venerdì 7 febbraio 2025
giovedì 6 febbraio 2025
I vescovi dell’Amazzonia preparano uno spazio di ascolto e sinodalità
Paolo Cugini
Il 13 e 14 gennaio si è riunito a Lima, in Perù, il Comitato organizzatore dell’“Incontro dei vescovi dell’Amazzonia” per delineare i dettagli di un incontro, che si terrà a Bogotà, in Colombia, dal 17 al 20 agosto 2025.
L’incontro, che si svolgerà presso la sede del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi (CELAM), ha come obiettivo quello di valutare i risultati del Sinodo amazzonico del 2019 e di affrontare le sfide che la regione deve affrontare nel quadro della sinodalità.
All'incontro hanno partecipato vescovi delegati delle conferenze episcopali che compongono il Bioma Amazzonico, rappresentanti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, teologi e membri della Segreteria Esecutiva della Conferenza Ecclesiastica dell'Amazzonia (CEAMA). Insieme hanno ribadito l'impegno della Chiesa nei confronti degli oltre 340 popoli indigeni, nonché delle comunità rivierasche, quilombolas e urbane, distribuite in 105 diocesi nei nove paesi che compongono l'Amazzonia.
Durante l'incontro è stata definita una metodologia per raccogliere le prospettive dei vescovi, sia nella preparazione precedente che durante l'incontro di Bogotà. Questo processo culminerà nell'elaborazione di un documento-guida che riassuma i risultati conseguiti dal Sinodo amazzonico, le sfide attuali e le proposte per rafforzare il ministero episcopale in chiave sinodale.
I temi che guideranno le riflessioni saranno: I frutti e le sfide derivanti dal cammino sinodale; l’esperienza della sinodalità in Amazzonia; strategie affinché la CEAMA sostenga i vescovi nel loro lavoro pastorale e nella protezione della nostra Casa Comune.
Secondo quanto pubblicato dal CEAMA, si prevede che lo spazio dedicato all'incontro dei vescovi riprenderà le discussioni dei recenti sinodi, chiedendosi: "Quali traguardi sono stati raggiunti e quali sfide restano? Come si vive la sinodalità in Amazzonia? “Come può la CEAMA sostenere il ministero episcopale verso una maggiore sinodalità?”
La prossima Assemblea dei vescovi sarà anche l'occasione per la CEAMA di valutare il suo percorso e rafforzare la sua missione di articolatore degli sforzi pastorali nella regione. Sarà anche uno spazio per rafforzare la comunione tra le autorità ecclesiastiche e per proseguire l'opera di evangelizzazione, di giustizia sociale e di cura del creato.
Fonte: Amerindia
https://www.amerindiaenlared.org/contenido/25885/obispos-de-la-amazonia-preparan-un-espacio-de-escucha-y-sinodalidad/
domenica 2 febbraio 2025
Il Forum dell'Acqua rafforza la campagna umanitaria a Manaus
Paolo Cugini
Il 26 e 27 gennaio, diverse organizzazioni hanno distribuito acqua potabile e cibo a due comunità rivierasche nei pressi di Manaus: Jatuarana e São Francisco do Mainã. L’iniziativa fa parte della campagna “L’acqua è vita, dona vita”, annunciata in una conferenza stampa presso il Centro di formazione dell’arcidiocesi di Manaus. Durante la campagna sono stati distribuiti 8.100 litri di acqua potabile e 170 cesti di generi alimentari di base, donati da diverse località dell'Amazzonia.
L'iniziativa mira a far fronte alla grave crisi idrica che ha colpito le comunità rivierasche, le popolazioni indigene e la popolazione della periferia di Manaus. La campagna è nata dall'unione del Movimento delle persone colpite dalle dighe (MAB) e della Caritas arcidiocesana di Manaus, unendo gli sforzi di diverse istituzioni come l'Amazonas Water Forum. Oltre a queste istituzioni, la campagna ha avuto il sostegno dei collettivi Levante Popular da Juventude, Unione dei Lavoratori del Tribunale del Lavoro, Osservatorio Socio-Ambientale Encontro das Águas, Collettivo delle Donne nell'Educazione, Alternativo de Petrópolis, Favelafro, Cria Visu e i gesuiti del Brasile.
Il cambiamento climatico ha aumentato la vulnerabilità di migliaia di famiglie in Amazzonia, peggiorando la scarsità di risorse essenziali, tra cui l'approvvigionamento di acqua potabile. La devastazione dell'ambiente causata dal modello economico capitalista ha reso difficile per i poveri l'accesso a questi servizi fondamentali. I disastri ambientali causati dallo sfruttamento irrazionale dell'ambiente hanno messo a rischio le condizioni per il mantenimento della vita umana sul pianeta. La ricerca sbilanciata del profitto non lascia spazio a riflessioni approfondite o alla creazione di organizzazioni sociali sostenibili dal punto di vista ambientale.
L'approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari sono diritti fondamentali riconosciuti dalle Nazioni Unite nel luglio 2010, ma in Amazzonia e in altre regioni del Brasile costituiscono ancora servizi inaccessibili per una parte significativa della popolazione, con i settori più colpiti che sono le popolazioni delle periferie urbane. , comunità indigene, rivierasche e quilombola. La cultura della disuguaglianza insita nella società contemporanea impedisce l'attuazione di azioni efficaci per la trasformazione sociale, che vadano a vantaggio della comunità nel suo insieme.
La sottomissione di questi servizi alle logiche di mercato è stata criticata da diverse comunità, movimenti sociali, ambientalisti e accademici, poiché le elevate tariffe imposte dalle aziende di servizi igienico-sanitari rendono difficile l'accesso alle popolazioni più vulnerabili. L'Amazonas Water Forum ha registrato queste difficoltà nella città di Manaus, dove i servizi idrici e fognari sono stati privatizzati dal 2000. Le azioni del collettivo nelle periferie della città confermano questa situazione, mostrando attraverso le segnalazioni dei residenti la fragilità dei diritti umani nell’essere subordinati agli interessi economici.
