Paolo Cugini
Il filosofo italiano
Leonardo Caffo afferma che il postumano contemporaneo non è
fantascienza tecnologica, ma un progetto etico che parte dalla critica dello
specismo e dell’antropocentrismo per ripensare l’umanità come fragile, limitata
e in relazione con gli altri viventi (Caffo, 2017, p. 82). L’autore propone una
trasformazione dello sguardo umano su animali, tecnica e pianeta, invitando a
costruire un postumanesimo dei limiti, in cui la rinuncia a dominare diventa la
condizione stessa di una nuova forma di progresso.
Il volume è relativamente
breve, ma densissimo, ed è diviso in due parti principali: Trasformazione e Speciazione.
Questa struttura accompagna il lettore dalla diagnosi del presente (critica
dello specismo e dell’antropocentrismo) alla proposta positiva di un nuovo
assetto etico postumano. L’Introduzione chiarisce che il postumano
contemporaneo è “anticipazione di uno stato di cose future” (Caffo, 2017, p.
VIII) che ha già le sue cause nel presente, soprattutto nei rapporti con gli
animali e nella tecnica. Caffo rifiuta la versione puramente tecnologica del
postumano (cyborg, immortalità, potenziamento), sottolineando che il vero nodo
è etico e politico. La proposta, dunque, è quella di un cammino di
decostruzione (Caffo cita esplicitamente Deridda), che consiste: “nello spogliare
un problema senza preoccuparsi del suo vestito nuovo” (Caffo, 2017, p. IX).
La prima parte, Trasformazione,
discute la prima trasformazione come rovesciamento del nostro sguardo specista
sul mondo, una sorta di pillola dell’antispecismo, che rende visibile il
mattatoio nascosto della società contemporanea. La seconda parte, spesso
individuata come Speciazione, sviluppa l’idea di una nuova forma di umanità che
accetta il limite, rinuncia all’idea di dominio assoluto e si pensa dentro una
costellazione di vite e di ambienti, non sopra di essi.
Trasformazione
La sezione iniziale ruota
attorno al concetto di specismo, definito come discriminazione sistematica
delle altre specie in favore dell’Homo sapiens, che diventa il motore nascosto
dell’economia e della nostra organizzazione sociale. Caffo richiama il termine
elaborato da Richard D. Ryder (Caffo, 2017, p. 7), collegandolo però alle forme
concrete di sfruttamento: allevamenti, industria alimentare, vestiario,
intrattenimento e sperimentazione scientifica, tutti elementi che strutturano
il nostro quotidiano.
Nelle pagine iniziali
della prima parte l’autore insiste sul fatto che il mondo sociale, se guardato
attraverso la pillola dell’antispecismo, appare come un mattatoio, dove la
morte senza senso degli animali è normalizzata e resa invisibile.
Ci siamo dimenticati che
non siamo da soli. Lo specismo è il motore dell’economia: con gli animali, e
con ciò che resta dei loro corpi, produciamo letteralmente qualsiasi cosa […]. Quindi
gli animali sono ovunque, ma noi non possiamo vederli, perché, banalmente, li
abbiamo nascosti: lo specismo è anche un nascondimento (Caffo, 2017, p. 9-10).
