martedì 11 agosto 2015

LE COMUNITA' ECCLESIALI DI BASE E LA SCELTA PREFERENZIALE PER I POVERI





Paolo Cugini


Una delle principali caratteristiche delle comunità ecclesiali di base (d’ora in avanti  CEBs) è l’opzione preferenziale per i poveri. Per correttezza bisognerebbe dire che più che un’opzione, la scelta dei poveri è divenuta nelle CEBs un’esigenza. Come ricorda, infatti il teologo José Comblin in uno dei suoi numerosi saggi, le CEBs si organizzano soprattutto nelle zone rurali del Nordest brasiliano, caratterizzato da un territorio semi arido e con una presenza massiccia di famiglie povere. “Le CEBs sono comunità di base impegnate per la liberazione, sono comunità di poveri impegnate nel processo di liberazione. In questo le CEBs sono caratteristica specifica dell’America Latina, non sono prodotto di esportazione […]. Quasi sempre i poveri non furono riconosciuti nella loro cultura e dovettero accettare un luogo subordinato e nascosto nelle istituzioni formate, mantenute e sviluppate dentro i modelli di cultura superiore. Con le CEBS i poveri ricevono un luogo e possono costituire una chiesa di poveri. Questa non rimane separata, isolata, tagliata dalla chiesa universale, ma integrata, ricevendo anche una posizione privilegiata, ricevendo anche una posizione privilegiata se la chiesa è fedele allo spirito di Medellin e di Puebla, ma non esclusiva”[1]. Così come si sono strutturate sin dagli inizi le CEBs sono sorte nelle zone agricole e povere nell’interno del Brasile, là ove non solo la chiesa faceva fatica ad arrivare, ma lo stesso tessuto sociale e politico era scarso. Dopo il Concilio Vaticano II l’episcopato latinoamericano riunito a Medellin, riconoscendo che spesso i poveri non sentono che i loro vescovi, parroci e religiosi non s’identificano con essi[2]e sentendo la necessità di ascoltare il grido dei poveri annuncia che la chiesa dell’America Latina vuole guardare ai poveri: “Vogliamo che la Chiesa dell’America Latina sia evangelizzatrice dei poveri e solidale con essi, testimone del valore dei beni del Regno e umile serva di tutti gli uomini dei nostri paesi. I suoi pastori e gli altri membri del Popolo di Dio devono dare alla loro vita e alle loro parole, ai loro atteggiamenti e alla loro azione, la necessaria coerenza con le esigenze evangeliche e le necessità degli uomini latinoamericani”[3]. Sono state parole come queste, assieme ad una riflessione che stava crescendo sempre più nel camino della chiesa latinoamericana sullo stile di chiesa, che diede impulso ad esperienze d’inserzione nei contesti di povertà. A partire da Medellin sempre di più vescovi, presbiteri e religiosi abbracciarono la causa dei poveri e, in modo particolare, lo stile di chiesa che stava emergendo nelle CEBs. I poveri delle campagne brasiliane e, in modo speciale del Nordest arido, trovarono non solo un appoggio nei documenti ufficiali della chiesa, ma nell’azione concreta e costante di tanti agenti di pastorale, sia consacrati che laici. Dieci anni dopo, vale a dire nella conferenza di Puebla, l’atteggiamento della chiesa latinoamericana verso i poveri divenne ancora di più significativa al punto di realizzare l’opzione preferenziale per i poveri. “In totale fedeltà al Vangelo e senza perdere di vista il nostro carisma di segno di unità e di pastori, far comprendere, far comprendere per mezzo della vita e ei nostri atteggiamenti, la nostra preferenza per l’evangelizzazione e il servizio dei poveri”[4].
