mercoledì 31 dicembre 2025

La proposta post-umanista di Leonardo Caffo




 Paolo Cugini


Il filosofo italiano Leonardo Caffo afferma che il postumano contemporaneo non è fantascienza tecnologica, ma un progetto etico che parte dalla critica dello specismo e dell’antropocentrismo per ripensare l’umanità come fragile, limitata e in relazione con gli altri viventi (Caffo, 2017, p. 82). L’autore propone una trasformazione dello sguardo umano su animali, tecnica e pianeta, invitando a costruire un postumanesimo dei limiti, in cui la rinuncia a dominare diventa la condizione stessa di una nuova forma di progresso.​

Il volume è relativamente breve, ma densissimo, ed è diviso in due parti principali: Trasformazione e Speciazione. Questa struttura accompagna il lettore dalla diagnosi del presente (critica dello specismo e dell’antropocentrismo) alla proposta positiva di un nuovo assetto etico postumano.​ L’Introduzione chiarisce che il postumano contemporaneo è “anticipazione di uno stato di cose future” (Caffo, 2017, p. VIII) che ha già le sue cause nel presente, soprattutto nei rapporti con gli animali e nella tecnica. Caffo rifiuta la versione puramente tecnologica del postumano (cyborg, immortalità, potenziamento), sottolineando che il vero nodo è etico e politico.​ La proposta, dunque, è quella di un cammino di decostruzione (Caffo cita esplicitamente Deridda), che consiste: “nello spogliare un problema senza preoccuparsi del suo vestito nuovo” (Caffo, 2017, p. IX).

La prima parte, Trasformazione, discute la prima trasformazione come rovesciamento del nostro sguardo specista sul mondo, una sorta di pillola dell’antispecismo, che rende visibile il mattatoio nascosto della società contemporanea.​ La seconda parte, spesso individuata come Speciazione, sviluppa l’idea di una nuova forma di umanità che accetta il limite, rinuncia all’idea di dominio assoluto e si pensa dentro una costellazione di vite e di ambienti, non sopra di essi.​

Trasformazione

La sezione iniziale ruota attorno al concetto di specismo, definito come discriminazione sistematica delle altre specie in favore dell’Homo sapiens, che diventa il motore nascosto dell’economia e della nostra organizzazione sociale. Caffo richiama il termine elaborato da Richard D. Ryder (Caffo, 2017, p. 7), collegandolo però alle forme concrete di sfruttamento: allevamenti, industria alimentare, vestiario, intrattenimento e sperimentazione scientifica, tutti elementi che strutturano il nostro quotidiano.​

Nelle pagine iniziali della prima parte l’autore insiste sul fatto che il mondo sociale, se guardato attraverso la pillola dell’antispecismo, appare come un mattatoio, dove la morte senza senso degli animali è normalizzata e resa invisibile.

Ci siamo dimenticati che non siamo da soli. Lo specismo è il motore dell’economia: con gli animali, e con ciò che resta dei loro corpi, produciamo letteralmente qualsiasi cosa […]. Quindi gli animali sono ovunque, ma noi non possiamo vederli, perché, banalmente, li abbiamo nascosti: lo specismo è anche un nascondimento (Caffo, 2017, p. 9-10).

Questo cambio di sguardo non è una semplice presa di coscienza morale, ma una vera trasformazione ontologica del modo in cui l’umano si colloca nel mondo.​ L’asse etico della prima trasformazione consiste nello smontare l’idea che il pianeta sia casa nostra nel senso di proprietà esclusiva. Caffo afferma che l’umanità specista si è convinta che il pianeta è nostro, costruendo una cornice ideologica che giustifica ogni forma di sfruttamento. Senza la cornice dello specismo, sostiene, l’antropocentrismo non avrebbe la forza di orientare e legittimare la nostra pratica quotidiana di dominio.​ In questa prima parte si delinea un primo profilo dell’antropocentrismo come sguardo povero di mondo, che riduce la diversità del vivente ad arredo e sfondo dell’esperienza umana. Il vivente non umano compare, così, come semplice risorsa o figura decorativa, e non come soggetto di una propria storia o portatore di un proprio mondo esperienziale.​ “Lo specismo è un uso della ragione come virtù non indifferente: l’umano parla, l’animale no; l’umano pensa, l’animale no; L’umano è autocosciente, l’animale no” (Caffo, 2017, p.14). La ragione come caratteristica distintiva dell’umano è uno dei paradossi ingannevoli dello specismo, perché provoca una lettura distorta non solo della realtà, ma anche di ciò che è umano.

