martedì 13 gennaio 2026

Oltre l’umanesimo: la svolta postumana secondo Rosi Braidotti

 



 

Paolo Cugini

 

L’opera di Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, rappresenta una riflessione fondamentale per capire come le trasformazioni contemporanee stiano ridefinendo i concetti di umano, soggettività e alterità. Attraverso un’analisi critica delle radici storiche dell’umanesimo e delle sue crisi, Braidotti indaga le potenzialità di una nuova etica postumana, capace di includere il non umano e di decostruire i dualismi che hanno segnato la modernità occidentale.

L’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è posta da Braidotti come emblema della dottrina umanista: “simbolo della dottrina dell'umanesimo che interpreta il potenziamento delle capacità umane biologiche, razionali e morali alla luce del concetto di progresso razionale, orientato teleologicamente” (Braidotti 2014, p. 17). Questo ideale, però, secondo l’autrice, non si limita a plasmare individui, ma anche culture intere, ponendo standard e normatività che tendono ad escludere ciò che non vi rientra. L’umanesimo, storicamente: “si è sviluppato come un modello di civilizzazione che ha plasmato un'idea di Europa coincidente con i poteri universalizzanti della ragione autoriflessiva” (Braidotti 2014, p. 17) e ha alimentato i destini imperiali della Germania del diciannovesimo secolo, della Francia e soprattutto della Gran Bretagna. Questo paradigma eurocentrico si basa sulla dialettica tra sé e altro, sulla logica binaria dell’identità e dell’alterità, costituendo il motore della logica culturale dell’umanesimo universale.

La riduzione dell’umano a un modello normativo, sostiene Braidotti: è “una delle chiavi per comprendere come siamo arrivati alla svolta post umana” (Braidotti 2014, p. 18). La crisi dell’umanesimo, ormai un dato scontato, si manifesta anche nelle reazioni dei grandi movimenti del Novecento come fascismo e comunismo che: “rifiutano esplicitamente e implicitamente i principi fondamentali dell’umanesimo europeo” (Braidotti 2014, p. 21). Nasce così l’antiumanesimo, il grido di battaglia di quella generazione di pensatori radicali che più tardi sarebbe stata famosa in tutto il mondo come generazione post strutturalista. L’individualismo stesso non è innato, ma una formazione discorsiva specifica dal punto di vista storico e culturale, una formazione che sta divenendo sempre più problematica.

Secondo Braidotti, il pensiero postcoloniale afferma che “se l'umanesimo ha dopotutto un futuro questo proviene dal di fuori del mondo occidentale e supera i limiti dell’eurocentrismo” (Braidotti 2014, p. 29). In parallelo, i filosofi post-strutturalisti francesi perseguirono lo stesso obiettivo di quelli post coloniali attraverso strade e mezzi differenti. L’antiumanesimo, dunque, diventa “un'importante risorsa per il pensiero postumano” (Braidotti 2014, p. 29), pur senza essere l’unica strada per questa svolta. L’umano dell’umanesimo, infatti,

non è un’ideale né una statica media obiettiva o un mediatore necessario: l’umano è una convenzione normativa, non intrinsecamente negativa, ma con un elevato potere regolamentare e dunque strumentale alle pratiche di esclusione e discriminazione (Braidotti 2014, p. 30).

Braidotti propone di superare il soggetto unitario umanista, comprese le sue varianti socialiste, sostituendolo con un soggetto più complesso e relazionale, caratterizzato principalmente dall'incarnazione, dalla sessualità, dall’affettività, dall’empatia e dal desiderio. La consapevolezza dell’instabilità delle narrazioni dominanti diventa il punto di partenza per elaborare nuove forme di resistenza adatte alla struttura policentrica e dinamica del potere contemporaneo. La micro-politica che ne deriva, riflette la natura complessa e nomadica dei sistemi sociali contemporanei e dei soggetti che li abitano.