Questo cambio di sguardo
non è una semplice presa di coscienza morale, ma una vera trasformazione
ontologica del modo in cui l’umano si colloca nel mondo. L’asse etico della
prima trasformazione consiste nello smontare l’idea che il pianeta sia casa
nostra nel senso di proprietà esclusiva. Caffo afferma che l’umanità specista
si è convinta che il pianeta è nostro, costruendo una cornice ideologica che
giustifica ogni forma di sfruttamento. Senza la cornice dello specismo,
sostiene, l’antropocentrismo non avrebbe la forza di orientare e legittimare la
nostra pratica quotidiana di dominio. In questa prima parte si delinea un
primo profilo dell’antropocentrismo come sguardo povero di mondo, che riduce la
diversità del vivente ad arredo e sfondo dell’esperienza umana. Il vivente non
umano compare, così, come semplice risorsa o figura decorativa, e non come
soggetto di una propria storia o portatore di un proprio mondo esperienziale. “Lo
specismo è un uso della ragione come virtù non indifferente: l’umano parla, l’animale
no; l’umano pensa, l’animale no; L’umano è autocosciente, l’animale no” (Caffo,
2017, p.14). La ragione come caratteristica distintiva dell’umano è uno dei
paradossi ingannevoli dello specismo, perché provoca una lettura distorta non
solo della realtà, ma anche di ciò che è umano.
Un nodo centrale del
libro è il confronto con tradizioni filosofiche che esaltano il superuomo, la
forza e la volontà di potenza, assunte talvolta come modelli di emancipazione.
Caffo cita in modo critico la figura del rapace e del giovane dominatore che
deve imparare il senso del dominio, immaginando una gioventù terribile e pronta
a schiacciare ogni limite.
In un passaggio significativo
del libro, l’autore fa riferimento a un discorso in cui si invoca un’educazione
alla predazione, alla vittoria a ogni costo, alla cancellazione della paura
della morte. Questa retorica, che echeggia tanto Nietzsche quanto derive
politiche novecentesche, rappresenta per Caffo la versione estrema
dell’antropocentrismo armato e violento. Caffo sottolinea che buona parte del
nostro antropocentrismo quotidiano si fonda sull’umanizzazione della diversità
animale, cioè sulla proiezione di schemi umani (volontà, desiderio, intenzione)
in forme di vita che restano comunque aliena alla nostra esperienza. Invece di
riconoscere l’alterità radicale degli animali, si applica una sorta di uomo
vitruviano alla teoria della mente, misurando ogni altro vivente sui parametri
umani. Questo processo violento segna profondamento il discorso etico:
Le grandi sfide etiche
che caratterizzano il presente, dall’ecologia profonda fino al femminismo
radicale che giustamente vuole debellare definitivamente la posizione di
inferiorità della donna in molte delle società contemporanee, hanno tutte lo
stesso limite: ciò che non è umano, semplicemente, è assente. Lo specismo è il
limite di ogni morale (Caffo, 2017, p, 16).
In questo quadro, il
postumano contemporaneo non è un semplice oltre l’umano in senso potenziante,
ma un contro questa tradizione di dominio, che ha trasformato la superiorità di
specie in destino politico e culturale. L’idea di superuomo viene così
ripensata non come intensificazione della potenza, ma come abbandono della
centralità violenta dell’Homo sapiens. Dinanzi a questo quadro, che sembra
essere senza ritorno, Caffo propone un cammino in cui si dovrebbero realizzare
tre trasformazioni.
La prima trasformazione è
l’asse etico, che dovrebbe condurci a guardare la realtà con occhi nuovi. “Finché
è come specie umana che ci pensiamo, senza comprendere che ogni vivente è
innanzitutto una monade che affaccia sull’esterno, il cantiere resterà aperto”
(Caffo, 2017, p. 26). In questo cammino occorre stare attenti a non rimanere
intrappolati nelle griglie concettuali elaborate dall’antropocentrismo. Se lo
specismo, infatti, è una narrazione positiva, perché ci invita a fare quello
che volgiamo senza curarci della sorte degli animali, dall’altra parte l’anti-specismo
propone una narrazione esclusivamente negativa. Secondo Caffo, abbiamo bisogno
di conoscere un mondo possibile alternativo rispetto a quello che viene
criticato.
