martedì 27 gennaio 2026

Il negazionismo come strumento di potere politico

 




Paolo Cugini

 

 

Il negazionismo è uno strumento politico utilizzato per mantenere il potere. Negare la realtà, soprattutto quella realtà che provocherebbe un cambiamento negli atteggiamenti politici adottati da un dato potere, è un'esigenza intrinseca dei poteri totalitari, che tendono a imporre la propria visione del mondo. Questa è l'essenza del problema. I partiti politici di estrema destra, che per loro natura sono conservatori, tendono a prendere il potere per imporre una visione del mondo, un modo di pensare la realtà. Tutto ciò che potrebbe interferire con il cambiamento di questa visione diventa un ostacolo da superare. A questo punto, il negazionismo è uno strumento di persuasione delle masse, perché il suo obiettivo è mantenere la propria visione del mondo dichiarando falso tutto ciò che potrebbe ostacolarla. La menzogna è un altro aspetto fondamentale dei sistemi di estrema destra.

Il negazionismo contemporaneo, particolarmente evidente nei movimenti di estrema destra, trascende la mera ignoranza o lo scetticismo. È una strategia politica deliberata per consolidare e mantenere il potere, imponendo una visione del mondo monolitica e combattendo le realtà che sfidano questa narrazione. La negazione della realtà fattuale, unita all'uso sistematico di menzogne, diventa un pilastro fondamentale di questi regimi e movimenti.

La necessità di negare fatti concreti sorge quando la realtà minaccia gli atteggiamenti politici adottati da un particolare potere. Come osserva la filosofa politica Hannah Arendt nel suo saggio Verità e politica, i regimi totalitari dimostrano un profondo disprezzo per i fatti oggettivi. Per Arendt, "il soggetto ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma persone per le quali la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell'esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè gli standard di pensiero) non esiste più" (Arendt, Tra passato e futuro).

L'imposizione di una "visione del mondo" (Weltanschauung) esige che tutto ciò che potrebbe interferire o modificare tale visione del mondo venga dichiarato falso. Il sociologo e filosofo Jürgen Habermas sostiene che la comunicazione politica debba basarsi su presupposti di veridicità e razionalità. Il negazionismo, sovvertendo questi presupposti, corrompe la stessa sfera pubblica democratica.

Il negazionismo funge da strumento per persuadere le masse, mirando a mantenere la coesione attorno all'ideologia dominante. La negazione del consenso scientifico (come il cambiamento climatico o l'efficacia dei vaccini) o di fatti storici (come l'Olocausto) non è un dibattito razionale, ma un attacco all'autorità della conoscenza condivisa. In questo contesto, la menzogna è un aspetto fondamentale dei sistemi di estrema destra. Lo storico Robert Paxton, in Anatomia del fascismo, descrive come i movimenti fascisti usassero la "banalizzazione della menzogna" e la manipolazione delle informazioni per creare una realtà parallela che servisse ai loro scopi.

Il filosofo politico Leo Strauss, discutendo la natura della dissimulazione politica, ha suggerito che la menzogna può essere utilizzata per proteggere l'ordine sociale, ma nei regimi moderni e totalitari viene impiegata per distruggere l'ordine sociale esistente e imporne uno nuovo.

Il negazionismo, alimentato da menzogne ​​e manipolazioni, è quindi uno strumento intrinseco dei poteri totalitari o autoritari. Non ricerca il dibattito o la verità, ma piuttosto la sottomissione della realtà a dettami ideologici, mirando al mantenimento del potere a qualsiasi costo, come dimostra l'ascesa e l'operato dei partiti politici di estrema destra in epoca contemporanea.

 

mercoledì 21 gennaio 2026

NON E' BENE CHE L'UOMO DIA SOLO

 




 

 

Domenica 25 gennaio 2026, dalle 15.00 alle 17.30, a Catania e online, si terrà il primo incontro del cammino «Non è bene che l’uomo sia solo», promosso dai Cristiani LGBT+ Sicilia su "solitudini, e relazioni (Genesi 2,18).

