostiene che:

 I vescovi dell’Oceania hanno chiesto che lì la Chiesa sviluppi una comprensione e una presentazione della verità di Cristo partendo dalle tradizioni e dalle culture della regione e hanno sollecitato tutti i missionari a operare in armonia con i cristiani indigeni per assicurare che la fede e la vita della Chiesa siano espresse in forme legittime appropriate a ciascuna cultura (EG 118).

    Questo passaggio dell’Evangelii Gaudium è in sintonia con il discorso realizzato da Francesco nel gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia[10]. In quella circostanza il Papa sosteneva con non è possibile alcun cammino di evangelizzazione senza il rispetto delle culture incontrate. Si può entrare nelle culture altre solamente nel modo in cui Mosè, sollecitato da JHWH, si è avvicinato al roveto ardente: togliendosi i sandali. Riconoscere la bellezza e della cultura altra, ringraziando per il contributo apportato, è il primo passo per poter annunciare la gioia del Vangelo con umiltà e attenzione. Significative e, allo stesso tempo, indicative di un percorso che la Chiesa dovrebbe compiere ogni volta che incontra sul proprio cammino un popolo con una propria cultura specifica, sono le parole iniziali nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia:

Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale e spirituale. Quanti non abbiamo queste terre, abbiamo bisogno della vostra saggezza e della vostra conoscenza per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione[11].

    C’è, dunque, nelle parole del Papa, lo sforzo di creare empatia con la cultura del popolo incontrato, un aggancio che permetta ad un certo punto del dialogo di annunciare la novità del Vangelo. Questo sforzo empatico deve poter proseguire seguendo l’esempio del discorso di Paolo all’Areopago di Atene quando, ad un certo punto del discorso cita una poesia della cultura greca del popolo al quale stava dirigendo il discorso. Lo stesso compie Papa Francesco nel discorso citato ai popoli dell’Amazzonia quando, ad un certo punto, cita uno degli aspetti più significativi della cultura di una regione dell’Amazonia che si trova nella regione Andina, vale a dire il: SUMAK KAWSAY, che tradotto significa Ben vivere. Questa proposta culturale, ripresa in modo particolare dalla costituzione boliviana, è la concretizzazione dell’ideale di armonia cosmica, comunitaria e personale, in cui il valore della vita è il dono maggiore che si deve ricercare non solo per le persone, ma anche per le piante, gli animali e per la propria terra. In questa proposta, l’intercambio tra le persone non si misura attraverso i benefici economici prodotti, ma per la crescita delle relazioni umane, che ci aiutano a diventare più fratelli e sorelle[12]. L’aggancio con elementi specifici della cultura con cui si sta dialogando, permette al Papa di muoversi in due direzioni complementari. La prima, la richiesta agli stati che si implementino politiche interculturali che tengano conto della realtà e della visione del cosmo dei popoli, «formando professionisti della loro stessa etnia che sappiano affrontare la malattia secondo la propria visione del cosmo»[13]. Il discorso di Francesco riprende in diverse circostanze appelli come questo, che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto e allo sviluppo di quegli aspetti fondamentali della cultura dei popoli amazzonici che ne permettono la sopravvivenza. In secondo luogo, il richiamo finale di Francesco è sui valori evangelici e sul ruolo della Chiesa in questa specifica cultura.
Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea e, a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in Lui […] Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le chiese locali amazzoniche[14].

    Abbiamo analizzato e presentato il discorso del Papa ai popoli dell’Amazzonia perché, a nostro avviso, rappresenta una concretizzazione del delicato rapporto tra Vangelo e cultura espresso nell’Evangelii Gaudium. E’ alla fine che Francesco annuncia il Vangelo, dopo essersi, per così dire, aperto il varco con una serie di agganci culturali con i popoli locali, richiamando l’attenzione su quanto andava dicendo. Il Papa si è sporcato le mani, si è immerso nella cultura del popolo per farsi riconoscere. Non c’è stato un discorso cattedratico, con l’esplicitazione di una dottrina e la richiesta di ascoltare e basta. Al contrario, quello che il Papa ha presentato è il cammino del Vangelo che apre le porte dei cuori e delle coscienze creando delle sintonie, facendo appello alla comune umanità[15]. Solo incarnandosi, che in questo caso specifico significa conoscere la cultura dell’altro, è possibile aprire i cuori all’annuncio del Vangelo, anche nella consapevolezza che non è detto che il metodo abbia successo, come del resto è accaduto nel caso del discorso di Paolo all’Areopago di Atene citato sopra.
    La comunità in uscita non può, dunque esimersi di mettersi in ascolto delle culture, degli stili di vita, delle espressioni esistenziali degli interlocutori che incontra nel cammino e ai quali desidera annunciare con gioia la Buna novella. E’ un modo per ricordarsi che lo Spirito Santo è sempre all’opera e continuamente ci precede. Si tratta allora, del delicato lavoro di ascolto per non correre il rischio di considerare negativo ciò che lo Spirito ha già operato di buono nelle culture, in quel processo frettoloso che vuole semplicemente impiantare qualcosa, senza prima prendersi il tempo di accompagnare, ascoltare e valorizzare ciò che di buono incontriamo.