Nonostante la ricchezza prodotta a Manaus, la popolazione soffre della mancanza di servizi di base, poiché l'economia non dà priorità alle esigenze delle comunità, ma piuttosto ai ritorni economici. Questa logica si replica anche nella gestione privata dei servizi igienico-sanitari di base. La concessionaria di acqua di Manaus aumenta ogni anno le sue entrate economiche, ma offre servizi precari alla popolazione di Manaus. Questa politica impone una bassa qualità della vita alla popolazione, che soffre per la mancanza di acqua e di servizi igienici. L'azienda, con il consenso delle autorità pubbliche (Municipio, Consiglio comunale), danneggia la salute pubblica e contribuisce alla crisi ambientale, deteriorando i fiumi e i corsi d'acqua della città.
Il collasso ambientale evidenziato dalle attuali catastrofi socio-ambientali dimostra che la razionalità economica che caratterizza il mondo contemporaneo sta conducendo l'umanità verso il baratro, senza lasciare alla società il tempo di reagire. I progetti di sfruttamento dell’ambiente, come l'agroindustria, l'estrazione mineraria, le grandi autostrade, le centrali idroelettriche e l'allevamento estensivo del bestiame, producono conseguenze negative che danneggiano l'ecosistema e ostacolano la continuità dei cicli di vita.
La campagna “L’acqua è vita, dona la vita” ispira atteggiamenti e posizioni sempre più difficili da trovare, perché è guidata da valori quali la solidarietà, la collaborazione, il dialogo, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale, il bene comune. Le organizzazioni coinvolte in questa iniziativa indicano che, nonostante le difficoltà imposte dalla cultura del consumo e dello spreco, è possibile creare società sostenibili, avviando processi di trasformazione che vadano a vantaggio di tutti.
lunedì 20 gennaio 2025
VERSO IL SINODO DEI GIOVANI DELL’ARCHIDIOCESI DI MANAUS

I giovani della parrocchia san Vincenzo de Paoli, dove attuo, partecipando
ad un incontro dell'Archidiocesi di Manaus
Paolo Cugini
È dallo scorso anno che l’archidiocesi di Manaus, capitale dell’Amazzonia, ha lanciato la proposta di sinodo della gioventù, che avrà come momento finale un evento che sarà realizzato nel luglio 2025. Il Sinodo arcidiocesano dei giovani ha come obiettivo principale quello di aiutare i giovani a comprendere il valore del Vangelo nella loro vita, cercando di promuovere l’idea di camminare insieme nella comunione e nella corresponsabilità. Il Sinodo si basa sulla visione della Lumen Gentium, documento del Concilio Vaticano II, che sottolinea la Chiesa come sacramento di unione con Dio e tra gli uomini.
Il Sinodo è visto come un’opportunità per valorizzare le diverse espressioni dei giovani e rinnovare l’impegno nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia in modo rapido è una sfida cruciale per la Chiesa, soprattutto quando cerchiamo di entrare in contatto autentico con i giovani. È essenziale riconoscere la diversità delle culture giovanili e avviare un dialogo profondo con le loro realtà. Ciò richiede una riflessione costante sull’evoluzione delle realtà giovanili e una presenza pastorale inclusiva, empatica e dialogante.
Per fare in modo che il Sinodo raggiungesse le più svariate realtà giovanili presenti sul territorio è stata costituita una commissione mista (di cui ho fatto parte) con giovani, suore, preti, religiosi/e, laici e laiche, con l’obiettivo di elaborare sussidi che potessero arrivare nelle basi in cui attuano, non solo i giovani legati alle parrocchie o ai movimenti, ma anche coloro che non avrebbero rifiutato un coinvolgimento nel nostro camino. E così sono stati preparati sussidi per le comunità delle periferie, per comunità sul fiume e quelle delle aree rurali. Sono stati preparati sussidi anche per i giovani che solitamente non frequentano la chiesa e anche per coloro che frequentano le chiese neopentecostali, che a Manaus sono tantissime. Un materiale specifico è stato preparato per i giovani che provengono dai popoli indigeni e che esigono un approccio particolare: la pastorale indigena dell’archidiocesi ha dato un contributo significativo a questo riguardo. L’idea di base, dunque, che ha portato alla proposta del sinodo dei giovani è stata, da un lato, la presa di coscienza della difficoltà attuale d’incontrare i giovani, in un contesto pastorale che invece ha sempre lavorato molto bene con i giovani; dall’altro la presa di coscienza della necessità di un ascolto autentico della realtà giovanile per capire le nuove strade di evangelizzazione da percorrere.
Riuscire a raggiungere i giovani di una metropoli come Manaus è un compito veramente arduo. Sono molte, infatti, le stratificazioni sociali in cui vivono i giovani in questa metropoli. Un dato importante da ricordare è che Manaus è venuta formandosi ed è ancora in questo processo formativo, attraverso invasioni di terreni che, nel tempo, hanno ingrossato a dismisura le periferie (abito in una di queste) rendendole insicure e poco accessibili a coloro che non sono del posto. Sono queste le zone che vengono prese di mire dal traffico (di droga) per controllare il territorio ed esercitare un potere che contrasta (anche se spesso e volentieri collabora) con la polizia. I giovani che arrivano dalle campagne, dalle comunità del fiume, come quelle della parrocchia di Santo Antonio do Iça dove attuano i nostri preti reggiani, per giungere in città e tentare una vita con qualche possibilità in più, vengono accolti in queste reti fatte di disagio, terrore, traffico di droga, violenza. L’azione della pastorale giovanile in queste zone di periferia dominate dal traffico è molto delicata. Lavoriamo sulla prevenzione, attivando officine di arte, musica, sport, corsi vari: tutto serve come proposta per togliere gli adolescenti dai cammini dei trafficanti. Ci sono zone che non possiamo entrare. Nella mia parrocchia, in quindici mesi di presenza, sono riuscito ad entrare in una favela solamente due volte: mi proibiscono di entrare. Ho celebrato la messa di Pasqua (della favela erano presenti tre persone) e poi non sono più riuscito a mettere piede. Scrivo queste cose non per creare il panico, ma per aiutare a comprendere la complessità della realtà giovanile e del lavoro pastorale che siamo invitati a realizzare.