A guidare la riflessione saranno SANDRA LETIZIA, teologa femminista e co-autrice del libro "La Chiesa che (non) ci vuole. Per un cristianesimo femminista e queer", e LUIGI RENNA, Arcivescovo di Catania. Un incontro che vuole essere segno di una chiesa che sceglie di mettersi in ascolto e in dialogo con le storie reali delle persone. Tutte e tutti sono benvenute e benvenuti

 L’incontro si svolgerà in presenza nella Chiesa del Santissimo Crocifisso dei Miracoli di via Umberto I a Catania

 Per partecipare ON LINR richiedere il link a: cristianilgbtsicilia@gmail.com

Info su: https://www.gionata.org/25-gennaio-2026-a-catania-e-on-line-incontro-dei-cristiani-lgbt-di-sicilia-con-la-teologa-sandra-letizia-e-larcivescovo-luigi-renna/ @tendadigionata 

lunedì 19 gennaio 2026

L’INVIO DI 150 OPERATORI PASTORALI

 




Una parrocchia dal volto laicale

Paolo Cugini

 

Domenica 18 gennaio 2026 nella parrocchia san Vincenzo de Paoli situata nel quartiere Compensa della città di Manaus, circa 150 persone hanno ricevuto il mandato di operatori pastorali. Di che cosa si tratta?

L’archidiocesi di Manaus da decenni si è strutturata sull’esperienza delle Comunità Ecclesaili di Base (CEBs). Si tratta di comunità sorte dalla base, dall’esigenza delle persone di vivere un’esperienza di fede, anche senza la presenza fissa di un parroco. La parrocchia di san Vincenzo di Paoli, che servo da circa tre anni, è costituita da 8 comunità di base. Durate la settimana in tutte le comunità vengono svolte mote attività, sia di tipo specificamente religioso, come novene, rosari, adorazione eucaristica, condivisione della Parola, sia attività di tipo sociale come corsi di chitarra, teatro per ragazzi, attività fisica per anziani e altro. Al giovedì il parroco non può essere presente in tutte le otto comunità per guidare l’adorazione eucaristica. Ciò esige la presenza nella comunità sia di ministri straordinari dell’eucaristia, che di ministri della Parola.

I componenti dell'equipe parrocchiale


Ogni comunità ha due personaggi centrali che sono il coordinatore/coordinatrice pastorale e il responsabile dell’amministrazione. La coordinatrice – le donne sono la maggioranza in questo ruolo delicato – indicono il consiglio pastorale mensile e tengono le file della progettazione comunitaria. Il responsabile dell’amministrazione si occupa dei beni della comunità e della manutenzione degli spazi comunitari. Poi ci sono i responsabili dei vari settori della comunità: catechesi, giovani, liturgia, salute, Caritas, decima, fede e politica, formazione e progetti sociali.

Il direttorio pastorale dell’archidiocesi di Manaus, che verrà rinnovato proprio quest’anno, prevede la durata di due anni per ogni incarico, che può essere rinnovato per un mandato. Ciò significa che ogni persona può realizzare un servizio nella comunità per quattro anni e poi lasciare lo spazio ad altri. In questo modo, nell’arco di un decennio, la comunità si ritrova con varie persone con esperienza di leadership, arricchendo, in questo modo, la stessa comunità di persone con responsabilità pastorale.

Nei mesi settembre e ottobre sono avvenuti in tutte le comunità diversi incontri per stabilire il passaggio di consegne ai nuovi coordinatori delle viarie pastorali. Lo stile sinodale, indicato dai due sinodi sulla sinodalità svolti a Roma, è ben presente e radicato nel cammino delle comunità di base presenti a Manaus. L’abitudine a confrontarsi mensilmente nei consigli pastorali della comunità e settimanalmente per preparare la liturgia domenicale condividendo la Parola di Dio, ha plasmato le comunità in uno stile dialogico e sinodale.