Questa stessa presa di posizione a favore dei poveri da parte dei vescovi latinoamericani, verrà fatta anche nei paragrafi sui religiosi e sui presbiteri, mettendo in chiaro il cammino della chiesa latinoamericana al lato dei poveri. La produzione teologica e pastorale nel periodo che va da Medellin 1968 a Puebla 1979 approfondirà sempre di più il legame stretto tra la chiesa e i poveri, mettendo soprattutto in evidenza come questo connubio avvenga all’interno delle CEBs. La lettura della Bibbia contestualizzata, il clima di tensione politico caratterizzato dalle dittature militari in tutta l’America Latina, provocherà anche il tipo di riflessione che nelle CEBs si delinea sul modo di vivere accanto ai poveri. E’ proprio in questo decennio, gli anni ì70 del secolo scorso, che all’interno dell’esperienza ecclesiale delle CEBs, rafforzata dalle scelte fatte dall’episcopato latinoamericano, che il concetto di liberazione diviene la categoria teologica fondamentale per interpretare la presenza e il compito dei poveri nella storia. La teologia della liberazione nasce dalla riflessione sullo specifico cammino di chiesa latinoamericano realizzato nelle CEBs, che legge il proprio compito di stare nel mondo come cammino di liberazione dei poveri da tutte le forme di oppressione politica ed economica.
Poveri e ceto medio nelle CEBs
Sin dalla fine egli anni ’60, l’inserzione di presbiteri, religiosi e laici preparati nelle CEBs, hanno condotto i poveri delle comunità ad interpretare in modo nuovo il loro vissuto, a non viverlo più quindi, come un mero destino, una presunta volontà di Dio, ma come frutto di una volontà ingiusta degli uomini. Nelle comunità di base, in un’epoca segnata dall’oppressione del potere politico, la fede in Dio diviene strumento per interpretare il presente, il cammino da compiere. I circoli biblici, le celebrazioni domenicali vengono impregnate da queste riflessioni, dal desiderio di essere liberati, dalla coscienza, poi, che in questo cammino di librazione non ci si può affidare a Dio in modo superficiale, ma sono i poveri ad essere i protagonisti della loro propria liberazione. L’opzione preferenziale dei poveri fatta dalla chiesa latinoamericana vista a distanza di alcune decadi, mostra chiaramente l’avvicinamento di alcuni settori del ceto medio brasiliano cattolico, verso la periferia povera. E’ questo un dato significativo, sul quale vale la pena riflettere. Difficilmente i poveri sarebbero riusciti da soli a giungere ad un tale livello di coscientizzazione. Chi ha lavorato a contatto con le CEBs nella decade degli anni ’70 e ’80, rimane coinvolto dal tipo di lettura della storia fatta dai teologi della liberazione, dal linguaggio e dai concetti veicolati da questa riflessione. Sfogliando l’abbondante letteratura sia teologica che pastorale di quegli anni caldi, che segnarono il cammino delle CEBs e l’impegno al lato dei poveri, sfogliando le relazioni fatte al termine degli incontri inter ecclesiali pubblicate nella rivista SEDOC, ci si accorge non solo di una lettura fortemente ideologica che venne dato del cammino delle CEBs, ma soprattutto dell’influenza della classe media nei confronti dei poveri delle CEBs. Sono pochi gli studi che hanno affrontato il problema e, soprattutto, che l’hanno saputo indicare con obiettività. Tra questi segnalo il lavoro di Marcello Azevedo[5] e quello di fra Michel[6], che vanno nella stessa direzione, analizzando l’influenza della classe media brasiliana nel camino delle CEBs. E’ questo un lavoro di analisi che oggi è possibile fare con più serenità, considerato il fatto che la distanza temporale aiuta nell’analisi obiettiva degli eventi. Quando si parla di base delle CEBs si fa riferimento esclusivamente ai poveri, dimenticandosi del contributo di tutti quegli agenti di pastorale che derivano dalla classe medie, come presbiteri, religiosi o laici salariati