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| Messa di invio dei nuovi coordinatori dei 7 gruppi giovani che si trovano nella parrocchia |
Nonostante tutti gli sforzi, che sono davvero tanti, la Chiesa non riesce ad essere presente in modo capillare in tutti questi quartieri. Da un recente incontro fatto con i preti che attuano nel mio territorio, il vescovo Mons Hudson, responsabile episcopale di questa zona pastorale, oltre ad essere il direttore della Facoltà Cattolica dove insegno, ha mostrato numeri a dir poco avvilenti. La creazione di nuovi quartieri è così rapido che non riusciamo a pensare come scorporare le parrocchie per raggiungere il maggior numero di persone. In ogni modo, non devo andare molto lontano per descrivere le difficoltà attuali della missione a Manaus. Da un calcolo fatto con alcuni collaboratori dell’équipe parrocchiale, ci siamo resi conto che, nonostante tutti i nostri sforzi, la nostra azione pastorale sul nostro territorio di 7 comunità e circa quaranta mila persone, raggiunge circa l’1% della popolazione.
Ci sono altri due aspetti importanti da tenere presenti, per comprendere meglio il lavoro di evangelizzazione in mezzo ai giovani del nostro contesto periferico della metropoli di Manaus. Il primo è il grande movimento interno, da un quartiere all’altro, che avviene nelle zone povere. I nuclei famigliari che vivono nei quartieri poveri sono caratterizzati da una grande mobilità, nella costante ricerca di un posto di lavoro e di residenze alla loro portata. Muovendosi i nuclei familiari, si muovono anche i giovani. Questo continuo movimento interno rende difficile il lavoro della pastorale giovanile, perché anche i gruppi giovanili, in questo modo, fanno fatica ad incontrare una stabilità. Altro dato importante da tenere presente è che, quando parliamo di pastorale giovanile, in realtà si tratta di adolescenti nella fascia di età che va dai 13 ai 17/18 anni. Le scuole superiori durano solo tre anni e, terminato il periodo di studio obbligatorio, i giovani entrano nelle università e cercano lavoro. È molto difficile trovare un giovane nei quartieri poveri che studi e basta. Durante il giorno lavoro e alla sera frequenta i corsi serali che le università mettono a disposizione per coloro che lavorano. Queste difficoltà devono essere tenute in considerazione per gli operatori della pastorale giovanile, che non riescono ad organizzare momenti formativi o aggregativi durante la settimana, ma solo nel fine settimana. Da quanto scritto risulta chiaro che i giovani dai vent’anni in su non riusciamo a raggiungerli: non li vediamo.
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| Momento di uno dei vari eventi oranizati dai giovani |
Il Sinodo dei giovani si sta svolgente nel seguente modo. Dopo un primo momento chiamato incontro, in cui si sono organizzati eventi nei vari settori in cui è divisa l’Archidiocesi, per permettere ai giovani delle parrocchie e delle aree missionarie di incontrarsi, conoscersi, scambiarsi le idee, si è passati al secondo momento, il più impegnativo: l’ascolto. I sussidi preparati per le varie tipologie di giovani individuate nella fase di ascolto, stanno raccogliendo un materiale che dovrebbe confluire in una sintesi, che sarà restituita ai gruppi di base. L’obiettivo di questo lungo lavoro di ascolto e di sintesi consiste nel giungere all’assemblea sinodale dei giovani, del mese di luglio di quest’anno, con in mano un instrumentum laboris, frutto di un lungo lavoro di base, capace di leggere la condizione giovanile dell’intera archidiocesi. Sarà, poi, nella settimana assembleare di luglio, che vedrà la presenza dei giovani rappresentanti dei Settori, che si prenderanno le decisioni che dovrebbero offrire le linee guide per la pastorale giovanile dei prossimi anni.
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| Foto ricordo del rosario dei giovani organizzato in una comunità |
sabato 18 gennaio 2025
IN CAMMINO VERSO UN RITO AMAZZONICO
Paolo Cugini
La presenza della Chiesa di Reggio Emilia e Guastalla in Amazzonia, attraverso l’azione pastorale sul territorio di missionari (per ora solo presbiteri), ci permette di accompagnare esperienze ecclesiali, che vengono da altri mondi e di confrontarci con queste.
Uno degli aspetti più interessanti, dal punto di vista ecclesiale, del cammino della Chiesa amazzonica di questi ultimi anni è il tentativo di realizzare un rito amazzonico, conforme al desiderio espresso da papa Francesco durante il Sinodo sull’Amazzonia (2019), di una Chiesa dal volto amazzonico. Per molti secoli, numerose comunità ecclesiali incarnate nel territorio, hanno cercato di esprimere e vivere la propria fede, secondo le culture dei loro popoli. Il Sinodo amazzonico ha riconosciuto queste pratiche e accolto questa aspirazione, incaricando la Conferenza ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) di creare una commissione per elaborare un rito amazzonico. Il nuovo organismo della Chiesa in Amazzonia ha costituito una commissione competente per studiare e discutere, secondo i costumi e le tradizioni dei popoli ancestrali, l’elaborazione di un rito amazzonico, che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale dei popoli presenti in Amazzonia, con particolare riferimento a quanto la Lumen Gentium afferma per le Chiese orientali (LG 23).
Secondo il Sinodo dell'Amazzonia, il nuovo rito si unirebbe ai riti già in vigore presenti nella Chiesa, arricchendo l’opera di evangelizzazione, la capacità di esprimere la fede in una cultura propria e il senso di valorizzazione della Chiesa locale e della collegialità, che può esprimere la cattolicità della Chiesa. Un nuovo rito non è una rottura, ma un arricchimento della Tradizione della Chiesa. Il Documento finale del Sinodo ricorda che, oltre al Rito romano, «nella Chiesa cattolica si conoscono 23 riti diversi, segno chiaro di una tradizione che fin dai primi secoli ha cercato di inculturare i contenuti della fede e la sua celebrazione» (DF 117).
L’esigenza di questo rito nasce dalle pratiche di inculturazione del Vangelo e di incarnazione della Chiesa, risultato di un lungo processo di comunità ecclesiali inserite nel loro contesto socioculturale. In Amazzonia, a partire dal XVI secolo, quando arrivarono i primi missionari nella regione, la fede si è inculturata e la Chiesa si è incarnata nel territorio. Il nuovo rito, quindi, affiancato dal Rito Romano o Latino, vuole essere il modo di esprimere e vivere la fede ricevuta e vissuta per secoli in questo vasto territorio fino ad oggi. Il rito che ne nasce è ancorato anche alla Tradizione della Chiesa. Come ricorda Papa Francesco nella Querida Amazzonia, il Concilio Vaticano II ha aperto le porte a un graduale processo di inculturazione della fede cristiana nei diversi contesti socioculturali, anche se in modo timido, perché «non è desiderio della Chiesa imporre (... ) in modo unico e rigido, ma rispettando e cercando di sviluppare le qualità e i doni dello Spirito delle varie razze e popoli” (SC 37). Tuttavia, lamenta il Papa, «dopo più di cinquant’anni, sono stati fatti pochi progressi in questo senso» (QA 82).