[1] Molto interessante, a questo proposito, la prolusione che mons. Gianfranco Ravasi ha tenuto alla Facoltà Teologica del Triveneto il 28 marzo del 2018, in occasione del Dies academicos. Si trova in: http://www.fttr.it/wp-content/uploads/2017/03/Fttr-dies2017-RAVASI.pdf. Sul tema Vangelo e Cultura di Papa Francesco valgono le citazioni riportate nel paragrafo della Chiesa Popolo di Dio

[2] Valgono a questo proposito, le profonde riflessioni di Francesco ancora sul Vescovo Toribio il quale, nelle sue visite pastorali, volle arrivare non solo all’altra riva geografica, ma anche culturale. “Fu così che promosse on molti mezzi un’evangelizzazione nella lingua nativa. Con il terzo Concilio di Lima dispose che i catechismi fossero tradotti in quechua e in aymara. Spinse il clero a conoscere e studiare la lingua dei loro fedeli per poter amministrare i sacramenti in modo comprensibile” (ivi, n. 2).
[3] Lo stesso concetto Francesco lo ribadisce nel discorso ai partecipanti alla plenaria del pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del 29 settembre 2017, in cui afferma che: “Da ogni popolo verso cui andiamo emerge una ricchezza che la Chiesa è chiamata a riconoscere e valorizzare per portare a compimento l’unità di tutto il genere umano di cui è segno e sacramento (cfr. Lumen Gentium 1) […] La ricchezza che proviene alla Chiesa dalla molteplicità di buone tradizioni che i singoli popoli possiedono è preziosa per verificare l’azione della grazia che apre il cuore ad accogliere l’annuncio del Vangelo”

[4] Cfr. in modo particolare il documento della Commissione Teologia Internazionale, Fede e inculturazione, 1989. Il testo italiano si trova in Civiltà Cattolica 140 (1989), I,158-177. Sempre sul tema interessanti anche le riflessioni del gesuita brasiliano MIRANDA, M.F., Inculturazione della fede. Un approccio teologico, Queriniana, Brescia 2002
[5] Dal discorso di Papa Francesco ai nuovi vescovi ordinati nel corso dell’ultimo anno del 14 settembre 2017: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/september/documents/papa-francesco_20170914_nuovi-vescovi.html

[6] Cfr. in modo particolare: E., MAZZA, La mistagogia. Le catechesi liturgiche della fine del IV secolo e il loro metodo, Edizioni Liturgiche, Roma 1989
[7] Cfr. in modo particolare: J.M.,VIGIL, «Il paradigma pluralista e i compiti della teologia. Verso una rilettura pluralista del cristianesimo», in Concilium 1 (2007) 41-51; L. BOFF, Il Cristo cosmico è più grande di Gesù di Nazaret?, in Concilium 1 (2007) 74-83
[8] Cfr. J., RATZINGER,  Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Ed. Cantagalli, Siena 2003
[9] Lo sostiene, tra gli altri, anche R., CANTALAMESSA, Dal Kerygma al dogma. Studi sulla cristologia dei Padri, Vita e Pensiero, Milano 2006
[11] Ivi, p. 3
[12] Sul concetto di Ben vivere cfr.: A., ACOSTA, «El “buen vivir” para la construcción de alternativas», Conferencia en el Encuentro Latinoamericano del Foro Mundial de Alternativas, 2008; BENALCAZAR,C., El buen vivir, más allá del desarrollo: la nueva perspectiva constitucional, 2008.06.11, en: América Lati tina en Movimiento, ALAI. [http://alainet.org/active/24609&lang=es]; O.,SALAZAR,  El principo del buen vivir o Sumak Kawsay como fundamento para el decrecimiento económico, in: Cuadernos de Filosofía Latinoamericana, Vol. 36 / No. 113 / 2015 / pp. 83-99; HOUTART, F., «El concepto de sumak kawsai (buen vivir) y su correspondencia con el bien común de la humanidad», in: ALAI, América Latina en Movimiento 2011-06-02, http://www.dhl.hegoa.ehu.es/ficheros/0000/0738/15._El_concepto_de_sumak_kawsai.pdf

[13] Ivi, p. 3
[14] Ivi, p. 5
[15] Lo stile di Papa Francesco presentato in questo contesto, mi sembra molto in sintonia con lo stile dialogico del Concilio Vaticano II così come lo presenta il teologo Theobald. Non a caso l’autore, nel primo capitolo del libro, fa riferimento proprio a Papa Francesco sulla questione dello stile. Cfr. C., Theobald , L’avvenire del Concilio. Nuovi approcci al Vaticano II, cit. p. 31