mercoledì 31 dicembre 2025

La proposta post-umanista di Leonardo Caffo




 Paolo Cugini


Il filosofo italiano Leonardo Caffo afferma che il postumano contemporaneo non è fantascienza tecnologica, ma un progetto etico che parte dalla critica dello specismo e dell’antropocentrismo per ripensare l’umanità come fragile, limitata e in relazione con gli altri viventi (Caffo, 2017, p. 82). L’autore propone una trasformazione dello sguardo umano su animali, tecnica e pianeta, invitando a costruire un postumanesimo dei limiti, in cui la rinuncia a dominare diventa la condizione stessa di una nuova forma di progresso.​

Il volume è relativamente breve, ma densissimo, ed è diviso in due parti principali: Trasformazione e Speciazione. Questa struttura accompagna il lettore dalla diagnosi del presente (critica dello specismo e dell’antropocentrismo) alla proposta positiva di un nuovo assetto etico postumano.​ L’Introduzione chiarisce che il postumano contemporaneo è “anticipazione di uno stato di cose future” (Caffo, 2017, p. VIII) che ha già le sue cause nel presente, soprattutto nei rapporti con gli animali e nella tecnica. Caffo rifiuta la versione puramente tecnologica del postumano (cyborg, immortalità, potenziamento), sottolineando che il vero nodo è etico e politico.​ La proposta, dunque, è quella di un cammino di decostruzione (Caffo cita esplicitamente Deridda), che consiste: “nello spogliare un problema senza preoccuparsi del suo vestito nuovo” (Caffo, 2017, p. IX).

La prima parte, Trasformazione, discute la prima trasformazione come rovesciamento del nostro sguardo specista sul mondo, una sorta di pillola dell’antispecismo, che rende visibile il mattatoio nascosto della società contemporanea.​ La seconda parte, spesso individuata come Speciazione, sviluppa l’idea di una nuova forma di umanità che accetta il limite, rinuncia all’idea di dominio assoluto e si pensa dentro una costellazione di vite e di ambienti, non sopra di essi.​

Trasformazione

La sezione iniziale ruota attorno al concetto di specismo, definito come discriminazione sistematica delle altre specie in favore dell’Homo sapiens, che diventa il motore nascosto dell’economia e della nostra organizzazione sociale. Caffo richiama il termine elaborato da Richard D. Ryder (Caffo, 2017, p. 7), collegandolo però alle forme concrete di sfruttamento: allevamenti, industria alimentare, vestiario, intrattenimento e sperimentazione scientifica, tutti elementi che strutturano il nostro quotidiano.​

Nelle pagine iniziali della prima parte l’autore insiste sul fatto che il mondo sociale, se guardato attraverso la pillola dell’antispecismo, appare come un mattatoio, dove la morte senza senso degli animali è normalizzata e resa invisibile.

Ci siamo dimenticati che non siamo da soli. Lo specismo è il motore dell’economia: con gli animali, e con ciò che resta dei loro corpi, produciamo letteralmente qualsiasi cosa […]. Quindi gli animali sono ovunque, ma noi non possiamo vederli, perché, banalmente, li abbiamo nascosti: lo specismo è anche un nascondimento (Caffo, 2017, p. 9-10).

Questo cambio di sguardo non è una semplice presa di coscienza morale, ma una vera trasformazione ontologica del modo in cui l’umano si colloca nel mondo.​ L’asse etico della prima trasformazione consiste nello smontare l’idea che il pianeta sia casa nostra nel senso di proprietà esclusiva. Caffo afferma che l’umanità specista si è convinta che il pianeta è nostro, costruendo una cornice ideologica che giustifica ogni forma di sfruttamento. Senza la cornice dello specismo, sostiene, l’antropocentrismo non avrebbe la forza di orientare e legittimare la nostra pratica quotidiana di dominio.​ In questa prima parte si delinea un primo profilo dell’antropocentrismo come sguardo povero di mondo, che riduce la diversità del vivente ad arredo e sfondo dell’esperienza umana. Il vivente non umano compare, così, come semplice risorsa o figura decorativa, e non come soggetto di una propria storia o portatore di un proprio mondo esperienziale.​ “Lo specismo è un uso della ragione come virtù non indifferente: l’umano parla, l’animale no; l’umano pensa, l’animale no; L’umano è autocosciente, l’animale no” (Caffo, 2017, p.14). La ragione come caratteristica distintiva dell’umano è uno dei paradossi ingannevoli dello specismo, perché provoca una lettura distorta non solo della realtà, ma anche di ciò che è umano.