La Sintesi Narrativa del processo di preparazione al Sinodo dell’ Amazzonia, frutto dell'ascolto diretto di 87mila persone, giustifica la necessità che la Chiesa in Amazzonia segua nuove strade per rispondere, fondamentalmente, a tre tipi di esigenze: garantire la presenza eucaristica nelle comunità; promuovere altre forme di ministeri ordinati per celebrare i sacramenti; promuovere un nuovo significato dei sacramenti fondato sul dialogo interculturale con le espressioni delle persone e la loro ricchezza spirituale. Dal 2020 sono stati fatti passi importanti, con il contributo di diversi esperti e comitati di lavoro, che hanno portato al Quadro Generale del Rito Amazzonico – presentato durante il V incontro della Chiesa in Amazzonia, svoltosi a Manus nel mese di agosto del 2024 - e alla raccolta di testimonianze di esperienze di inculturazione, cercando di creare le componenti del Rito Amazzonico. Si tratta di un processo che durerà fino a marzo 2025, con tre anni di sperimentazione per valutare e adeguare il Rito Amazzonico.
L’attenzione ai processi d’inculturazione del Vangelo messi in atto nel territorio amazzonico ha condotto a sottolineare l’importanza di alcuni aspetti, che il rito amazzonico dovrà tener conto. Il primo è il ruolo delle donne. Nelle cosmologie dei popoli indigeni, dei quilombola (comunità formate esclusivamente da afrodiscendenti) e di altre comunità tradizionali, la figura femminile ha un ruolo centrale in quanto è colei che genera e si prende cura della vita. Esempio di questo sono le espressioni Madre Terra, Madre dell'Acqua, Madre dei Pesci e Madre del Cespuglio. Questa centralità del femminile si presenta nelle relazioni di socialità dei popoli indigeni, in cui le donne hanno molteplici ruoli: generano e istruiscono i figli su come trasmettere storie e conoscenze; indicano l’attenzione alla casa e alla famiglia; consigliano i propri compagni su come prendere decisioni basate sui sogni e segni sacri, che sanno interpretare con la propria sensibilità. Ciò dimostra il ruolo fondamentale che le donne svolgono in queste comunità. In questo senso, è opportuno sottolinearlo, per l'organizzazione dei riti e delle celebrazioni che ne derivavano dalle interazioni tra cristianesimo, popolazioni indigene, quilombolas e comunità tradizionali, il protagonismo delle donne è fondamentale. Per un autentico Rito Amazzonico, è importante che le donne possano occupare spazi di partecipazione e leadership in cui non si trovano in una posizione subordinata, ma di simmetria e complementarità. Proprio come nel lavoro collettivo in fattoria – in cui le donne lavorano (a fianco degli uomini) nella piantagione, nella preparazione di cibi e bevande – nelle comunità dove si svolgono le feste dei santi, sono loro che organizzano e dirigono le litanie, le danze tradizionali e la preparazione e distribuzione di cibi e bevande. Un rito amazzonico deve prevedere la ridistribuzione dei posti e dei ruoli all’interno della Chiesa, accogliendo ufficialmente il ruolo delle donne come predicatrici e officianti sacramenti.
Un secondo aspetto che l’elaborazione del Rito dell’Amazzonia dovrà tener conto riguarda la specifica realtà antropologica dei popoli di questo territorio. Le relazioni di reciprocità, condivisione e prossimità sono costitutive della vita sociale in Amazzonia e sono molto vive nelle feste dei santi: sono esempi di riti già inculturati. L'Eucaristia può acquisire ancora più significato per i fedeli traendo ispirazione da queste celebrazioni. Tuttavia, è necessario rispettare e prendersi cura dell'Altro, che può manifestarsi nei vicini umani e non umani. Mantenere una vita sana e armoniosa dipende dall'equilibrio di queste relazioni. È fondamentale “rispettare le diverse visioni del mondo dei popoli, adottando i simboli propri della visione del mondo dei popoli all’interno del discorso e anche i simboli dei sacramenti, rendendoci così parte della loro visione del mondo, delle loro credenze e della loro cultura” (SN, 2019). La mistica amazzonica ci invita a percorrere sentieri d'amore per le persone con rispetto e comprensione. I miti e le feste, carichi di valore sacro, ci permettono di camminare verso una spiritualità centrata sull’unico Signore (QA 77-79).
Un ultimo elemento che vale la pena sottolineare e che è all’attenzione della commissione che sta elaborando il rito amazzonico è il rapporto con la natura. Nonostante, ad esempio la complessità della figura dello sciamano, che più che un sacerdote svolge la funzione profetica di rivelare alla comunità che cosa la natura sta dicendo loro, questa visione del mondo offre la possibilità di approfondire una spiritualità che riconosce la foresta come un essere vivente. Per la gente dell'Amazzonia, la natura non è qualcosa di cui si può disporre in modo predatorio, perché ci sono degli spiriti che la abitano: gli xapiris. Bisogna tenere presente che questo non significa che la natura possieda un animus autonomo, come sostiene l'animismo, che la renderebbe quasi divina. Al contrario, il sacro abita la giungla, ma non è lei. Occorre conservarla perché porta la nostra impronta, il linguaggio di un mondo a cui non si può accedere dominandolo, ma trasformandosi in esso. La foresta ha una densità sacramentale. La natura è la fonte della vita, spinge le persone a cercare la vita in abbondanza, non nel senso di spreco capitalista, ma di “buon vivere”. In esso il centro è “l’armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l'essere supremo, perché c'è un intercomunicazione tra l'intero cosmo, dove non ci sono esclusioni e né esclusi, e dove possiamo forgiare un progetto di vita piena per tutti” (DF 9). Un denominatore comune tra i popoli dell'Amazzonia è la loro interazione con la natura, che intendono come un soggetto. Non esiste alcuna dissociazione tra gli esseri umani e la natura: prevale il rispetto e cura.