dalle diocesi per il lavoro pastorale all’interno delle CEBs. Azevedo mostra che nel linguaggio utilizzato dai teologi sul tema del delicato rapporto delle CEBs con i poveri, quando si parla di “base” vengono lasciate di fuori molte categorie di persone, come gli operai che ricevono un salario, la totalità della classe media bassa costituita da piccoli funzionari pubblici, commercianti e ogni tipo di impiegati in servizio. “Dal gran numero di testi che sono stati prodotti in questi anni sul tema delle CEBs sembra che solo attraverso la base la chiesa sarà trasformata, trasformatrice e liberatrice. Le forme di essere chiesa che non sono della base sono considerate elitarie e allineate con i postulati e gli interessi del sistema oppressore”[7]. Azevedo pone il dito su un problema importante, vale a dire la differenza tra le CEBs sognate dai teologi della liberazione, e quelle vere e autentiche che s’incontrano non nei libri, ma nella realtà. Nella realtà brasiliana delle decadi ’70 e ’80 del secolo scorso c’è una grane differenza tra i poveri che vivono in città e quelli nelle zona rurale. Mentre, infatti, questi ultimi hanno tempo a disposizione per le attività delle comunità, vivendo di agricoltura in zone aride nelle quali il lavoro è molto scarso, ben differente è il tempo a disposizione dei poveri che vivono in città. Infatti, anche quelli che lavorano, sono tutti i giorni alle prese con il traffico cittadino, gli orari dei mezzi pubblici, la stanchezza di una giornata di lavoro spesso realizzata in condizioni disumane. Tutto questo per dire che le CEBs sono da sempre state orientate e continuano ad esserlo da persone di un’altra classe sociale che non si trova nella base. Chi sono queste persone? Sono i vescovi, i presbiteri, i religiosi. Teologi e giovani universitari laici. Significative in questa prospettiva sono state le esperienze chiamate di “Chiese sorelle”, dove agenti di pastorale di diocesi del Sud del Brasile si gemellava con diocesi del Nordest povero per assicurare un’assistenza pastorale e spesso e volentieri anche sociale. Le CEBs sono sorte per iniziativa dell’autorità ecclesiastica e sono stimolate, dunque, da persone della classe media, in termini di cultura e di visione del mondo. Sono queste persone che scrivono i bollettini e il materiale formativo destinato alle CEBs, che non avrebbero potuto aver inizio, considerato l’alto tasso di analfabetismo dei poveri delle zone rurali del Brasile.
Frate Michel nella sua ricerca sottolinea il fatto fondamentale che tutto il lavoro di formazione e di coscientizzazione svolto costantemente nelle diocesi in favore dei leaders delle CEBs è svolto da persone della classe media[8]. Sono i leaders diocesani – vescovi, presbiteri, religiosi, laici liberati – che preparano il materiale formativo e guidano il cammino pastorale. “Le CEBs in Brasile – sostiene fra Michel – sono integrate nell’istituzione ecclesiale e il povero sa che questa è la condizione della sua sopravvivenza come membro della chiesa. Il dinamismo ecclesiale svegliato dalle CEBs produce leaders laici o li fa emergere, ma non potranno andare la collaborazione con gli agenti, quando si tratta di tutta la chiesa locale o regionale[9]. Tutto ciò che Michel scriveva nel 1982 non è solo la realtà di quella decada, ma corrisponde anche a quella attuale. Ancora oggi nella diocesi gli incontri formativi sono gestiti da persone della classe media, che hanno studiato nelle facoltà teologiche o statali. Il materiale che arriva al leader delle CEBs è un materiale elaborato da un gruppo di persone culturalmente preparate. Michel sottolinea la trasformazione che vivono queste persone provenienti dalla classe media al contatto con i poveri e nell’esperienza concreta della loro fede. Mostra anche come la loro presenza e la loro azione sia un reale contributo per i poveri, che si aprono sia alla dimensione ecclesiale che alla coscienza attiva della loro situazione nella società e alla necessità di trasformarla. Tutto questo è molto positivo. La domanda che a questo punto l’autore pone è fondamentale: “Perché questa collaborazione non viene discussa naturalmente? Perché viene tante volte negata o fatta tacere? Perché molti studiosi delle CEBs insistono tanto che queste sono in grado di pensare per se stesse e non hanno bisogno di persone di altre classi socio-ecclesiali per situarsi, per decidere?”