Un nodo centrale del libro è il confronto con tradizioni filosofiche che esaltano il superuomo, la forza e la volontà di potenza, assunte talvolta come modelli di emancipazione. Caffo cita in modo critico la figura del rapace e del giovane dominatore che deve imparare il senso del dominio, immaginando una gioventù terribile e pronta a schiacciare ogni limite.​

In un passaggio significativo del libro, l’autore fa riferimento a un discorso in cui si invoca un’educazione alla predazione, alla vittoria a ogni costo, alla cancellazione della paura della morte. Questa retorica, che echeggia tanto Nietzsche quanto derive politiche novecentesche, rappresenta per Caffo la versione estrema dell’antropocentrismo armato e violento.​ Caffo sottolinea che buona parte del nostro antropocentrismo quotidiano si fonda sull’umanizzazione della diversità animale, cioè sulla proiezione di schemi umani (volontà, desiderio, intenzione) in forme di vita che restano comunque aliena alla nostra esperienza. Invece di riconoscere l’alterità radicale degli animali, si applica una sorta di uomo vitruviano alla teoria della mente, misurando ogni altro vivente sui parametri umani.​ Questo processo violento segna profondamento il discorso etico:

Le grandi sfide etiche che caratterizzano il presente, dall’ecologia profonda fino al femminismo radicale che giustamente vuole debellare definitivamente la posizione di inferiorità della donna in molte delle società contemporanee, hanno tutte lo stesso limite: ciò che non è umano, semplicemente, è assente. Lo specismo è il limite di ogni morale (Caffo, 2017, p, 16).

In questo quadro, il postumano contemporaneo non è un semplice oltre l’umano in senso potenziante, ma un contro questa tradizione di dominio, che ha trasformato la superiorità di specie in destino politico e culturale. L’idea di superuomo viene così ripensata non come intensificazione della potenza, ma come abbandono della centralità violenta dell’Homo sapiens.​ Dinanzi a questo quadro, che sembra essere senza ritorno, Caffo propone un cammino in cui si dovrebbero realizzare tre trasformazioni.

La prima trasformazione è l’asse etico, che dovrebbe condurci a guardare la realtà con occhi nuovi. “Finché è come specie umana che ci pensiamo, senza comprendere che ogni vivente è innanzitutto una monade che affaccia sull’esterno, il cantiere resterà aperto” (Caffo, 2017, p. 26). In questo cammino occorre stare attenti a non rimanere intrappolati nelle griglie concettuali elaborate dall’antropocentrismo. Se lo specismo, infatti, è una narrazione positiva, perché ci invita a fare quello che volgiamo senza curarci della sorte degli animali, dall’altra parte l’anti-specismo propone una narrazione esclusivamente negativa. Secondo Caffo, abbiamo bisogno di conoscere un mondo possibile alternativo rispetto a quello che viene criticato.  

La seconda trasformazione è sempre nell’ordine del cammino di decostruzione. C’è stato, infatti, un processo d’identificazione indebita dell’Homo sapiens con l’essere, che conduce, come logica conseguenza, a spostare nel piano del non-essere tutto ciò che non appartiene all’indebita identificazione. È necessaria, dunque, una trasformazione di tipo metafisico, che sappia tener conto anche dell’apporto conoscitivo di altre culture, come quella orientale che: “convive da secoli con questa credenza secondo cui la natura differenzi quantitativamente ma mai qualitativamente” (Caffo, 2014, p. 37). È un passaggio che ci conduce ad un decentramento, che ci sposta vero la periferia. Se facciamo saltare il centro, salta anche qualsiasi possibilità di discriminazione locale: “non solo l’umano come ideale, ma anche l’ideale di umano, diventano simboli di un passato superato” (Caffo, 2017, p. 39).

Infine, la terza trasformazione passa attraverso l’asse scientifico, che a partire dalle intuizioni di Darwin, riconsidera il tema delicato posto dal creazionismo. Questa ultima trasformazione consegna un uomo non creato, nemmeno creatore e, di conseguenza, non dominatore come è avvenuto nella storia non solo occidentale. “Non provenire dai cieli, ma provenire dalle viscere della terra, cambia radicalmente la postura filosofica con cui ci troviamo ad osservare la realtà” (Caffo, 20217, p. 49). Siamo stranieri migranti provenienti da un luogo sconosciuto, addentrandoci in un tempo limitato che condividiamo con tutte le altre forme di vita. In questa nuova prospettiva, molto simile alle indicazioni della fisica quantistica, la filosofia si apre a ciò che c’è fuori di noi, piante e animali. Forse, conclude Caffo, la nuova metafisica è l’ecologia. “Il postumano inizia da qui, dalla presa di coscienza di un fallimento: il nostro corpo, ora spogliato dai suoi tre falsi abiti, è pronto alla mutazione definitiva, la trasformazione finale” (Caffo, 2017, p. 51).