Per questo motivo ed altri, rito amazzonico che è in processo di elaborazione, non si limita all’adattamento della liturgia o del messale Romano. Vuole essere espressione della configurazione di una Chiesa dal volto amazzonico nella liturgia, nei sacramenti e nei sacramentali (benedizioni, funerali), nella spiritualità, nella teologia, nell'iniziazione alla vita cristiana, nella liturgia delle ore/ufficio delle comunità, nella mistagogia, nell'Anno liturgico, nei ministeri, in breve, nelle strutture e nell'organizzazione della Chiesa stessa. La Chiesa dal volto amazzonico espressa dal nuovo rito sarà una Chiesa multiculturale, vicina dei molteplici volti, costumi e tradizioni dei suoi popoli, consapevole della legittimità di una Chiesa pienamente locale all'interno di una cattolicità plurale, nell'unità dello Spirito (cfr LG 23). A sua volta, una realtà multietnica, multiculturale e multireligiosa come quella amazzonica è un indicatore che condiziona il rito amazzonico a una dimensione plurale e singolare allo stesso tempo.
giovedì 9 gennaio 2025
LA STRANA PROPORZIONE: MAGGIORE E’ IL NUMERO DI CHIESE TANTO MAGGIORE E’ LA DISUGUAGLIANZA SOCIALE
Paolo Cugini
Giovedì 9 gennaio 2025. In mattinata visita alla comunità di san Vincenzo. Anche qui come in santo Ignazio, c’è un mare di stradine, di vicoli. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Infatti, il quartiere Compensa di Manaus è nato negli anni ’70 del secolo scorso frutto di continue invasioni di terreno che continuano anche oggi in altre zone di Manaus. Quando s’invadono terreni si costruisce quel tanto che può garantire un minimo di copertura dalle intemperie, senza pensare ad un piano regolatore o a chiedere permessi. Come in altre zone di Manaus, anche nella Compensa è entrato il traffico per comprarsi - si fa per dire - i terreni e le case e rivenderle a chi arrivava dalle campagne, cioè dalla foresta. I quartieri poveri di Manaus, che sono delle immense favelas, sono costruiti in questo modo improvvisato, dominato dai trafficanti di droga, che entrano per controllare il territorio e garantire un minimo di protezione degli abitanti.
“Qui la polizia non ci entra”, diceva sorridendo Raimundo, un signore di circa ottant’anni, che da sempre ha frequentato la chiesa di san Vincenzo, coprendo, tra l’altro, vari ruoli, com’è costume da queste parti. Tutte le volte che visito la comunità di san Vincenzo mi fermo da lui, anche perché è una grande fonte d’informazioni. Raimundo vive in una casa abbastanza grande con sua moglie e qualche nipote. Non ho ancora capito quanti figli abbia. “Oggi c’è in casa mia figlia che abita dall’altra parte della città, mentre le mie figlie che abitano qui vicino raramente passano per visitarmi”.
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| Uno dei tanti vicoli stretti del quartiere san Vincenzo |
Domenica ero a pranzo di una famiglia della comunità di santo Antonio e la padrona di casa era madre di 12 figli, mentre sua sorella ne ha avuti 20. Famiglie numerose, come quelle incontrate nella Bahia. Anche le famiglie che incontro in questi quartieri vengono tutte dalle zone interne dell’Amazzonia. Ho già incontrato famiglie che vivono da anni nella Compensa e che provengono da Santo Antonio do Iça, che è la città dove la diocesi di Reggio Emilia è presente dal 2019.
Ho salutato Raimundo per continuare la vista al quartiere, ma un bambino mi ha riconosciuto, mi è corso incontro e ha voluto che entrassi nella sua casa. Lì ho incontrato il padre, la madre e la sorella. Il padre lavora in una zona delicata dell’Amazzonia, vicino alla città di Coarì, a circa 400 km da Manaus. Zona delicata e polemica perché si tratta di un’area in cui avviene l’estrazione del petrolio. Alcuni mesi fa ho partecipato ad un incontro che si è tenuto a Manaus dove spiegavano le zone critiche dell’Amazzonia, in cui viene sfruttato il sottosuolo per estrarre Gas e petrolio e, entro questi luoghi, era stato citato anche Coarì.
Le multinazionali entrano nei territori amazzonici illudendo la gente che vi abita, affermando che porteranno occupazione e soldi per tutti, mentre in realtà, dove questo processo è già avvenuto, quello che rimane è solo distruzione, inquinamento e impoverimento della popolazione. Non sono venuto sull’argomento e abbiamo parlato di altro.
Con il Movimento Fede e Cittadinanza, fondato lo scorso anno per monitorare il processo delle elezioni municipali nel nostro quartiere, abbiamo deciso che continueremo il lavoro di coscientizzazione sociale e politica interessandoci anche di temi ambientali. Abbiamo già messo in agenda una giornata ecologica a fine febbraio. In un contesto, che è quello del quartiere Compensa, in cui non esiste un sistema fognario, dove mentre cammini per strada devi stare attento a non pestare una delle miglia DI merde di cane che incontri, oltre ad uno slalom tra i mucchi di immondizia sparsi qua e là, sarà già molto mantenere all’ordine del giorno dei nostri incontri parrocchiali il tema della protezione della casa comune.
Mentre scrivo queste cose penso alle centinaia di chiese che incontro mentre cammino per le stradine della favela e mi chiedo: a che cosa serve tutta questa religione? Sembra che maggiore sia il numero di chiese in un territorio, maggiore è il livello di disuguaglianza sociale e d’impoverimento. È una strana e triste considerazione, ma è quello che sto incontrando e vedendo.
mercoledì 8 gennaio 2025
SPEZZARE IL PANE NELLA COMUNITA' DI SANTO IGNAZIO (Compensa-Manaus)
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| Una strada della comunità Santo Ignazio nel quartiere Compensa di Manaus |
Paolo Cugini
Nella comunità Santo Ignazio, di cui ho già parlato in un recente post, la situazione sta diventando piuttosto pesante. Proprio davanti alla cappella della comunità si sono piazzati due bar, che in realtà sono due case, che al fine settimana stanno rendendo la vita impossibile agli abitanti del quartiere.