Un nodo centrale del libro è il confronto con tradizioni filosofiche che esaltano il superuomo, la forza e la volontà di potenza, assunte talvolta come modelli di emancipazione. Caffo cita in modo critico la figura del rapace e del giovane dominatore che deve imparare il senso del dominio, immaginando una gioventù terribile e pronta a schiacciare ogni limite.​

In un passaggio significativo del libro, l’autore fa riferimento a un discorso in cui si invoca un’educazione alla predazione, alla vittoria a ogni costo, alla cancellazione della paura della morte. Questa retorica, che echeggia tanto Nietzsche quanto derive politiche novecentesche, rappresenta per Caffo la versione estrema dell’antropocentrismo armato e violento.​ Caffo sottolinea che buona parte del nostro antropocentrismo quotidiano si fonda sull’umanizzazione della diversità animale, cioè sulla proiezione di schemi umani (volontà, desiderio, intenzione) in forme di vita che restano comunque aliena alla nostra esperienza. Invece di riconoscere l’alterità radicale degli animali, si applica una sorta di uomo vitruviano alla teoria della mente, misurando ogni altro vivente sui parametri umani.​ Questo processo violento segna profondamento il discorso etico:

Le grandi sfide etiche che caratterizzano il presente, dall’ecologia profonda fino al femminismo radicale che giustamente vuole debellare definitivamente la posizione di inferiorità della donna in molte delle società contemporanee, hanno tutte lo stesso limite: ciò che non è umano, semplicemente, è assente. Lo specismo è il limite di ogni morale (Caffo, 2017, p, 16).

In questo quadro, il postumano contemporaneo non è un semplice oltre l’umano in senso potenziante, ma un contro questa tradizione di dominio, che ha trasformato la superiorità di specie in destino politico e culturale. L’idea di superuomo viene così ripensata non come intensificazione della potenza, ma come abbandono della centralità violenta dell’Homo sapiens.​ Dinanzi a questo quadro, che sembra essere senza ritorno, Caffo propone un cammino in cui si dovrebbero realizzare tre trasformazioni.

La prima trasformazione è l’asse etico, che dovrebbe condurci a guardare la realtà con occhi nuovi. “Finché è come specie umana che ci pensiamo, senza comprendere che ogni vivente è innanzitutto una monade che affaccia sull’esterno, il cantiere resterà aperto” (Caffo, 2017, p. 26). In questo cammino occorre stare attenti a non rimanere intrappolati nelle griglie concettuali elaborate dall’antropocentrismo. Se lo specismo, infatti, è una narrazione positiva, perché ci invita a fare quello che volgiamo senza curarci della sorte degli animali, dall’altra parte l’anti-specismo propone una narrazione esclusivamente negativa. Secondo Caffo, abbiamo bisogno di conoscere un mondo possibile alternativo rispetto a quello che viene criticato.  

La seconda trasformazione è sempre nell’ordine del cammino di decostruzione. C’è stato, infatti, un processo d’identificazione indebita dell’Homo sapiens con l’essere, che conduce, come logica conseguenza, a spostare nel piano del non-essere tutto ciò che non appartiene all’indebita identificazione. È necessaria, dunque, una trasformazione di tipo metafisico, che sappia tener conto anche dell’apporto conoscitivo di altre culture, come quella orientale che: “convive da secoli con questa credenza secondo cui la natura differenzi quantitativamente ma mai qualitativamente” (Caffo, 2014, p. 37). È un passaggio che ci conduce ad un decentramento, che ci sposta vero la periferia. Se facciamo saltare il centro, salta anche qualsiasi possibilità di discriminazione locale: “non solo l’umano come ideale, ma anche l’ideale di umano, diventano simboli di un passato superato” (Caffo, 2017, p. 39).

Infine, la terza trasformazione passa attraverso l’asse scientifico, che a partire dalle intuizioni di Darwin, riconsidera il tema delicato posto dal creazionismo. Questa ultima trasformazione consegna un uomo non creato, nemmeno creatore e, di conseguenza, non dominatore come è avvenuto nella storia non solo occidentale. “Non provenire dai cieli, ma provenire dalle viscere della terra, cambia radicalmente la postura filosofica con cui ci troviamo ad osservare la realtà” (Caffo, 20217, p. 49). Siamo stranieri migranti provenienti da un luogo sconosciuto, addentrandoci in un tempo limitato che condividiamo con tutte le altre forme di vita. In questa nuova prospettiva, molto simile alle indicazioni della fisica quantistica, la filosofia si apre a ciò che c’è fuori di noi, piante e animali. Forse, conclude Caffo, la nuova metafisica è l’ecologia. “Il postumano inizia da qui, dalla presa di coscienza di un fallimento: il nostro corpo, ora spogliato dai suoi tre falsi abiti, è pronto alla mutazione definitiva, la trasformazione finale” (Caffo, 2017, p. 51).