Speciazione

La seconda parte del libro, indicata come Speciazione, sposta l’attenzione dalla critica del presente alla costruzione di una possibile umanità futura. Il postumano contemporaneo è definito come configurazione in cui l’umano si ridisegna accettando la propria fragilità, l’interdipendenza con gli altri viventi e un rapporto non predatorio con la tecnica.​ Caffo afferma che il postumanesimo che difende è “comprensione della positività del concetto di limite” (Caffo, 2017, p.56): fermarsi, quando andare avanti equivarrebbe a violenza, diventa l’unico vero modo di progredire. I limiti non sono barriere da abbattere, ma risorse che permettono di evitare nuove forme di dominio, soprattutto sui più vulnerabili, umani e non umani (Caffo, 2017, p.58).​

L’autore distingue il suo postumano da versioni tecno-utopiche del postumanesimo e del transumanesimo che puntano al potenziamento illimitato, all’ibridazione totale uomo-macchina o alla fuga dalla condizione mortale. Invece di superare la morte e la fragilità, il postumano contemporaneo assume questi aspetti come costitutivi della nostra collocazione nel mondo e li integra in un’etica della responsabilità e della cura.​ Qui diventa centrale il riferimento a un realismo post-antropocentrico: il mondo esiste indipendentemente da noi, ma ciò che conosciamo è sempre l’interazione fra soggetto e oggetto che chiamiamo ambiente. Ogni forma di vita osserva la realtà secondo la propria dotazione cognitiva, e ciononostante esiste una sola realtà da interpretare, motivo per cui realismo ed ermeneutica risultano inscindibili.​

La seconda parte del testo di Leonardo Caffo, si apre con la proposta di un percorso in sette tappe per definire la pars construens del suo pensiero, proponendo il postumano contemporaneo non come una metafora, ma come una vera e propria nuova specie biologica che si distacca dall'Homo Sapiens. “Il postumano come opera aperta si contrappone, per principi e parametri, all’umano come opera chiusa dell’umanesimo: è la più grande mutazione che la nostra specie sta per subire” (Caffo, 2017, p. 56).

Le tappe fondamentali descritte nel testo includono:

a.       Definizione di postumano contemporaneo: Il postumano è inteso come un sostantivo che identifica una specie già esistente, caratterizzata da un cambiamento di abitudini e adattamento biologico in risposta alla crisi ambientale e al sovraffollamento.

b.      Una nuova etica: Il passaggio verso una condotta che supera l'antropocentrismo, basata sulla consapevolezza che l'uomo non è superiore agli altri esseri viventi.

c.       Una nuova arte dell'interpretazione: Una revisione ermeneutica del mondo che non metta più il soggetto umano al centro di ogni significato.

d.      Teoria dell'anticipazione (Arte e Architettura): L'uso delle discipline creative per prefigurare e costruire i futuri spazi di vita della nuova specie.

e.       Una politica della specie: Una riflessione su come organizzare la convivenza oltre i confini della nazione o della classe, guardando alla specie come unità politica.

f.        Evoluzione e Speciazione: L'analisi del processo di speciazione in atto, dove una parte dell'umanità abbandona i tratti distruttivi del Sapiens per sopravvivere.

g.       L’ibridazione: La tappa finale che sintetizza il superamento del dominio umano a favore di un'esistenza integrata e consapevole della propria fragilità all'interno dell'ecosistema. 

Queste tappe (Caffo, 2017, p. 56-87) servono all’autore per dimostrare che il postumano è già qui e si manifesta attraverso chi sceglie di vivere in modo non antropocentrico. La proposta della settimana tappa vale la pena essere ripresa. Caffo sostiene un’ibridazione debole, distanziandosi in modo netto dalle ibridazioni forti del postumano tradizionale.

L’ibridazione debole è l’immagine della vita come una retta reale, un insieme totalmente ordinato (densamente ordinato) in cui tra due estremi dell’insieme di punti c’è sempre un terzo elemento compreso fra i primi due; tale retta che è la vita non ha buchi, perché è essenzialmente una struttura (Caffo, 2017, p. 87).

Ciò che l’autore intende sostenere è che la sua proposta non è in linea con le tesi di quel postumanesimo radicale che sfocia nel transumanesimo, proponendo delle ibridazioni che tendono a favorire ogni tentativo di togliere dall’umano ciò che sino ad ora lo ha caratterizzato, vale a dire la sofferenza, il dolore, la morte. Il titolo Fragile umanità indica una linea teorica precisa: non un’umanità da potenziare fino all’invulnerabilità, ma un’umanità che riconosce la fragilità come condizione condivisa con altri viventi e come fondamento di un nuovo ethos. La fragilità non è difetto da correggere, bensì chiave per disattivare il dispositivo specista e antropocentrico che ha giustificato finora il dominio sull’alterità animale e naturale.​ Nelle pagine finali Caffo insiste sul fatto che il postumanesimo dei limiti non è un ritorno nostalgico al passato, ma una forma diversa di futuro, in cui la tecnica è ripensata in funzione della riduzione della violenza e non dell’aumento della potenza. Fermarsi di fronte alla possibilità tecnica di sfruttare o potenziare senza limiti è presentato come gesto politico ed etico radicale, non come rinuncia conservatrice.​

Il libro si chiude lasciando intravedere un progetto filosofico più ampio, in cui antispecismo, critica del capitalismo estrattivo e postumanesimo si intrecciano nel tentativo di disegnare una nuova specie di umanità, capace di abitare il pianeta senza pretenderne il possesso assoluto. In questo senso, la fragile umanità è tanto diagnosi del presente quanto programma per una trasformazione futura, collocata a cavallo tra etica animale, filosofia politica e teoria critica della tecnica.