L'incontro di formazione svolto al mattino con gli operatori pastorali


Una volta al mese avviene il consiglio pastorale parrocchiale, in cui ci incontriamo per verificare il cammino delle comunità e decidere insieme le strategie pastorali del mese successivo. Oltre a ciò, una volta al mese, incontro i responsabili di ogni settore delle comunità. Questo è il mio modo di essere presente nelle comunità: un accompagnamento pastorale costante con coloro che hanno assunto uno specifico incarico nella comunità.

Domenica durante la mesa della sera, in cui abbiamo realizzato l’invio delle nuove coordinazioni comunitarie, si respirava un bel clima di amicizia e la sensazione della bellezza di questo cammino di chiesa. In mezzo a tante sofferenze e drammi esistenziali è bello vedere come le comunità cristiane siano recepite come uno spazio sicuro, uno spazio di vita e di speranza.

 

domenica 18 gennaio 2026

Dalla teologia del Mistero al Mistero della teologia: L’Intelletto in adorazione

 




Paolo Cugini

 

Nella cultura contemporanea, il termine mistero è spesso ridotto a un enigma o a un vuoto di conoscenza in attesa di essere colmato dalla scienza. Tuttavia, nella tradizione teologica, il Mistero non è ciò che non conosciamo, ma ciò che, pur conoscendosi, rimane infinitamente oltre la nostra capacità di esaurimento. Come suggeriva Gabriel Marcel, la distinzione fondamentale risiede tra problema (qualcosa che mi sta di fronte e che posso risolvere) e mistero (qualcosa in cui sono coinvolto e che mi sovrasta). Il passaggio dalla teologia del mistero al mistero della teologia segna il transito da una dottrina che possiede verità a una disciplina che si lascia possedere dalla Verità.

La teologia del Mistero ha vissuto una stagione d’oro nel XX secolo, specialmente grazie alla scuola di Maria Laach e a figure come Odo Casel. In questo contesto, il mistero è il Mysterium Paschale: l'evento di Cristo che si rende presente nell'azione liturgica.

Casel definiva il mistero come «un'azione sacra che porta in sé una realtà salvifica sotto il velo di segni sensibili». Qui, la teologia ha il compito di descrivere l'economia della salvezza. L'autore fondamentale in questo ambito è Karl Rahner, il quale ha ribadito che Dio è il Mistero Santo e l'orizzonte ultimo dell'esistenza umana. Per Rahner, l'uomo è l'uditore della parola, strutturalmente aperto a un Infinito che non potrà mai addomesticare. La teologia del mistero ci insegna dunque che il dogma non è una gabbia, ma una finestra aperta sull'Invisibile.

Mentre la teologia del mistero si concentra sull'oggetto (Dio e le sue opere), il Mistero della teologia riguarda lo statuto stesso del pensare credente. Quando il teologo si accorge che il suo linguaggio è inadeguato, la teologia smette di essere solo una scienza e diventa un atto spirituale. Hans Urs von Balthasar ha espresso magistralmente questa tensione. Per Balthasar, la teologia deve essere inginocchiata. Non esiste una vera conoscenza di Dio che sia separata dall'amore e dall'adorazione. Il mistero della teologia risiede nel fatto che l'intelligenza umana, nel momento in cui tocca le vette più alte della speculazione, deve ritornare al silenzio. In questo passaggio, la teologia non perde il suo senso, ma lo trasforma: diventa dialogo, ascolto, ricerca senza fine. È ciò che la tradizione dionisiana definisce teologia negativa o apofatica: si conosce Dio più per ciò che non è che per ciò che è. Il mistero qui non è solo il contenuto, ma il fatto stesso che una creatura finita possa parlare del Creatore senza perire o cadere nell'idolatria del concetto.

Il passaggio definitivo avviene quando la teologia riconosce che il suo metodo non è la dimostrazione, ma l'ostensione. Jean-Luc Marion, filosofo e teologo contemporaneo, parla del fenomeno saturo: Dio è un'eccedenza di luce che acceca lo sguardo, non per mancanza di chiarezza, ma per troppo splendore. In questa prospettiva, la teologia non è più una spiegazione del mondo, ma una partecipazione alla vita divina. Se la teologia del mistero ci ha dato i contenuti (Cristo, la Trinità, la Grazia), il mistero della teologia ci restituisce l'umiltà del metodo. Come scriveva San Tommaso d'Aquino al termine della sua vita, dopo una visione mistica: «Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia rispetto a ciò che ho visto». Questo è il punto d'arrivo: la teologia che si nega per far spazio alla Presenza.