Speciazione

La seconda parte del libro, indicata come Speciazione, sposta l’attenzione dalla critica del presente alla costruzione di una possibile umanità futura. Il postumano contemporaneo è definito come configurazione in cui l’umano si ridisegna accettando la propria fragilità, l’interdipendenza con gli altri viventi e un rapporto non predatorio con la tecnica.​ Caffo afferma che il postumanesimo che difende è “comprensione della positività del concetto di limite” (Caffo, 2017, p.56): fermarsi, quando andare avanti equivarrebbe a violenza, diventa l’unico vero modo di progredire. I limiti non sono barriere da abbattere, ma risorse che permettono di evitare nuove forme di dominio, soprattutto sui più vulnerabili, umani e non umani (Caffo, 2017, p.58).​

L’autore distingue il suo postumano da versioni tecno-utopiche del postumanesimo e del transumanesimo che puntano al potenziamento illimitato, all’ibridazione totale uomo-macchina o alla fuga dalla condizione mortale. Invece di superare la morte e la fragilità, il postumano contemporaneo assume questi aspetti come costitutivi della nostra collocazione nel mondo e li integra in un’etica della responsabilità e della cura.​ Qui diventa centrale il riferimento a un realismo post-antropocentrico: il mondo esiste indipendentemente da noi, ma ciò che conosciamo è sempre l’interazione fra soggetto e oggetto che chiamiamo ambiente. Ogni forma di vita osserva la realtà secondo la propria dotazione cognitiva, e ciononostante esiste una sola realtà da interpretare, motivo per cui realismo ed ermeneutica risultano inscindibili.​

La seconda parte del testo di Leonardo Caffo, si apre con la proposta di un percorso in sette tappe per definire la pars construens del suo pensiero, proponendo il postumano contemporaneo non come una metafora, ma come una vera e propria nuova specie biologica che si distacca dall'Homo Sapiens. “Il postumano come opera aperta si contrappone, per principi e parametri, all’umano come opera chiusa dell’umanesimo: è la più grande mutazione che la nostra specie sta per subire” (Caffo, 2017, p. 56).

Le tappe fondamentali descritte nel testo includono:

a.       Definizione di postumano contemporaneo: Il postumano è inteso come un sostantivo che identifica una specie già esistente, caratterizzata da un cambiamento di abitudini e adattamento biologico in risposta alla crisi ambientale e al sovraffollamento.

b.      Una nuova etica: Il passaggio verso una condotta che supera l'antropocentrismo, basata sulla consapevolezza che l'uomo non è superiore agli altri esseri viventi.

c.       Una nuova arte dell'interpretazione: Una revisione ermeneutica del mondo che non metta più il soggetto umano al centro di ogni significato.

d.      Teoria dell'anticipazione (Arte e Architettura): L'uso delle discipline creative per prefigurare e costruire i futuri spazi di vita della nuova specie.

e.       Una politica della specie: Una riflessione su come organizzare la convivenza oltre i confini della nazione o della classe, guardando alla specie come unità politica.

f.        Evoluzione e Speciazione: L'analisi del processo di speciazione in atto, dove una parte dell'umanità abbandona i tratti distruttivi del Sapiens per sopravvivere.

g.       L’ibridazione: La tappa finale che sintetizza il superamento del dominio umano a favore di un'esistenza integrata e consapevole della propria fragilità all'interno dell'ecosistema. 

Queste tappe (Caffo, 2017, p. 56-87) servono all’autore per dimostrare che il postumano è già qui e si manifesta attraverso chi sceglie di vivere in modo non antropocentrico. La proposta della settimana tappa vale la pena essere ripresa. Caffo sostiene un’ibridazione debole, distanziandosi in modo netto dalle ibridazioni forti del postumano tradizionale.

L’ibridazione debole è l’immagine della vita come una retta reale, un insieme totalmente ordinato (densamente ordinato) in cui tra due estremi dell’insieme di punti c’è sempre un terzo elemento compreso fra i primi due; tale retta che è la vita non ha buchi, perché è essenzialmente una struttura (Caffo, 2017, p. 87).

Ciò che l’autore intende sostenere è che la sua proposta non è in linea con le tesi di quel postumanesimo radicale che sfocia nel transumanesimo, proponendo delle ibridazioni che tendono a favorire ogni tentativo di togliere dall’umano ciò che sino ad ora lo ha caratterizzato, vale a dire la sofferenza, il dolore, la morte. Il titolo Fragile umanità indica una linea teorica precisa: non un’umanità da potenziare fino all’invulnerabilità, ma un’umanità che riconosce la fragilità come condizione condivisa con altri viventi e come fondamento di un nuovo ethos. La fragilità non è difetto da correggere, bensì chiave per disattivare il dispositivo specista e antropocentrico che ha giustificato finora il dominio sull’alterità animale e naturale.​ Nelle pagine finali Caffo insiste sul fatto che il postumanesimo dei limiti non è un ritorno nostalgico al passato, ma una forma diversa di futuro, in cui la tecnica è ripensata in funzione della riduzione della violenza e non dell’aumento della potenza. Fermarsi di fronte alla possibilità tecnica di sfruttare o potenziare senza limiti è presentato come gesto politico ed etico radicale, non come rinuncia conservatrice.​

Il libro si chiude lasciando intravedere un progetto filosofico più ampio, in cui antispecismo, critica del capitalismo estrattivo e postumanesimo si intrecciano nel tentativo di disegnare una nuova specie di umanità, capace di abitare il pianeta senza pretenderne il possesso assoluto. In questo senso, la fragile umanità è tanto diagnosi del presente quanto programma per una trasformazione futura, collocata a cavallo tra etica animale, filosofia politica e teoria critica della tecnica.

 

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