 

domenica 28 dicembre 2025

E' NATA UNA NUOVA COMUNITA': SAN LAZZARO

 




 

Il quartiere Compensa, dove vivo, è un luogo pieno di sorprese. Ogni giorno ce n’è una nuova, anzi, più di una.

Oltre ad essere un territorio dominato dai trafficanti di droga e, quindi, bisogna muoversi con molta cautela, rispettando orari e luoghi in cui è meglio non passare, c’è molta vita.

Ogni giorno che passa, rimango impressionato dalla creatività delle persone che attuano nelle comunità: ne inventano di tutti i colori.

Tra queste novità e attività c’è anche la nascita di una nuova comunità: come può succedere?

Visitando tutti i giorni il territorio del quartiere Compensa, mi sono accorto che vi sono alcune zone non ben servite dal punto di viste pastorale. Una di queste è la favela Mio bene e mio male, situata vicino alla comunità san Pietro.

Lo scalone che porta alla favela

una immagine di una parte della favela


Chi non abita nella favela, non può entrarci da solo. Occorre avere dei contatti con coloro che vivono dentro per poter scendere una delle scalinate che portano dentro la favela.

Una domenica, dopo la messa nella comunità san Pietro, la coordinatrice della comunità mi ha presentato Fabiana, una signora che vive nella favela. Ho chiesto immediatamente se mi invitava a casa sua per riflettere su come iniziare un lavoro pastorale nella favela.

A casa di Fernanda per la messa del Patrono



Detto fatto. La prima cosa che mi ha colpito della favela è la sporcizia. Già la Compensa in fatto di sporcizia non scherza, ma la favela era qualcosa di esagerato. Con la persona che mi ha accompagnato, che dopo alcuni mesi ho scoperto essere legata al traffico, ci siamo impegnati a far intervenire il servizio di pulizia del comune, che qui non era mai entrato.

Dopo di ciò, nel giugno dello scorso anno, alcuni episodi che non sto a raccontarvi, avevano provocato la proibizione del parroco di entrare nella favela.

Nel mese di marzo di quest’anno, mentre ascoltavo gli adolescenti e giovani che mi cercavano per chiedere di poter ricevere il sacramento della Cresima, si è presentata Fernanda, una ragazza di 20 anni, che studia infermieristica all’università. Quando gli ho chiesto di che comunità era, mi ha risposta che viveva nella favela Mio bene e mio male. Gli ho spiegato la mia situazione a riguardo della favela e gli ho chiesto se mi aiutava a tornare dentro. Lei mi rispose che non c’erano problemi. E così dal mese di marzo abbiamo ripreso a celebrare mensilmente una messa nella favela.



In una di queste messe, all’ora degli avvisi ho aperto il dibattitto sul tema del nome da dare alla comunità. È stata proprio Fernanda ad indicare il nome di san Lazzaro con la motivazione che era un santo che si occupava dei cani randagi, proprio come fanno loro.

Siamo così arrivati ad oggi, domenica 28 dicembre, per realizzare la prima festa del patrono della comunità. In realtà la festa doveva essere il giorno17 dicembre, giorno in cui si festeggia san Lazzaro, ma le piogge torrenziali di quel giorno hanno impedito la realizzazione dell’evento.

La messa si è svolta nella casa-palafitta della famiglia di Fernanda, che vive con i suoi nonni. Alla messa erano presenti alcune persone della comunità di san Pietro, che hanno aiutato nella liturgia, altre persone della parrocchia e una quindicina di persone della favela e, tra loro, vari bambini.

Alla fine della messa abbiamo deciso che, a partire da gennaio, la comunità si struttura come le altre, con la celebrazione domenicale e le principali attività pastorali. L’obiettivo è chiaramente di annunciare il Vangelo e, l’emergenza primaria, è togliere bambini e adolescenti dal giro del traffico di droga. Lo faremo non solo con la catechesi, ma anche con le varie attività che abbiamo già messo in piedi con il progetto Margens (https://margensamaz.blogspot.com/qui trovate le attività che facciamo), vale a dire corsi di musica, danza, teatro, inglese, spagnolo, capoeira, che stanno avendo un grande successo tra i bambini e i ragazzi di altre comunità.