Questa mattina visita alla comunità di Santo Ignazio. Avevo fissato un appuntamento davanti alla cappellina della comunità con Giovanna e Letizia per le 10, ma non si sono fatte trovare. L’obiettivo era quello di continuare la visita delle famiglie dei giovani che frequentano la comunità: sarà per la prossima volta. Dopo qualche minuto, arriva Michelle, la moglie di Antonio, uno dei ministri della Parola. Antonio si guadagna da vivere vendendo caramelle, biscotti e altro davanti ad una scuola. Con Michelle decidiamo di visitare alcuni anziani già vistati qualche mese fa, ma che hanno richiesto la mia presenza. Entriamo nella casa di Almira e, per arrivarci, passiamo lungo un vicolo cieco molto stretto.
“Un tempo il vicolo era aperto – ci dice Maria, figlia di Almira – ma la polizia l’ha chiuso per non permettere ai trafficanti di fuggire, quando sono inseguiti”. Maria tocco un tasto doloroso: la droga. “La settimana scorsa i trafficanti hanno ucciso un ragazzino, l’hanno squartato per riempirlo di pietre e così, una volta gettato nel fiume affonda e non appare mai più”.
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| Uno dei tanti vicoli stretti del quaritere |
Maria racconta la disperazione della madre del ragazzo quando è venuta a sapere della fine di suo figlio.
“Con i trafficanti di droga non si scherza – ribadisce Michelle – se non si fa come dicono loro, ti ammazzano”.
Dopo aver dialogato con Almira, caduta in una grande depressione dopo la morte del marito, diciamo una preghiera e continuiamo il nostro cammino. Entriamo in un altro vicolo stretto per entrare nella casa di Francisca. Veniamo accolti dalla signora Lucivania, figlia di Francisca: Quando dico a Francisca che sono il prete, lei si commuove. Non si ricorda della visita del mese scorso, anche a causa di una forma di demenza senile, ma ci accoglie molto bene.
“Ha sempre avuto una memoria impressionante – ci racconta la figlia Lucivania – ma da quando è morto il marito, con il quale era in grande sintonia ed erano sempre insieme, è decaduta molto”.
Anche in questa famiglia, dopo qualche minuto l’argomento torna ad essere lo stesso del precedente.
“Nel fine settimana non si riesce più a dormire. Davanti alla cappellina ha aperto un bar che mette la musica al massimo e i ragazzi trascorrono la notte a bere e a fare uso di droga”.
È Lucivania che tocca sull’assunto, e Michelle non si tira indietro.
“Anche noi della chiesa, che eravamo abituati a pulire la cappellina per le celebrazioni della sera, alla domenica mattina, abbiamo dovuto cambiare di giorno. Con chi è coinvolto con il traffico non si scherza. Mettono dei tavoli addirittura davanti alla porta della cappellina. Nessuno prova a contraddirli perché tutti sanno come funziona. Nemmeno la polizia riesce a tenergli testa. Sabato scorso sono arrivati alle 2 di notte e, per farli smettere hanno dovuto sparare dei colpi di mitragliatrice in aria. Ma non è servito a nulla. Dopo che la macchina della polizia ha voltato l’angolo, hanno ripreso gli schiamazzi e la musica a tutto volume sino alle 10 del mattino. Le famiglie vicine, anche se sono infastidite dal rumore e dal chiasso infernale, non dicono nulla: soffrono in silenzio”.
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| Fernanda e Geani durante una celebrazione domenicale nella cappella della comunità |
Visitiamo altre tre anziani e passiamo dinanzi alla casa dove abitano due gemelle di 14 anni, Fernanda e Geani, che sono molto presenti nella comunità, soprattutto nelle danze liturgiche per l’entrata della Bibbia nelle celebrazioni. Chiamiamo alcune volte e si presenta alla porta la nonna che ci comunica che le ragazzine, nonostante siamo le 11,30, sono ancora a letto. Continuiamo il nostro cammino per arrivare alla casa di Michelle dove Antonio, suo marito, ha preparato il pranzo. Antonio è una persona molto attiva e presente nella comunità. Qualche anno fa è stato operato ad un tumore alla testa. Mentre mangiamo, Michelle è un fiume in piena: non smette di parlare. Mi parla non solo delle problematiche della comunità, dei trafficanti di droga che stanno rendendo impossibile la vita nel quartiere, ma anche di alcune situazioni di famiglie che frequentano la comunità. Inizia a piovere forte, anche perché siamo nella stagione delle piogge. Saluto tutti e sotto l’ombrello, mi dirigo alla casa parrocchiale.
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| Michelle |
Mentre cammino mi chiedo che cosa possiamo fare. Per certi aspetti abbiamo le mani legate, nel senso che non possiamo affrontare la situazione in modo diretto. Il traffico di droga si sta mangiando molti adolescenti. Quello che mi viene in mente è che, come comunità, il massimo che per ora possiamo fare è lavorare con proposte che possano togliere i ragazzi dal traffico. Con i gruppi giovani stiamo approfittando delle ferie estive – dicembre e gennaio – per fare proposta aggregative, spirituali e culturali. Per domani sera ho convocato alcune giovani coppie che in passato hanno lavorato nella Pastorale Giovanile, per condividere qualche idea, anche perché, delle sette comunità della parrocchia, nessuna è esclusa dal giro dei trafficanti e Sant’Ignazio non è la peggiore. Queste visite quotidiane per le strade delle comunità stanno divenendo un momento fondamentale per conoscere da vicino la comunità, per farmi conoscere e riconoscere dalle persone. In fin ei conti, sono io che celebro l’eucarestia alla domenica e spezzo il pane eucaristico e della Parola con queste persone: devono poter capire da che parte sto e di che sapore è la mia vita.
domenica 29 dicembre 2024
IL PADRE DI FAMIGLIA: IL SOLO AVVENTURIERO AL MONDO
Charles Péguy
C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,
Chi sarà tanto prode, o tanto temerario? Contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ventesimo grado. Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nessuno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché naviga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. Sono corsari. Sono a secco di vele.
Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immensamente larga, lui solo non può assolutamente passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coinvolto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infischiarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio. Che importa agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guerre straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischiano mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città presente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discendenza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella città futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il temporale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco. Gli altri scantonano sempre. Sono carene leggere, sottili come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico. È il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti dell’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla fortuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un volume incredibile. Non è coinvolto solo nella città presente. È coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. È assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale decadenza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceranno, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui i padri si sentono così pienamente, così assolutamente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indifferente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore di chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bambino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, chi non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E, coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono tutti ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano, sono circospetti, sono prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprezzano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili, scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scantonano con districamenti eroici, con districamenti d’audacia. Temporali, scantonano verso la carriera e le dominazioni temporali. Spirituali, scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici, scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo.
II padre di famiglia è solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scantonare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella politica e non riesce nell’audacia… È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e concorrenza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermiscono; sordamente, involontariamente congiurano contro di lui.
Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Preferenzialmente. E quello che chiamano la carità. Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi abbindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più comune, l’errore più frequente, quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silenziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di famiglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo è lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diametralmente il contrario. La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coinvolto nel mondo, nella storia e nel destino del mondo quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus, non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblicista, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubblico delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria temporale, onore temporale; niente, meno di niente. Avanzamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’operazione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demografica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un popolo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di considerazione li lascia abbastanza freddi. Sono abbastanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito. Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscuramente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsabilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la creazione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particolari, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazione stessa, al mistero, al segreto della creazione; una colpevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali.
Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midollo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la sua regola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni pericolose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle mani, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamente più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamente concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infinitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra.
Allora, ringalluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo avverte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più sicuri, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgoglio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinitamente più vicino al pubblico peccatore; e reciprocamente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunione è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’altro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insieme l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostaggio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di famiglia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardito, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven¬turiero, che vive di avventure.
Invece è l’uomo di famiglia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costantemente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tessuto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti¬diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.
CHARLES TAYLOR, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna
[1989], Feltrinelli, Milano 1993.
Identità e bene – o, se si preferisce, identità e moralità – sono due termini inestricabilmente legati (15).
L’idea che abbiamo il dovere di ridurre al minimo le sofferenze fa parte integrante della nostra idea attuale di rispetto per le persone (27).
L’affermazione della vita comune è diventata una delle idee più potenti della civiltà moderna. Essa sta alla base della politica “borghese” contemporanea, così attenta al problema del benessere, nonché della più influente ideologia rivoluzionaria del nostro secolo, il marxismo, e della sua esaltazione dell’uomo produttore (27-28).
C’è la percezione del fatto che un quadro di riferimento condiviso da tutti non esiste più (31).
Un quadro di riferimento è ciò che ci consente di dare un senso alla nostra vita spirituale. Non possedere un quadro di riferimento vuole dire cadere in una vita spiritualmente senza senso. La ricerca, quindi, è sempre ricerca di senso […] Trovare il senso della vita vuole dire esplicitarlo. Una vita ha un significato se ha uno scopo; non ce l’ha se non ha uno scopo (32).
Il punto chiave è che la dimensione superiore va cercata non già al di fuori dell’esistenza quotidiana, ma all’interno di essa come modo di vivere questa stessa esistenza (39).
La mia tesi è che il fatto di vivere all’interno di questi orizzonti fortemente qualificati è essenziale all’azione umana e che sottrarsi a questi limiti vorrebbe dire cessare di apparire persone umane integrali, cioè complete (43).
Sapere chi sono vuole dire in un certo senso capire dove sono. La mia identità è definita dagli impegni e dalle identificazioni che costruiscono il quadro e l’orizzonte entro il quale posso cercare di stabilire, caso per caso, che cosa è buono e apprezzabile, che cosa devo fare, che cosa devo avversare o sottoscrivere (43).
C’è un legame essenziale che esiste tra identità ed un certo tipo di orientamento. Puoi dire di sapere chi sei se sai orientarti nello spazio morale (44).
Noi non siamo io nello stesso modo in cui siamo organismi […] Siamo io solo in quanto, quando cerchiamo e troviamo un orientamento al bene, ci muoviamo in un certo spazio problematico (52).
La definizione completa dell’identità di una persona di solito comprende non solo la sua posizione sulle questioni morali o spirituali, ma anche un riferimento a una comunità (54).
La mia tesi è he i beni che definiscono il nostro orientamento spirituale sono quelli in riferimento ai quali noi misureremo il valore della nostra vita (61).
Chi voglia soddisfare il proprio desiderio di pienezza potrà farlo legando la propria vita alla realizzazione di un progetto, a qualche azione eccezionale o cercando di darle un significato straordinario (62).
Noi progettiamo il nostro futuro a partire dalla percezione di quello che siamo diventati, scegliendo all’interno della gamma delle nostre possibilità attuali (67).
Quello che sono è quello che sono diventato (70).
I processi lenti, che si preparano nell’Età moderna, approdano ad una configurazione definitiva nella modernità attraverso le forme di vita materiali e spirituali delle società borghesi e individualiste apparse tra le Rivoluzioni americana e francese di fine Settecento e il nuovo universo delle metropoli ottocentesche.
Tra le fonti dell’identità moderna, Taylor assegna un ruolo particolare alla letteratura.
Il libro di Taylor ci mostra in modo rigoroso come, nel mondo attuale, una discussione approfondita sulla natura e le forme della moralità non può svolgersi senza un riferimento costante alla letteratura.
La valutazione forte è ciò che articola, attraverso le emozioni e il linguaggio che le esprime, l’esperienza del mondo in una molteplicità di livelli non omogenei tra loro e organizzati gerarchicamente. Contro quello che Taylor definisce “l’assunto naturalistico”, queste distinzioni qualitative forti non sono mere proiezioni sul mondo dei nostri impulsi e desideri; esse fungono, invece, da criteri preesistenti al nostro vissuto e, di conseguenza, ci permettono di fissare dei beni e dei fini indipendenti da esso. È la percezione di un bene superiore, realizzabile attraverso le mie azioni, che mi fa ritenere fuorviante il perseguimento di certi desideri ed impulsi.
Come sottolinea Taylor, oggi “un quadro di riferimento condiviso da tutti non esiste più” (11).