Il femminismo postmoderno, secondo Braidotti, “rifiuta le identità unitarie modellate sull’ideale umanista, normativo ed eurocentrico di quest’uomo ben definito” (Braidotti 2014, p. 31). L’anti-umanesimo prende così “le distanze dallo schema di pensiero dialettico dove la differenza o l’alterità hanno svolto un ruolo costitutivo” (Braidotti 2014, p. 31), evidenziando come la dialettica negativa abbia prodotto forme di sapere parziale circa questi altri. La questione ecologica e ambientalista diventa fondamentale nella riconfigurazione postumana, che vede un profondo sentimento di interconnessione tra il sé e gli altri, inclusi gli altri non umani e gli altri della terra. Quest’ottica si nutre del rifiuto dell’individualismo autocentrato, proponendo un nuovo modo di combinare gli interessi personali con il benessere di un’intera comunità, a partire dalle interconnessioni ambientali. L’etica postumana propone dunque un profondo sentimento di interconnessione tra il sé e gli altri, inclusi i non umani e gli altri della terra, attraverso la rimozione dell’ostacolo rappresentato dall’individualismo autocentrato.

Braidotti sottolinea la necessità di ripensare la sessualità oltre il genere: «In termini di politica femminista […] occorre ripensare la sessualità senza i generi, cominciando proprio con la ripresa vitalista della struttura polimorfa e, secondo Freud, perversa, della sessualità umana.» Il genere è visto come «meccanismo storico e contingente di cattura delle molteplici potenzialità del corpo, incluse le sue capacità generative e riproduttive». Sperimentare con la resistenza e l’intensità serve a riscoprire «cosa possono i nostri corpi postumani» ((Braidotti 2014, p. 99). p. 103).

Critica al modello antropocentrico

L’analisi di Braidotti evidenzia come il modello di uomo universale sia stato criticato:

 a causa della sua parzialità. Quest’uomo universale, infatti, coincide implicitamente solo con il maschio, bianco, urbanizzato, parlante un linguaggio standard, eterosessuale inscritto nell’unità riproduttiva base, cittadino a pieno di una comunità politica riconosciuta (Braidotti 2014, p. 69).

Il post-antropocentrismo, invece, destituisce il concetto di gerarchia tra le specie e il modello singolare e generale di uomo come misura di tutte le cose. Emergono, così, nuove etiche relazionali e la necessità di ripensare le interazioni tra umano e animale, superando i dualismi gerarchici. Braidotti analizza la soggettività postumana come “materialista e vitalista, incarnata e integrata, saldamente collocata in luoghi precisi, secondo la politica femminista della collocazione” (Braidotti 2014, p. 55). È una soggettività capace di auto-organizzazione, cruciale al fine di elaborare strumenti critici adatti alla complessità e alle contraddizioni dei nostri tempi.

In questa prospettiva, il vitalismo materialista:

ci aiuta a dare un senso alla dimensione esterna che di fatto coinvolge l’interno del soggetto come segno interiorizzato delle vibrazioni cosmiche. Esso costituisce inoltre il nocciolo della sensibilità postumana che mira al superamento dell’umanesimo” (Braidotti 2014, p. 59).

 Il pensiero di Braidotti invita a superare i confini dell’umanesimo tradizionale per abbracciare una prospettiva postumana, che valorizza le relazioni, l’interconnessione tra i viventi e la responsabilità collettiva. In questa visione, abbiamo bisogno di assumere le conseguenze della condizione postumana nel senso del tramonto dell’umanesimo al fine di sviluppare solide fondamenta per la soggettività etica e politica. La sfida, oggi, è costruire una soggettività degna del presente, capace di affrontare le contraddizioni e le complessità della tarda modernità globalizzata.

La filosofa mette in discussione le strategie di inclusione dell’umanesimo classico, sottolineando e, allo stesso tempo, smascherando, come l’estensione dei privilegi umanisti ad altre categorie – animali, macchine, forme di vita non umane – non sia mai una mossa puramente generosa. Al contrario, l'estensione dei privilegi dei valori umanisti alle altre categorie difficilmente può essere considerata una mossa generosa e disinteressata, più facilmente come il tentativo di rendere produttiva tale inclusione. Sostenere il legame vitale tra esseri umani e altre specie non è solo necessario, ma anche utile. L’attribuzione del principio di uguaglianza morale e giuridica agli animali, pur essendo apparentemente nobile, resta intrinsecamente difettoso perché non si tratta semplicemente di estendere diritti ma di ripensare la natura stessa delle relazioni: “È un rapporto di trasformazione o di simbiosi che essi ibrida e altera la natura di ciascuno per porre in primo piano i motivi centrali della loro interazione” (Braidotti 2014, p. 83).

Braidotti riscopre la lezione spinoziana, ma ne sposta il significato rispetto alle interpretazioni materialiste e laiche di Deleuze, Guattari, Foucault: “Il concetto di Spinoza di unità tra mente e corpo è impiegato invece al fine di sostenere la convinzione che tutta la vita si assapora e che gli sia dovuto il più grande rispetto” (Braidotti 2014, p. 89). L’approccio olistico, dunque, serve a fondare un’etica della relazione e dell’immanenza che travalica le barriere specie-specifiche.