Fernanda all’inizio di dicembre si è cresimata. Ha vent’anni, sa quello che vuole. Era entrata nel percorso della cresima 5 anni fa, ma si era fermata perché c’erano cose che non la convincevano. Si è cresimata perché crede in quello che fa. In una testimonianza raccolta in una intervista che potete ascoltare su YouTube, ha detto che lei vuole essere un esempio per i bambini e i coetanei della favela (questo è il video realizzato dagli 8 giovani di Reggio Emilia del CMD che hanno trascorso tre settimane nelle famiglie delle comunità: https://www.youtube.com/watch?v=xcv-cVuqTk0&t=11s ).

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Sono l’unica della favela che studia all’università. Tutti i giorni salo e scendo quello scalone per andare a studiare, Voglio essere un esempio per dire ai bambini e ai giovani della favela che è possibile essere differenti: basta volerlo”.

Annunciare il Vangelo in questi contesti significa pensare a percorsi che possano salvare vite. C’è da farlo con attenzione, con intelligenza, ma c’è da farlo. È a contatto con questi territori, con persone come Fernanda che scopro nuovi cammini del mio ministero, che da anni non si riduce più alla sfera del culto, ma a servizio dell’umanità, soprattutto dei più poveri ,degli esclusi, di tutti coloro che sono messi ai margini.

 

 

mercoledì 24 dicembre 2025

La Teologia debole che nasce nella notte di Natale

 





  Profezia della marginalità e della speranza

Verso una fede solidale, accessibile e incarnata nella fragilità

 

Paolo Cugini

 

Nel cuore della notte più silenziosa, nella periferia dimenticata di Betlemme, nasce una teologia che non proclama dogmi granitici, ma si lascia modellare dalla carne e dalla polvere, dalle lacrime e dall’attesa. La teologia debole non è negazione del Mistero, ma suo abbandono nei solchi della storia, là dove la vita si manifesta in tutta la sua vulnerabilità. È la teologia che sorge dalle pieghe della marginalità, dove le domande non cercano risposte forti, ma abbracci che sappiano custodire e sollevare.

Questa prospettiva nasce da una lettura profonda dell’esistenza, che accoglie la fragilità come luogo teologico e non come incidente da correggere. Si radica nell’esperienza di chi vive ai margini, nei corpi stanchi degli esclusi, e nei cuori inquieti dei riflessivi cercatori di senso. La teologia debole si contrappone così all’arroganza di una fede che si vuole invincibile; essa si fa invece compagna di strada, voce tra le voci, sguardo carico di misericordia. La scena madre di questa teologia è la mangiatoia, non ornata né celebrata, ma scelta per necessità e povertà. È qui che il Mistero si manifesta non tra potenti, ma tra pastori, viandanti e animali, in un contesto di rifiuto e precarietà che suggella la sua totale solidarietà con l’umanità scartata. La mangiatoia non profuma di incenso, ma di fieno e di attesa, di quel freddo che soltanto chi non ha casa conosce davvero.

La nascita di Gesù, vissuta ai margini, è una profezia di un Dio che non teme la piccolezza, ma la assume come via privilegiata di rivelazione. In quella notte, la fragilità non è più motivo di vergogna, ma diventa grembo di una nuova speranza. La teologia debole trova qui la sua culla: nella capacità di vedere, nella piccolezza, la manifestazione del divino; nell’esclusione, la promessa di una comunione che supera i confini dell’ordine stabilito. Poco dopo la nascita, la famiglia di Gesù è costretta alla fuga. La precarietà diventa condizione esistenziale: l’esilio, la paura, la necessità di trovare accoglienza in terra straniera. Qui la teologia debole si trasforma in compagna dei migranti, dei perseguitati, degli invisibili. L’esperienza di Gesù bambino perseguitato è specchio fedele delle vite spezzate di chi oggi cerca rifugio, dignità e ascolto.

Non c’è teologia più vera di quella che sa piegarsi sulle ferite, che osa nominare la sofferenza senza strumentalizzarla, che non teme di abitare il dubbio. La teologia debole si fa così sguardo solidale, capace di riconoscere la presenza di Dio non nell’inaccessibile, ma nella carne ferita e nella speranza ostinata di chi continua a camminare nonostante tutto. Essa non offre risposte facili, ma presenza fedele, e accoglie la domanda come luogo sacro da abitare insieme.

La storia della fede cristiana è attraversata da tensioni profonde tra visioni forti e deboli della teologia. Da una parte, il bisogno umano di certezze ha spesso generato sistemi dogmatici imponenti, talvolta distanti dalla concretezza della vita. Dall’altra, la teologia debole propone una via alternativa: non più la verità come possesso, ma come ricerca, non la dottrina che separa, ma la misericordia che unisce.