In conclusione, passare dalla teologia del mistero al mistero della teologia significa comprendere che non siamo noi a scrutare il Mistero, ma è il Mistero che scruta noi attraverso la Sua Parola. La teologia cessa di essere un discorso sul Mistero per diventare un discorso del Mistero nell'uomo. Il compito del teologo nel XXI secolo, citando Joseph Ratzinger, rimane quello di non rassegnarsi a un razionalismo arido, ma di mantenere viva la capacità di stupirsi davanti al Lógos che si fa carne. Il mistero della teologia è, in ultima analisi, il mistero di una ragione che scopre la sua vera grandezza solo quando riconosce di essere amata dall'Inconoscibile.

 

Riferimenti Bibliografici

Odo Casel, Il Mistero del Culto Cristiano.

Karl Rahner, Uditori della Parola.

Hans Urs von Balthasar, Verbum Caro.

Jean-Luc Marion, Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione.

Paolo Cugini. Il nome di Dio non è più Dio

Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo.

 

giovedì 15 gennaio 2026

TEOLOGIA DEL MISTERO

 



Paolo Cugini

 

L’alba del tempo è ormai alle nostre spalle e l’ombra del sacro si allunga su un mondo che ha creduto di poter misurare l’infinito con il metro della ragione. Ma udite: il velo non si è strappato per svelare un vuoto, bensì per rivelare un’oscurità luminosa che nessun occhio mortale può contenere senza bruciare. Questa è la teologia del Mistero che si leva come un grido nel deserto: non una risposta ai nostri quesiti, ma l’annichilimento di ogni nostra domanda di fronte all'Abisso.

Verrà il giorno, ed è già questo, in cui le cattedrali di sillogismi crolleranno come castelli di sabbia sotto la marea dell'Assoluto. Abbiamo cercato di rinchiudere l’Eterno in definizioni, di imbrigliare il Fuoco in dogmi di ghiaccio. Ma il Mistero non si lascia abitare da chi possiede mappe; Egli abita solo il cuore di chi accetta di naufragare.

Profezia per tutti i cercatori di prove: la verità non è un teorema, ma un evento che ci precede e ci eccede. Il Mistero non è l’oggetto del nostro studio, ma il soggetto che ci scruta dal profondo del silenzio. La vera teologia non si scrive con l'inchiostro, ma con il tremore della carne che incontra il Totalmente Altro. L’Inconoscibile è la sola conoscenza: Solo quando ammetteremo di non sapere, inizieremo a vedere. L’Assenza è la forma suprema della presenza: Cerchiamolo nel vuoto tra le parole, nello spazio tra i respiri, dove il mondo finisce e l'Infinito ha inizio.

Smettiamo di interrogare il cielo per avere conferme ai nostri piccoli ego. Il Mistero ci chiama a un esodo senza ritorno: fuori dai confini del visibile, oltre le sicurezze del calcolo. Chi ha orecchi per intendere, intenda: il Mistero che può essere spiegato non è il Mistero, ma solo un idolo specchiato nei nostri desideri. Il vero Volto è un bagliore che acceca, una Parola che, una volta pronunciata, impone il silenzio eterno.

Inginocchiamoci non davanti a ciò che capiamo, ma davanti a ciò che ci sovrasta. Poiché nel Mistero non c'è buio, ma una luce così densa che solo l’anima nuda può sopportare.