La centralità della tecnologia è uno dei cardini dell’analisi braidottiana: “La questione della tecnologia è centrale per la condizione post antropocentrica” (Braidotti 2014, p. 93) e la relazione tra umano e tecnologia ha toccato livelli senza precedenti di prossimità e interconnessione. Secondo Braidotti,

la condizione post umana è tale da costringere allo slittamento delle linee di demarcazione tra le differenze strutturali o tra le categorie ontologiche, ad esempio tra l'organico e l'inorganico, l'originale e il manufatto, la carne e il metallo, i circuiti elettronici e i sistemi nervosi organici (Braidotti 2014, p. 93).

In questa prospettiva, la nuova soggettività postumana si fonda su un uso sperimentale e relazionale della tecnologia e la mediazione tecnologica è centrale per la nuova visione della soggettività postumana perché costituisce il terreno per nuove rivendicazioni etiche. L’immanenza consente di rispettare il legame di mutua dipendenza tra i corpi e gli altri tecnologici, evitando al contempo il disprezzo per la carne e la fantasia transumanista di abbandonare la materialità finita del sé incarnato. La fusione di umano e tecnologico dà vita a un nuovo composto trasversale, una unità eco-filosofica simile alla simbiosi animale-habitat: «Questo processo è ciò che io chiamo post antropocentrismo post umanista. Esso implica una presa di distanza radicale dalle nozioni di razionalità morale, identità unitaria, coscienza trascendentale e valori morali innati e universali» (Braidotti 2014, p. 97).

L’attenzione si sposta sulle strutture relazionali, sulle connessioni trasversali materiali e simboliche la trasversalità, concretezza, legalitarismo Zoe-centrato come etica e metodo per rendere conto delle forme alternative della soggettività postumana. L’etica postumana è, quindi, basata sul primato della relazione, dell’interdipendenza e sulla valorizzazione della vita come zoe, forza generativa immanente. Nel capitalismo biopolitico avanzato, secondo Braidotti, il controllo si estende a tutte le forme di vita: «Il capitalismo contemporaneo è biopolitico poiché mira a controllare tutte le forme di vita… è già evoluto in una sorta di biopirateria» che sfrutta la potenza generativa di donne, animali, piante, geni, cellule (Braidotti 2014, p. 99). L’ingegneria genetica e le biotecnologie producono uno sconvolgimento abitativo concettuale, riducendo i corpi a superficie informazionale in termini di materialità e capacità vitali, spostando i segni dell’organizzazione delle differenze nei microelementi della materialità d’Italia, quali le cellule degli organismi viventi e il codice genetico di intere specie. Il panorama postumano non è necessariamente più libero o giusto:

Tale panorama politico postumano non è necessariamente più egualitario o meno razzista ed eterosessista, visto il suo impegno a sostenere ruoli di genere conservatori e valori familiari, anche a costo di proiettarli su specie intergalattiche e aliene (Braidotti 2014, p. 101).

 La tecno-cultura può destabilizzare gli assi categoriali della differenza» e condurre a nuovi picchi necro politici; emergono anche tendenze come la tecno trascendenza, intrecciata all’individualismo liberale e orientato al profitto, che caratterizza l’immaginario del capitalismo avanzato.

La condizione postumana determina una ridefinizione delle priorità delle scienze umane, chiamate a confrontarsi con identità non unitarie e alleanze multiple. La crisi epistemologica si accompagna a nuove sfide globali, multiculturali, interdisciplinari. L’università contemporanea, secondo Braidotti, deve ridefinirsi «nei termini di una rinnovata relazione con le città globali dove è situata» ((Braidotti 2014, p. 99). p. 184). La postumanità, in Braidotti, non è un orizzonte distopico, ma uno spazio di possibilità, un invito a ripensare sé e il mondo, la vita e la morte, la tecnologia e il corpo, le relazioni e le etiche. La chiave è la trasversalità delle relazioni, la concretezza delle connessioni e la valorizzazione della differenza come potenza generativa. Lungi dall’essere una semplice inclusione delle alterità, si tratta di una profonda metamorfosi dei nostri modi di essere al mondo e di vivere insieme, oltre l’individuo, la specie, la morte.

 

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