La seconda trasformazione
è sempre nell’ordine del cammino di decostruzione. C’è stato, infatti, un
processo d’identificazione indebita dell’Homo sapiens con l’essere, che conduce,
come logica conseguenza, a spostare nel piano del non-essere tutto ciò che non appartiene
all’indebita identificazione. È necessaria, dunque, una trasformazione di tipo
metafisico, che sappia tener conto anche dell’apporto conoscitivo di altre
culture, come quella orientale che: “convive da secoli con questa credenza
secondo cui la natura differenzi quantitativamente ma mai qualitativamente”
(Caffo, 2014, p. 37). È un passaggio che ci conduce ad un decentramento, che ci
sposta vero la periferia. Se facciamo saltare il centro, salta anche qualsiasi
possibilità di discriminazione locale: “non solo l’umano come ideale, ma anche
l’ideale di umano, diventano simboli di un passato superato” (Caffo, 2017, p.
39).
Infine, la terza
trasformazione passa attraverso l’asse scientifico, che a partire dalle
intuizioni di Darwin, riconsidera il tema delicato posto dal creazionismo.
Questa ultima trasformazione consegna un uomo non creato, nemmeno creatore e,
di conseguenza, non dominatore come è avvenuto nella storia non solo occidentale.
“Non provenire dai cieli, ma provenire dalle viscere della terra, cambia
radicalmente la postura filosofica con cui ci troviamo ad osservare la realtà”
(Caffo, 20217, p. 49). Siamo stranieri migranti provenienti da un luogo
sconosciuto, addentrandoci in un tempo limitato che condividiamo con tutte le
altre forme di vita. In questa nuova prospettiva, molto simile alle indicazioni
della fisica quantistica, la filosofia si apre a ciò che c’è fuori di noi, piante
e animali. Forse, conclude Caffo, la nuova metafisica è l’ecologia. “Il
postumano inizia da qui, dalla presa di coscienza di un fallimento: il nostro
corpo, ora spogliato dai suoi tre falsi abiti, è pronto alla mutazione
definitiva, la trasformazione finale” (Caffo, 2017, p. 51).
Speciazione
La seconda parte del
libro, indicata come Speciazione, sposta l’attenzione dalla critica del
presente alla costruzione di una possibile umanità futura. Il postumano
contemporaneo è definito come configurazione in cui l’umano si ridisegna
accettando la propria fragilità, l’interdipendenza con gli altri viventi e un
rapporto non predatorio con la tecnica. Caffo afferma che il postumanesimo che
difende è “comprensione della positività del concetto di limite” (Caffo, 2017,
p.56): fermarsi, quando andare avanti equivarrebbe a violenza, diventa l’unico
vero modo di progredire. I limiti non sono barriere da abbattere, ma risorse
che permettono di evitare nuove forme di dominio, soprattutto sui più
vulnerabili, umani e non umani (Caffo, 2017, p.58).
L’autore distingue il suo
postumano da versioni tecno-utopiche del postumanesimo e del transumanesimo che
puntano al potenziamento illimitato, all’ibridazione totale uomo-macchina o
alla fuga dalla condizione mortale. Invece di superare la morte e la fragilità,
il postumano contemporaneo assume questi aspetti come costitutivi della nostra
collocazione nel mondo e li integra in un’etica della responsabilità e della
cura. Qui diventa centrale il riferimento a un realismo post-antropocentrico:
il mondo esiste indipendentemente da noi, ma ciò che conosciamo è sempre
l’interazione fra soggetto e oggetto che chiamiamo ambiente. Ogni forma di vita
osserva la realtà secondo la propria dotazione cognitiva, e ciononostante
esiste una sola realtà da interpretare, motivo per cui realismo ed ermeneutica
risultano inscindibili.
La seconda parte del
testo di Leonardo Caffo, si apre con la proposta di un percorso in sette
tappe per definire la pars construens del suo pensiero,
proponendo il postumano contemporaneo non come una metafora, ma come una vera e
propria nuova specie biologica che si distacca dall'Homo Sapiens. “Il
postumano come opera aperta si contrappone, per principi e parametri, all’umano
come opera chiusa dell’umanesimo: è la più grande mutazione che la nostra
specie sta per subire” (Caffo, 2017, p. 56).