 

martedì 13 gennaio 2026

Oltre l’umanesimo: la svolta postumana secondo Rosi Braidotti

 



 

Paolo Cugini

 

L’opera di Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, rappresenta una riflessione fondamentale per capire come le trasformazioni contemporanee stiano ridefinendo i concetti di umano, soggettività e alterità. Attraverso un’analisi critica delle radici storiche dell’umanesimo e delle sue crisi, Braidotti indaga le potenzialità di una nuova etica postumana, capace di includere il non umano e di decostruire i dualismi che hanno segnato la modernità occidentale.

L’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è posta da Braidotti come emblema della dottrina umanista: “simbolo della dottrina dell'umanesimo che interpreta il potenziamento delle capacità umane biologiche, razionali e morali alla luce del concetto di progresso razionale, orientato teleologicamente” (Braidotti 2014, p. 17). Questo ideale, però, secondo l’autrice, non si limita a plasmare individui, ma anche culture intere, ponendo standard e normatività che tendono ad escludere ciò che non vi rientra. L’umanesimo, storicamente: “si è sviluppato come un modello di civilizzazione che ha plasmato un'idea di Europa coincidente con i poteri universalizzanti della ragione autoriflessiva” (Braidotti 2014, p. 17) e ha alimentato i destini imperiali della Germania del diciannovesimo secolo, della Francia e soprattutto della Gran Bretagna. Questo paradigma eurocentrico si basa sulla dialettica tra sé e altro, sulla logica binaria dell’identità e dell’alterità, costituendo il motore della logica culturale dell’umanesimo universale.

La riduzione dell’umano a un modello normativo, sostiene Braidotti: è “una delle chiavi per comprendere come siamo arrivati alla svolta post umana” (Braidotti 2014, p. 18). La crisi dell’umanesimo, ormai un dato scontato, si manifesta anche nelle reazioni dei grandi movimenti del Novecento come fascismo e comunismo che: “rifiutano esplicitamente e implicitamente i principi fondamentali dell’umanesimo europeo” (Braidotti 2014, p. 21). Nasce così l’antiumanesimo, il grido di battaglia di quella generazione di pensatori radicali che più tardi sarebbe stata famosa in tutto il mondo come generazione post strutturalista. L’individualismo stesso non è innato, ma una formazione discorsiva specifica dal punto di vista storico e culturale, una formazione che sta divenendo sempre più problematica.

Secondo Braidotti, il pensiero postcoloniale afferma che “se l'umanesimo ha dopotutto un futuro questo proviene dal di fuori del mondo occidentale e supera i limiti dell’eurocentrismo” (Braidotti 2014, p. 29). In parallelo, i filosofi post-strutturalisti francesi perseguirono lo stesso obiettivo di quelli post coloniali attraverso strade e mezzi differenti. L’antiumanesimo, dunque, diventa “un'importante risorsa per il pensiero postumano” (Braidotti 2014, p. 29), pur senza essere l’unica strada per questa svolta. L’umano dell’umanesimo, infatti,

non è un’ideale né una statica media obiettiva o un mediatore necessario: l’umano è una convenzione normativa, non intrinsecamente negativa, ma con un elevato potere regolamentare e dunque strumentale alle pratiche di esclusione e discriminazione (Braidotti 2014, p. 30).

Braidotti propone di superare il soggetto unitario umanista, comprese le sue varianti socialiste, sostituendolo con un soggetto più complesso e relazionale, caratterizzato principalmente dall'incarnazione, dalla sessualità, dall’affettività, dall’empatia e dal desiderio. La consapevolezza dell’instabilità delle narrazioni dominanti diventa il punto di partenza per elaborare nuove forme di resistenza adatte alla struttura policentrica e dinamica del potere contemporaneo. La micro-politica che ne deriva, riflette la natura complessa e nomadica dei sistemi sociali contemporanei e dei soggetti che li abitano.