“Realizzando la mia natura, io devo definirla, ossia darle una formulazione – e definirla anche in un senso più forte: ossia nel senso che, realizzando questa formulazione, io conferisco alla mia vita una forma definitiva. La vita umana – lungi dal copiare un modello esterno o dall’attuare una formulazione già determinata – rende manifesto un materiale che la manifestazione contribuisce a plasmare.”(15)
La natura non si comporta come una legge universale che l’individuo deve rispecchiare nei suoi atteggiamenti intellettuali e nella sua condotta, bensì come una forza profonda che l’individuo, attraverso un processo interpretativo, traduce in una visione del mondo e in un progetto di vita. In ogni individuo la natura umana si presenta secondo una configurazione unica ed incomparabile, e il nuovo compito etico consiste nella compiuta espressione di tale configurazione. Qui si rende evidente il nesso che il Romanticismo crea tra un’inedita ontologia dell’umano – le differenze individuali sono aspetti essenziali nella determinazione della nostra umanità – e una conseguente prospettiva etica – tali aspetti devono manifestarsi nel progetto di vita personale.
Il nodo concettuale più affascinante e per certi versi più oscuro della tesi espressivista si presenta nell’articolazione tra concezione della natura umana e compito etico. Non è più l’ideale esterno, prodotto dalla ragione distaccata, ad intervenire sulla mia natura, plasmandola e uniformandola a un modello morale condiviso. L’ideale nasce ora dal libero sviluppo di questa mia natura particolare, anche se ciò comporterà il rigetto di tutti i modelli che mi sono offerti dalla tradizione. Per chiarire questo punto Taylor fa ricorso al concetto di “autoarticolazione”. Esso indica che la mia natura non è qualcosa di dato una volta per tutte, né un programma che agisca in me in modo lineare e necessario.
La valorizzazione della svolta espressivista nella modernità ha un ruolo fondamentale nell’argomentazione filosofica di Taylor. Per lui, l’unica possibilità di dare senso al sistema di valori promosso dal liberalismo occidentale, basato sulla difesa di diritti umani universali e sulla giustizia procedurale, consiste nell’esplicitare le premesse antropologiche su cui quel sistema si basa. Queste premesse implicano il riconoscimento di “fonti morali”, ossia di beni nel senso aristotelico del termine, che vanno perseguiti per se stessi. Il rispetto della vita umana e dei diritti fondamentali delle persone non può basarsi su una generica benevolenza verso i miei simili, ma deve fare leva su una concezione dell’integrità della vita umana e dei beni che rappresentano per essa esperienze quali l’autonomia, il possesso, l’espressione di sé.
Alla base del presente lavoro vi è dunque la distinzione tra dimensioni ontologiche e dimensioni storiche nella trattazione tayloriana dell'essere dell'uomo: l'immutabile natura umana, da una parte, e la natura del sé o dell'identità moderna, dall'altra, sono i due poli attorno ai quali ci si muove costantemente in questa ricostruzione del pensiero tayloriano
tutti i capitoli presentano, nel proprio contesto, la polemica che l'autore perpetuamente svolge contro quello che viene denominato, lungo tutto l'arco della sua produzione filosofica, "il naturalismo".
Più nello specifico, il primo capitolo della tesi è inevitabilmente dedicato all'impostazione globale delle riflessioni di Taylor: in esso viene indicata, in linea generale, la dialettica di identità e differenza della natura umana all'opera nella sua antropologia e viene presentato il genere di strategia argomentativa che l'autore ritiene possa sorreggere tale dialettica; in particolare, il problema del rapporto che intercorre nelle riflessioni tayloriane tra verità perenni e caratteristiche contingenti e storiche dell'essere dell'uomo viene dilucidato in riferimento a Sources of the Self, opera che, per la sua stessa configurazione, richiama continuamente l'attenzione del lettore su questo punto, evidenziando sin dall'inizio il vincolo profondo che unisce l'antropologia filosofica di Taylor al suo progetto di interpretazione dell'identità moderna.
rapporto corpo-linguaggio-società che si costituisce non soltanto come il tema capitale della filosofia contemporanea, ma anche come il fulcro attorno al quale ruota l'antropologia di questo autore.
Da una parte, quindi, il capitolo contiene una discussione dei tre aspetti essenziali della natura più propria dell'uomo che confluiscono nell'antropologia filosofica di Taylor: tra questi, è il concetto di persona che determina la propria identità orientandosi in uno spazio morale a configurarsi come il contributo teorico più significativo dell'autore, accanto agli altri due aspetti enunciati, ossia il carattere dialogico dell'identità personale e il suo carattere narrativo. In primo luogo, dunque, avere un'identità o essere un sé significa esistere in uno spazio di questioni che hanno a che fare con come si dovrebbe essere, o che ci rapportano a ciò che è buono, a ciò che è giusto, a ciò che si dovrebbe fare. In secondo luogo, la definizione completa dell'identità di una persona comprende, non soltanto la sua posizione sulle questioni morali e spirituali, bensì anche un riferimento a una comunità, e ciò in un duplice senso: affinché l'elaborazione della propria identità possa aver luogo, si rende infatti necessario sia che gli individui siano originariamente inseriti in quelle che Taylor chiama "reti di interlocuzione", sia che venga riconosciuta l'importanza dell'incessante negoziazione con gli altri, nel corso di una vita, della propria identità. Infine, incontriamo il requisito "narrativo" dell'identità, in virtù del quale vi deve essere una sorta di unità a
mercoledì 25 dicembre 2024
OIVD: ESPLORANDO IL DIVINO POSSIBILE
LUCIANA PERCOVICH
sul tema
Le società matriarcali prima della Storia, società e visione del sacro
Con questo incontro si conclude, per il momento, il ciclo Esplorando un divino possibile, iniziato nel gennaio di un anno fa. In questo tempo abbiamo esplorato insieme il difficile rapporto tra religione e parità di genere, il rischio e le opportunità dello sciamanesimo femminile, guardato al passato cercando il futuro con le grandi madri e la dea. Quest' ultimo incontro con Luciana Percovich, esperta del settore, consentirà di approfondire le conoscenze sulle società matriarcali della preistoria, seguendo la linea delle ricerche di Maria Gimbutas. Vorremmo successivamente riflettere insieme sui temi trattati, sulle esperienze narrate, su quanto e come ci interrogano nel nostro vivere oggi.


















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