In questa tensione profetica, la teologia debole si distingue per il suo rifiuto del linguaggio tecnico e della pretesa di totalità. Non si chiude in formule, ma si apre all’ascolto; non costruisce torri, ma tende mani. Si fa prossima a chi dubita, a chi cade, a chi si sente straniero dentro e fuori la Chiesa. Nel suo cuore, la debolezza non è assenza di senso, ma grembo di una forza nuova, diversa da quella del mondo: la forza mite che si fa servizio e condivisione. Se la teologia vuole essere davvero buona notizia, deve parlare una lingua comprensibile, abitare le parole semplici, farsi racconto vicino alle storie di chi vive al margine. La teologia debole non si accontenta di essere pensata: vuole essere vissuta, narrata e condivisa nel quotidiano. Sceglie le parole che scaldano, che sollevano, che non escludono nessuno dalla tavola della comprensione.

Una teologia per i deboli non teme la contaminazione con le storie e le domande della strada; ascolta più di quanto spiega, accompagna più di quanto giudica. In questo orizzonte, anche il linguaggio della fede si trasforma: non più scudo, ma ponte; non più arma, ma carezza. È tempo che la teologia si lasci plasmare dall’esperienza di chi vive sulla soglia, perché solo lì ritrova la sua vera voce e il suo senso più autentico. È tempo che la teologia si lasci contaminare dalle fragilità esistenziali incontrate nel cammino. Proprio perché debole, la teologia che nasce dalla mangiatoia rimane costantemente aperta per accogliere e raccogliere le debolezze umane, gli esclusi del momento, i profughi che non trovano un ristoro, di famiglie povere senza nulla in cerca di un rifugio che non trovano.

La teologia debole, generata dalla mangiatoia, dalla fuga, dall’esclusione, si fa oggi profezia per una Chiesa che desidera essere casa di tutti, soprattutto degli ultimi. È un appello a spezzare le barriere della paura, a scegliere la via della solidarietà, ad abitare la complessità senza arroccarsi nel dogmatismo. Solo una Chiesa che sa farsi debole, che accetta di imparare dalla fragilità, può davvero essere segno credibile di speranza nel nostro tempo inquieto.

Che cosa rimane dunque della notte di Betlemme? Resta la luce che nasce tra le ombre, la fiducia nell’incontro, la scelta radicale di non lasciare nessuno indietro. La teologia debole ci invita a scendere dalle cattedre e a sostare accanto ai poveri, agli esclusi, ai dimenticati: è lì che il Mistero continua a sussurrare parole di vita. E se la fede avrà ancora un senso, sarà quello di farsi carne dentro ogni storia ferita, perché solo nella debolezza fiorisce la speranza più vera.

venerdì 12 dicembre 2025

Verso una Teologia liquida

 




Analisi critica della teologia dogmatica e proposta per una nuova modalità di pensiero teologico

Paolo Cugini

 

Nel panorama contemporaneo, la riflessione teologica si trova a un bivio epistemologico cruciale. Se la teologia dogmatica può essere definita come "solida", ossia fondata su principi e sistemi stabili e spesso immutabili, il suo opposto naturale è la "liquidità". Questa metafora, mutuata dal lessico delle scienze sociali, suggerisce una teologia capace di adattarsi, di fluire e di rinnovarsi in relazione alle esigenze storiche, culturali e sociali del tempo presente.

La solidità della teologia tradizionale, pur garantendo coerenza e identità dottrinale, ha spesso generato rigidità che ostacolano il dialogo con le complessità dell’attualità. Tale rigidità epistemica, infatti, rende difficile accogliere le domande inedite provenienti dalla società, generando disorientamento e sfiducia nelle possibilità di riforma. Una struttura solida, se non è in grado di mutare, rischia di spezzarsi dinanzi alle sfide che non riesce a comprendere o a risolvere, fino a scomparire gradualmente dall’orizzonte culturale.

In questo contesto emerge l’urgenza di una teologia dal volto nuovo, che sappia accompagnare i problemi così come si presentano, senza irrigidirsi di fronte al diverso o al nuovo. La teologia liquida, in questa prospettiva, non si limita a tollerare le differenze, ma le assume come occasione di crescita, di ascolto e di dialogo. Essa considera la pluralità delle opinioni non come una minaccia, ma come uno stimolo costruttivo che può rinnovare la stessa dottrina.

La teologia liquida si distingue dunque per la sua capacità di donare e ricevere, di accogliere il contributo delle altre teologie, senza paura di contaminarsi. In tal modo, si fa interprete di una modalità ecclesiale più inclusiva e misericordiosa, in netto contrasto con la durezza dottrinale che, nei secoli, ha talvolta seminato violenza e intransigenza. Le pagine oscure della storia, dalla "santa" inquisizione alla caccia alle streghe, testimoniano come la teologia solida, alleata del potere politico, abbia imposto con la forza una fede uniforme, annullando la diversità e la libertà di coscienza.

In conclusione, la teologia liquida si offre come paradigma alternativo, capace di superare le rigidità del passato e di promuovere un pensiero teologico più aperto, dialogico e attento alle sfide del presente. Solo attraverso questa trasformazione epistemologica sarà possibile restituire alla teologia la sua funzione originaria: essere luogo di ricerca, di confronto e di autentica esperienza spirituale.