Il femminismo postmoderno, secondo Braidotti, “rifiuta le identità unitarie modellate sull’ideale umanista, normativo ed eurocentrico di quest’uomo ben definito” (Braidotti 2014, p. 31). L’anti-umanesimo prende così “le distanze dallo schema di pensiero dialettico dove la differenza o l’alterità hanno svolto un ruolo costitutivo” (Braidotti 2014, p. 31), evidenziando come la dialettica negativa abbia prodotto forme di sapere parziale circa questi altri. La questione ecologica e ambientalista diventa fondamentale nella riconfigurazione postumana, che vede un profondo sentimento di interconnessione tra il sé e gli altri, inclusi gli altri non umani e gli altri della terra. Quest’ottica si nutre del rifiuto dell’individualismo autocentrato, proponendo un nuovo modo di combinare gli interessi personali con il benessere di un’intera comunità, a partire dalle interconnessioni ambientali. L’etica postumana propone dunque un profondo sentimento di interconnessione tra il sé e gli altri, inclusi i non umani e gli altri della terra, attraverso la rimozione dell’ostacolo rappresentato dall’individualismo autocentrato.

Braidotti sottolinea la necessità di ripensare la sessualità oltre il genere: «In termini di politica femminista […] occorre ripensare la sessualità senza i generi, cominciando proprio con la ripresa vitalista della struttura polimorfa e, secondo Freud, perversa, della sessualità umana.» Il genere è visto come «meccanismo storico e contingente di cattura delle molteplici potenzialità del corpo, incluse le sue capacità generative e riproduttive». Sperimentare con la resistenza e l’intensità serve a riscoprire «cosa possono i nostri corpi postumani» ((Braidotti 2014, p. 99). p. 103).

Critica al modello antropocentrico

L’analisi di Braidotti evidenzia come il modello di uomo universale sia stato criticato:

 a causa della sua parzialità. Quest’uomo universale, infatti, coincide implicitamente solo con il maschio, bianco, urbanizzato, parlante un linguaggio standard, eterosessuale inscritto nell’unità riproduttiva base, cittadino a pieno di una comunità politica riconosciuta (Braidotti 2014, p. 69).

Il post-antropocentrismo, invece, destituisce il concetto di gerarchia tra le specie e il modello singolare e generale di uomo come misura di tutte le cose. Emergono, così, nuove etiche relazionali e la necessità di ripensare le interazioni tra umano e animale, superando i dualismi gerarchici. Braidotti analizza la soggettività postumana come “materialista e vitalista, incarnata e integrata, saldamente collocata in luoghi precisi, secondo la politica femminista della collocazione” (Braidotti 2014, p. 55). È una soggettività capace di auto-organizzazione, cruciale al fine di elaborare strumenti critici adatti alla complessità e alle contraddizioni dei nostri tempi.

In questa prospettiva, il vitalismo materialista:

ci aiuta a dare un senso alla dimensione esterna che di fatto coinvolge l’interno del soggetto come segno interiorizzato delle vibrazioni cosmiche. Esso costituisce inoltre il nocciolo della sensibilità postumana che mira al superamento dell’umanesimo” (Braidotti 2014, p. 59).

 Il pensiero di Braidotti invita a superare i confini dell’umanesimo tradizionale per abbracciare una prospettiva postumana, che valorizza le relazioni, l’interconnessione tra i viventi e la responsabilità collettiva. In questa visione, abbiamo bisogno di assumere le conseguenze della condizione postumana nel senso del tramonto dell’umanesimo al fine di sviluppare solide fondamenta per la soggettività etica e politica. La sfida, oggi, è costruire una soggettività degna del presente, capace di affrontare le contraddizioni e le complessità della tarda modernità globalizzata.

La filosofa mette in discussione le strategie di inclusione dell’umanesimo classico, sottolineando e, allo stesso tempo, smascherando, come l’estensione dei privilegi umanisti ad altre categorie – animali, macchine, forme di vita non umane – non sia mai una mossa puramente generosa. Al contrario, l'estensione dei privilegi dei valori umanisti alle altre categorie difficilmente può essere considerata una mossa generosa e disinteressata, più facilmente come il tentativo di rendere produttiva tale inclusione. Sostenere il legame vitale tra esseri umani e altre specie non è solo necessario, ma anche utile. L’attribuzione del principio di uguaglianza morale e giuridica agli animali, pur essendo apparentemente nobile, resta intrinsecamente difettoso perché non si tratta semplicemente di estendere diritti ma di ripensare la natura stessa delle relazioni: “È un rapporto di trasformazione o di simbiosi che essi ibrida e altera la natura di ciascuno per porre in primo piano i motivi centrali della loro interazione” (Braidotti 2014, p. 83).