Le tappe fondamentali
descritte nel testo includono:
a.
Definizione di postumano
contemporaneo: Il
postumano è inteso come un sostantivo che identifica una specie già esistente,
caratterizzata da un cambiamento di abitudini e adattamento biologico in
risposta alla crisi ambientale e al sovraffollamento.
b.
Una nuova etica: Il passaggio verso una condotta
che supera l'antropocentrismo, basata sulla consapevolezza che l'uomo non è
superiore agli altri esseri viventi.
c.
Una nuova arte dell'interpretazione: Una revisione ermeneutica del
mondo che non metta più il soggetto umano al centro di ogni significato.
d.
Teoria dell'anticipazione (Arte e Architettura): L'uso
delle discipline creative per prefigurare e costruire i futuri spazi di vita
della nuova specie.
e.
Una politica della specie: Una riflessione su come
organizzare la convivenza oltre i confini della nazione o della classe,
guardando alla specie come unità politica.
f.
Evoluzione e Speciazione: L'analisi del processo di speciazione
in atto, dove una parte dell'umanità abbandona i tratti distruttivi del Sapiens
per sopravvivere.
g.
L’ibridazione: La
tappa finale che sintetizza il superamento del dominio umano a favore di
un'esistenza integrata e consapevole della propria fragilità all'interno
dell'ecosistema.
Queste tappe (Caffo,
2017, p. 56-87) servono all’autore per dimostrare che il postumano è già qui e
si manifesta attraverso chi sceglie di vivere in modo non antropocentrico. La
proposta della settimana tappa vale la pena essere ripresa. Caffo sostiene un’ibridazione
debole, distanziandosi in modo netto dalle ibridazioni forti del postumano
tradizionale.
L’ibridazione debole è l’immagine
della vita come una retta reale, un insieme totalmente ordinato (densamente
ordinato) in cui tra due estremi dell’insieme di punti c’è sempre un terzo
elemento compreso fra i primi due; tale retta che è la vita non ha buchi, perché
è essenzialmente una struttura (Caffo, 2017, p. 87).
Ciò che l’autore intende
sostenere è che la sua proposta non è in linea con le tesi di quel
postumanesimo radicale che sfocia nel transumanesimo, proponendo delle
ibridazioni che tendono a favorire ogni tentativo di togliere dall’umano ciò
che sino ad ora lo ha caratterizzato, vale a dire la sofferenza, il dolore, la
morte. Il titolo Fragile umanità indica una linea teorica precisa: non
un’umanità da potenziare fino all’invulnerabilità, ma un’umanità che riconosce
la fragilità come condizione condivisa con altri viventi e come fondamento di
un nuovo ethos. La fragilità non è difetto da correggere, bensì chiave per
disattivare il dispositivo specista e antropocentrico che ha giustificato
finora il dominio sull’alterità animale e naturale. Nelle pagine finali Caffo
insiste sul fatto che il postumanesimo dei limiti non è un ritorno nostalgico
al passato, ma una forma diversa di futuro, in cui la tecnica è ripensata in
funzione della riduzione della violenza e non dell’aumento della potenza.
Fermarsi di fronte alla possibilità tecnica di sfruttare o potenziare senza
limiti è presentato come gesto politico ed etico radicale, non come rinuncia
conservatrice.
Il libro si chiude
lasciando intravedere un progetto filosofico più ampio, in cui antispecismo,
critica del capitalismo estrattivo e postumanesimo si intrecciano nel tentativo
di disegnare una nuova specie di umanità, capace di abitare il pianeta senza
pretenderne il possesso assoluto. In questo senso, la fragile umanità è tanto
diagnosi del presente quanto programma per una trasformazione futura, collocata
a cavallo tra etica animale, filosofia politica e teoria critica della tecnica.