 

 

sabato 6 dicembre 2025

Il giorno in cui le donne lasciarono la Chiesa: per sempre

 


 

Paolo Cugini

 

 

E venne il giorno. C’era un brusio nell’aria accompagnato da risate amiche. Un fuggi fuggi silenzioso, ma allegro. Si erano messe d’accordo di nascosto, come ai vecchi tempi della scuola. Ma ora erano già grandi e, proprio per questo, decisero quel giorno di andarsene altrove. Avevano, infatti, deciso, di uscire dalla chiesa per sempre: senza ritorno. Le ultime vicende le avevano convinte definitivamente che non c’era posto per loro. Forse, proprio quei rifiuti continui facevano parte di una voce del Mistero che orientava la storia, l’universo ad andare da un’altra parte. L’universo è immenso e allora perché insistere a permanere in un lugo che giorno dopo giorno si rivela ostile?

Era questo il pensiero delle amiche che, piene di gioia, quel giorno decisero di passare in tutte le strade del borgo per chiamare tutte le donne che incontravano e dire loro la grande notizia: il Mistero ci chiama tutte ad andare altrove. Secoli e secoli ricevendo solo rifiuti, incomprensioni, intimazioni al silenzio. E poi non vi ricordate quando si divertivano a bruciarci, a chiamarci streghe! E perché, poi, dovremmo rimanere in un posto così, che non ci vuole, ci tratta male? Andiamocene tutte, gridavano, e danzando e cantando allegramente passavano di porta in porta. “Andiamo ragazze! Siamo libere! Non lasciamoci più intrappolare dai loro discorsi meschini”

Fu così che da quel giorno le chiese rimasero senza più alcuna donna: se ne erano andate tutte.

E in quel giorno, fu scritto nei cieli e inciso nei sussurri del vento: Saranno tempi nuovi, proclamava il silenzio delle navate vuote, poiché le donne, figlie della terra e del coraggio, hanno ascoltato il segreto battito del Mistero. Così, come onde che abbandonano la riva dopo lunghi secoli di tempesta, esse si allontanarono dai luoghi che non le avevano amate, conducendo con sé il lume antico della libertà. E le campane, che un tempo chiamavano all’adunanza, restarono mute a contemplare la rivoluzione serena delle anime in cammino.

Fu la fine di un’epoca e l’alba di un’altra, dove la voce delle donne, finalmente sciolta dai ceppi dell’invisibilità, si fece eco nei vicoli, nelle piazze, sotto il cielo sterminato: Non ci sarà più prigione che possa tenerci, né parola che possa ammutolirci. Da oggi, la vita si scrive altrove. E ancora oggi, chi ascolta con cuore aperto può udirle, danzare leggere al confine tra il vecchio e il nuovo mondo, annunciando che dove la libertà chiama, nessun cuore rimarrà in catene.

 

giovedì 4 dicembre 2025

Riscoprire il Mistero oltre l’ortodossia

 



 

Paolo Cugini

 

Nel silenzio che precede ogni grande svolta, si leva una voce che invita a deviare dal sentiero battuto. È la voce dei profeti, coloro che scelgono di andare contro, di attraversare la teologia dall’altra parte dell’ortodossia. Il loro cammino è solitario, spesso criticato, ma necessario: solo chi osa sfidare il senso comune può scoprire il volto nascosto della verità, celato proprio dove nessuno osa guardare.

La profezia, in questo contesto, non è solo anticipazione del futuro, ma anche rottura con il passato. Chi si ostina a identificare la vita con la norma, con il già detto e il già fatto, si condanna a una sterilità spirituale, incapace di cogliere l’ebbrezza del vero. La verità non si trova dove tutti indicano, ma nel sentiero inverso, nella direzione opposta, là dove la sete di vita, di giustizia e di amore spinge a cercare il nuovo sotto la cenere dell’antico.

Così, la teologia “contromano” si fa desiderio di autenticità, riconoscimento che il Mistero non si lascia imprigionare nelle formule tramandate, ma si nasconde agli occhi di chi si crede custode del passato. È qui che sgorga l’acqua viva, non dalla memoria fossilizzata, ma dal presente che inquieta e rinnova, come il vento che scuote i rami e invita a uscire dalla sicurezza delle abitudini.

Andare contro, allora, è atto profetico: richiede coraggio e spirito critico, e soprattutto la capacità di lasciarsi interrogare dall’ignoto, dalla parte della storia che ancora non ha nome. Solo chi abbraccia l’incertezza scopre che la fede è cammino, mai possesso; l’amore è rischio, mai semplice adesione; la giustizia è sete, mai premio. In questa tensione vive la vera teologia: non nel controllo, ma nell’abbandono fiducioso al Mistero che si disvela solo a chi osa andare contro.

