domenica 1 febbraio 2015

RELAZIONI CHE SI COSTRUISCONO NELLA DIVERSITA'






TESTIMONIANZA ALL’INCONTRO NAZIONALE DELLE COMUNITA’ DI BASE IN ITALIA
PESARO 29 AGOSTO 2014
Paolo Cugini

Per costruire delle relazioni identificandosi e riconoscendosi nella diversità occorre essere disposti a lasciarsi decostruire, mettere in discussione. Il processo d’identificazione necessità di un cammino di empatia e l’empatia per poter sbocciare deve essere preceduta da un percorso nel quale avviene un processo d’inculturazione, cioè abitare nella tenda dell’altro, per farlo divenire prossimo. Andare incontro all’altro, prima che l’altro venga incontro a me, è stata una scelta che prima di essere pastorale è stata allo stesso tempo esistenziale e spirituale. Ho scoperto che non basta andare in missione per essere un missionario, ma dipende da come vivo la missione. 

Per capire l’altro occorre mettersi in ascolto e l’ascolto dell’altro ha bisogno del mio silenzio, che non è solo fisico, ma anche culturale. Il silenzio culturale esigito dall’ascolto dell’altro è un cammino di sofferenza, perché silenziare la propria cultura può significare mettere in discussione la propria identità, soprattutto quegli elementi dell’identità elaborati dal contesto culturale di provenienza. Morire a se stesso per fare spazio all’altro, per accoglierlo e lasciarsi accogliere. Solo in questo modo, forse, è possibile entrare in una relazione feconda e libera, scevra da secondi fini, da obiettivi inconsci. Tempo di morte, tempo di silenzio, per essere disponibile a fare spazio all’altro, a ricostruire relazioni feconde, per vincere la tentazione della manipolazione dell’altro o della trasferenza violenta di saperi e conoscenze verso mondi, che probabilmente non cercano. C’è tutta una violenza che viene fatta quando persone di popoli diversi s’incontrano e dove uno dei due si sente in diritto di dire all’altro che cos’è giusto e che cosa si deve fare. Solitamente che avverte questo diritto di supremazia sull’altro è sempre mosso da un complesso di superiorità più per la cultura di provenienza, che per meriti acquisiti. Cultura di provenienza che si misura non sullo spessore qualitativo, ma sulla quantità delle cose possedute. E’ la materia che fa la differenza e che sembra dettare le regole del gioco, delle relazioni. 

Morire a se stesso per fare spazio all’altro esige un modo nuovo di pensare il tempo e di pensarsi nel tempo. Per essere disposti a morire a se stessi è necessario perdere tempo, liberarsi dall’affanno del tempo, relativizzare i propri problemi, considerare più importante la vita dell’altro. Soprattutto, però, morire a se stessi, è un cammino che può essere intrapreso solamente da colui che ha intuito che c’è una vita diversa altrove e che forse quello che sono e quello che ho appreso non è tutto e probabilmente non è il meglio. 

Sono arrivato in Brasile nel gennaio del 1999 e li ho scelto di vivere nei quartieri poveri nelle città in cui sono stato parroco: Miguel Calmon, Tapiramutà e Pintadas. L’ho fatto dopo un anno di morte interiore, dove ho accettato la sfida della cultura nella quale ero entrato. Nei primi mesi di Brasile mi è stata buttata in faccia la mia diversità e il fatto che molti elementi della mia identità non servivano molto o a nulla. E così ho deciso di accettare la sfida, di buttarmi, di rinnegare me stesso, il mio passato, la mia cultura, di rinunciare alla mia identità culturale per iniziare un percorso nuovo.

Negli anni trascorsi in Brasile ho scoperto alcuni luoghi esistenziali nei quali tutti entrano identificandosi immediatamente e dove la diversità più che essere un ostacolo alla relazione, ne diviene un’esigenza, una necessità per camminare meglio.  Questi luoghi esistenziali sono la carità e la giustizia. 

Giustizia. Porsi a disposizione per una cammino di liberazione politica, per risalire alle cause della povertà attraverso una riflessione sulle cause dei mali di una società, capire gli ingranaggi di una città malata, è stato l’obiettivo di tanti corsi di formazione politica, sfocati nell’organizzazione del Movimento Fede e politica. In questo Movimento sono entrati dentro tutti, sia i giovani che i poveri dei quartieri, gli spazzini e persino gli oppressori. La disuguaglianza sociale tocca un aspetto sul quale tutti sono sensibili: la dignità umana. 

Carità. Non accontentarmi delle briciole, di uno guardo pietoso. Soprattutto, però non accontentarmi di fare la carità, di porre delle distanze tra me e l’altro, il povero, lo straniero, con della materia donata con non mi costa nulla. Mettersi in cammino verso l’altro per abitare il suo spazio, condividerlo, significa anche rinunciare alle proprie idee borghesi formate da un cristianesimo individualista e narcisista, che cerca esclusivamente di mettere a posto la propria coscienza. Venire fuori da questa mentalità di morte è molto difficile: solo i poveri ci possono aiutare. Ci aiutano, però, se siamo disponibili a farci aiutare.



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