lunedì 5 dicembre 2022

GRATITUDINE E DONAZIONE - MASSIMO RECALCATI

 




Sintesi: Paolo Cugini

 

Come inizia una vita? Noi tutti sismo figli. Possiamo evitare di essere padri, madri, ma nessuno di noi può evitare l’opzione di essere figlio. Cosa significa essere figlio? Innanzitutto, significa essere stati fatti, portati nel mondo da un altro. Significa non essere padroni delle nostre origini. Se non incontrassimo nel mondo nessun altro che risponde alla nostra presenza, non saremmo nulla. La vita nasce dal grido. Nella risposta al grido troviamo la forma prima della riconoscenza. Questa è la prima forma della solidarietà. Abbiamo sempre a che fare con delle grida e la risposta è la prima forma di riconoscimento della vita.

Il nostro tempo si nutre di una grande menzogna: è pensare che la vita si costituisca da sé, mito della libertà come assoluto e puro arbitrio. Mito di riuscirsi a farsi un nome da sé. Nessuno di noi ha scelto il suo nome. Tutti portiamo il nome che i genitori hanno scelto. Tutti portiamo il nome di una altro. Ci facciamo sempre attraverso gli altri. Nella psicoterapia quando il cliente parla di sé inizia a parlare degli altri, delle persone che ha intorno. Non riusciamo a parlare di noi stessi se non parlando dell’altro. La vita è sempre rapporto con l’altro. La gratitudine è la forma più alta che assume una relazione.

Goethe amava l’Italia. Una volta si trovava sul lago di Garda, nella parte trentina, vicino a Monte baldo. Ad Arco di Treno si osserva tutto il lago. In un punto di questo passaggio, chiede di fermarsi e ha un gesto di stizza: nessun amico con cui condividere tutto questo, Quando siamo dinanzi allo spettacolo del mondo esigiamo che ci sia qualcuno con cui condividere la bellezza.

Into the wild: il ragazzo morirà solo in un camion abbandonato in Alasca. L’ultima frase che scrive è: la felicità è condivisione.

La gratitudine è esperienza di condivisione. È il contrario dell’invidia. Alda Merini diceva che non sopportiamo la vita felice degli altri. Guardiamo con invidia la vita che cresce. L’invidia è godere della disgrazia della vita felice, ricca ed è un sentimento che impoverisce, perché l’invidioso gode della disgrazia dell’altro. La gratitudine arricchisce la vita.

Nell’odisse abbiamo un doppio ritratto della giovinezza. I proci sono ragazzi che sprecano la loro vita. Ulisse li ammazza tutti. Qual è la colpa dei proci? Questi ragazzi hanno commesso per il mondo greco è non avere rispetto dell’ospitalità. L’odissea ci dà il ritratto anche della generazione Telemaco, che è il figlio di Ulisse. L’Odissea si apre con il viaggio di Telemaco, che assume con coraggio l’assenza del padre e si mette in viaggio, sulle orme del padre. Telemaco rischia la vita in questo viaggio. Il viaggio del figlio è sempre pericoloso. Dopo il viaggio del figlio ritorna anche il padre nelle forme di un mendicante e c’è l’incontro con Telemaco. Sono il padre e il figlio che si guardano per la prima volta e in quell’abbraccio c’è la gratitudine di entrambi. Quando nel rapporto tra genitori e figli non c’è gratitudine si genera l’odio. Quando riusciamo a mostrare l’umanità, la debolezza, il figlio si apre alla gratitudine. Riconoscimento della fragilità della vita.

Donare. Cosa differenzia un dono dalla carità? Quando facciamo la carità noi diamo all’altro quello che noi abbiamo in più, quello che è superfluo. La donazione ha a che fare con l’amore. Il vero dono è dare all’altro quello che non abbiamo. Per una madre dare il latte del proprio seno può non essere un atto d’amore, ma di necessità. Diverso è il caso di una madre in Africa dove non c’è pane. Immaginiamo doni un pezzo di pane al proprio figlio: questo è amore, perché dà quello che non ha, si priva di qualcosa.

L’anoressia infantile e adolescenziale: l’altro dell’anoressica è un altro che ha sempre dato cose, oggetti, ma le cose non sono un dono. Spesso i veri doni non sono cose. La bambina dice no, non voglio l’oggetto, la pappa, perché voglio da te quello che tu non hai, il dono della tua mancanza. Il dono è sempre particolareggiato. Il dono spesso esige anche le parole che lo accompagnano. Il dono della nostra presenza apre la vita. Una grande menzogna è pensare che la vita matura è autonoma, indipendente. In realtà è vero il contrario e cioè che senza l’altro non siamo nulla. La vita matura, riconoscendo la dipendenza è vita che sa amare. Il nostro tempo inaridisce le vite con il mito dell’indipendenza.

Gli amori che resistono nel tempo sono amori fatti da due solitudini, dove ciascuno dei due sa stare solo. Pensare che il legame che abbiamo non è mai confusione con l’altro, perdersi nell’altro. L’amore non è empatico. Littell boy: storia di un bambino che sposta le montagne. È la forza del desiderio di un bambino che sposta le montagne.

Accoglienza. La vita si umanizza solo se qualcuno risponde al grido. Noi tutti siamo grazie all’ascolto del nostro grido. Il grido dell’altro. Il nostro tempo è il tempo della chiusura, della non risposta al grido, perché ciò che vale è la nostra identità individuale. Rispondere al grido comporta aprire l’identità all’altro. Se la vita non si apre all’altro ed è accogliente, la vita muore. Abbiamo bisogno di confini, ma se questo comporta la costruzione di mura, allora l’identità ci fa morire, perché abbiamo bisogno dell’altro. I gruppi classe più produttivi sono quelli più eterogenei. Il problema è come ospitare l’altro senza perdere la propria radice.

 

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