La fede stessa non nasce dalla sicurezza, ma da quel passo incerto che porta fuori dal gregge. La storia della spiritualità è attraversata da donne e uomini che hanno saputo ascoltare la voce interiore contraria, scegliere la via meno battuta, e per questo hanno generato novità. Oggi più che mai, in tempi di crisi e trasformazione, tornare a profetizzare dalla teologia dell’altra parte è gesto di responsabilità e speranza, invito a lasciarsi sorprendere dal Mistero che ci precede e ci accompagna, oltre ogni recinzione di dottrina.

lunedì 1 dicembre 2025

RIFLESSIONI DI UN POVERO PRETE MISSIONARIO

 




Paolo Cugini

 

 

Ieri sera – domenica 30 novembre 2025 – celebrazione di 74 cresime tra giovani e adulti. Non avevo mai visto tante persone emozionarsi nel momento della cresima. Non si tratta di sentimentalismo, ma di qualcosa di profondo, un sentimento religioso che sconvolge l’animo. Il Vescovo Hudson è stato molto bravo a dialogare con i giovani durante l’omelia. C’era un bel clima spirituale e umano. Ieri sera avevo la sensazione di conoscere questi ragazzi, ragazze, adulti che si avvicinavano all’altare per ricevere il sacramento, C’erano anche coppie disposi, che si sono cresimati nello stesso giorno del loro figlio più grande. C’erano anche signori di 50 anni, che si sono decisi di fare il passo importante. Lacrime di uomini e donne nel momento in cui il Vescovo Hudson unge le loro teste e dialoga con loro. Singhiozzi, difficoltà a pronunciare alcune sillabe: c’è tanto amore in tutto questo, tanta percezione di far parte di un progetto più grande che non si riduce alla sola materia, ai soldi, alle cose di tutti i giorni. Lacrime e singhiozzi che rivelano qualcosa di autentico, un sentimento profondo di vita e che, allo stesso tempo, rivela l’autenticità di un gesto. Il dato interessante, che conferma quello che sto scrivendo, è che la maggior parte dei giovani e degli adulti che ieri sera hanno ricevuto il sacramento della cresima, sono già inseriti nei gruppi giovani delle comunità o nei servizi pastorali. Lo stesso vale per i padrini e le madrine: quasi tutti e tutte sono leader di comunità.

Altro dato importante. Le prime cresime vissute direttamente in questa parrocchia, sono avvenute un mese dopo della mia entrata ufficiale come parroco e cioè due anni fa. All’inizio di dicembre del 2023 furono cresimati quasi cento giovani. Ebbene, ieri sera erano quasi tutti presenti alla celebrazione eucaristica. Chi non c’era era perché ha cambiato quartiere o era al lavoro. Dalle cresime di due anni fa è sorto il cammino della pastorale giovanile della parrocchia, che ora conta con un gruppo giovani in ogni comunità.  Ieri sera, al momento degli avvisi, tre giovani che si sono cresimati due anni fa, hanno invitato i giovani lì presenti freschi di cresima a partecipare dell’Assemblea dei giovani che avverrà il 14 dicembre. Mentre parlavano gli hanno comunicato che la cresima è il punto alto di un cammino che manifesta il desiderio di appartenere ad una comunità (è stato il tema dell’omelia del Vescovo Hudson), alla Chiesa e loro gli hanno spiegato quel’è il loro posto nella chiesa oggi: nei gruppi giovanili delle comunità. Come parroco sento tutta la pienezza di un cammino pastorale che ha un senso, che costruisce qualcosa di nuovo che sa di Vangelo, di vita nuova, in cui si percepisce la presenza di Gesù.

Queste sensazioni non le ho mai avute negli anni trascorsi a Reggio Emilia dove, in ogni celebrazione di Cresima, venivo invaso da sensazioni di vuoto assoluto, che creavano frustrazione, crisi del ministero, conati di vomito, volontà di scappare via. Non solo i cresimati svolgevano l’ultimo atto di un cammino che per la stragrande maggioranza sarebbe terminato lì, ma scandalosa era la presenza dei così detti padrini e madrine impresentabili, con nessun legame con il cammino della Chiesa. Una farsa. Una grandissima pagliacciata, alla quale noi preti non riusciamo a sottrarci, per la paura del linciaggio pubblico, delle tirate d’orecchio da parte dei nostri superiori o altre cose peggiori, innominabili.



Dopo la celebrazione di ieri sera il malessere spirituale nei confronti del cammino ecclesiale italiano è aumentato ad un livello esponenziale. Non so che medicine prendere, non so che fare, cosa pensare. Mi godo il presente che il Signore mi sta concedendo, senza pensare al futuro, ma con i piedi ben piantati per terra, cercando di cogliere quello che il Mistero rivelato in Gesù vuole dirmi, senza correre troppo nelle interpretazioni immediate, che sono pericolosamente esaltanti.