[10]. Sono domande che possono apparire strane ad un lettore che non conosce bene la realtà delle CEBs, soprattutto se proviene da una lettura dei testi di autori classici su questa realtà ecclesiale. Sembra strano operare o sottolineare queste distinzioni tra poveri e classe media nelle CEBs. A mio avviso è in vece un punto fondamentale, che aiuterà a comprendere soprattutto gli sviluppi futuri del cammino delle CEBs in Brasile. La risposta che Azevedo si diede nel 1986 alle domande di frate Michel è che la realtà della collaborazione positiva della classe media con il cammino delle CEBs mette in discussione e relativizza il modello della lotta di classe messo in atto dai teologi della liberazione di questo periodo, e del presupposto che dove ha collaborazione tra le classi esiste un patto con coloro che dominano la società[11]. Sulla stessa linea di riflessione troviamo anche lo storico Hoornaert quando, di ritorno dal quarto incontro inter ecclesiale delle CEBs, annotava: “per ciò che ho pensato di vedere in Itaici – sede dell’evento -  il buon cammino delle comunità dipende in gran parte dal modo con il quale gli agenti di pastorale (vescovi, presbiteri, religiosi e laici) riescono a comunicarsi con le persone della base[12].
 L’opzione preferenziale per i poveri fatta dalla chiesa latinoamericana e ben presente nel cammino delle CEBs, si realizza storicamente nell’impegno di persone della classe media che lavorano pastoralmente assieme ai poveri della base delle zone rurali e delle periferie delle grandi città brasiliane. Il coinvolgimento della base nei processi di liberazione operati dalle CEBs negli anni ’70 e ’80 è dovuto principalmente allo sforzo di tante persone di buona volontà che in nome del Vangelo e animati d un grande amore alla chiesa dei poveri, hanno realizzato lo stesso cammino compiuto da Gesù, che da ricco che era si è fatto povero[13]. E’ stata questa inserzione progressiva degli agenti pastorali provenienti dalle classe media, che ha permesso uno stile di chiesa attenta ai poveri, dando voce alle loro esigenze, provocando un movimento di liberazione dalle forme di oppressione politica così forti nel periodo in questione. Dimenticare questo o silenziarlo significa entrare nell’ideologia, in quello spazio culturale, cioè, che distorce la realtà a favore di precomprensioni molto spesso di tipo politico-partitico. Come vedremo nel cammino delle CEBs la linea di demarcazione tra impegno ecclesiale e lotta partitica è stato molto sottile e spesso si è confuso, provocando lo svuotamento del messaggio evangelico e il travisamento dell’annuncio del Kerigma.





[1] J.COMBLIN, Algumas questoes a partir da pratica das CEBs no Nordeste, in REB/50 (1990), p. 343-344
[2] Documento di Medellin, in Documenti della chiesa latinoamericana, EMI, Bologna 1995,  n. 306
[3] Ivi, n. 500
[4] Ivi, Puebla, n. 1330.
[5]
[6] F: MICHEL, Comunidades catolicas de base sao o fruto de colaboraçao entre duas classe socias, a pobre e a media, in REB/42 (1982), p. 120-128.
[7] M. AZEVEDO, Comundades eclesiais de base e a inculturaçao da fè, Sao Paulo Loyola 1986 p. 115
[8] Cfr.  F. MICHEL, cit, p. 123-124
[9] Ibidem.
[10] Ivi p. 126
[11] Cfr. AZEVEDO, op. Cit. P. 121
[12] E. HOORNAERT, As comunidades de base e a religiao popular, in REB 41 (1981), p. 677.
[13] Cfr. 2 Cor 8,9. 

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