Braidotti riscopre la lezione spinoziana, ma ne sposta il significato rispetto alle interpretazioni materialiste e laiche di Deleuze, Guattari, Foucault: “Il concetto di Spinoza di unità tra mente e corpo è impiegato invece al fine di sostenere la convinzione che tutta la vita si assapora e che gli sia dovuto il più grande rispetto” (Braidotti 2014, p. 89). L’approccio olistico, dunque, serve a fondare un’etica della relazione e dell’immanenza che travalica le barriere specie-specifiche.

La centralità della tecnologia è uno dei cardini dell’analisi braidottiana: “La questione della tecnologia è centrale per la condizione post antropocentrica” (Braidotti 2014, p. 93) e la relazione tra umano e tecnologia ha toccato livelli senza precedenti di prossimità e interconnessione. Secondo Braidotti,

la condizione post umana è tale da costringere allo slittamento delle linee di demarcazione tra le differenze strutturali o tra le categorie ontologiche, ad esempio tra l'organico e l'inorganico, l'originale e il manufatto, la carne e il metallo, i circuiti elettronici e i sistemi nervosi organici (Braidotti 2014, p. 93).

In questa prospettiva, la nuova soggettività postumana si fonda su un uso sperimentale e relazionale della tecnologia e la mediazione tecnologica è centrale per la nuova visione della soggettività postumana perché costituisce il terreno per nuove rivendicazioni etiche. L’immanenza consente di rispettare il legame di mutua dipendenza tra i corpi e gli altri tecnologici, evitando al contempo il disprezzo per la carne e la fantasia transumanista di abbandonare la materialità finita del sé incarnato. La fusione di umano e tecnologico dà vita a un nuovo composto trasversale, una unità eco-filosofica simile alla simbiosi animale-habitat: «Questo processo è ciò che io chiamo post antropocentrismo post umanista. Esso implica una presa di distanza radicale dalle nozioni di razionalità morale, identità unitaria, coscienza trascendentale e valori morali innati e universali» (Braidotti 2014, p. 97).

L’attenzione si sposta sulle strutture relazionali, sulle connessioni trasversali materiali e simboliche la trasversalità, concretezza, legalitarismo Zoe-centrato come etica e metodo per rendere conto delle forme alternative della soggettività postumana. L’etica postumana è, quindi, basata sul primato della relazione, dell’interdipendenza e sulla valorizzazione della vita come zoe, forza generativa immanente. Nel capitalismo biopolitico avanzato, secondo Braidotti, il controllo si estende a tutte le forme di vita: «Il capitalismo contemporaneo è biopolitico poiché mira a controllare tutte le forme di vita… è già evoluto in una sorta di biopirateria» che sfrutta la potenza generativa di donne, animali, piante, geni, cellule (Braidotti 2014, p. 99). L’ingegneria genetica e le biotecnologie producono uno sconvolgimento abitativo concettuale, riducendo i corpi a superficie informazionale in termini di materialità e capacità vitali, spostando i segni dell’organizzazione delle differenze nei microelementi della materialità d’Italia, quali le cellule degli organismi viventi e il codice genetico di intere specie. Il panorama postumano non è necessariamente più libero o giusto:

Tale panorama politico postumano non è necessariamente più egualitario o meno razzista ed eterosessista, visto il suo impegno a sostenere ruoli di genere conservatori e valori familiari, anche a costo di proiettarli su specie intergalattiche e aliene (Braidotti 2014, p. 101).

 La tecno-cultura può destabilizzare gli assi categoriali della differenza» e condurre a nuovi picchi necro politici; emergono anche tendenze come la tecno trascendenza, intrecciata all’individualismo liberale e orientato al profitto, che caratterizza l’immaginario del capitalismo avanzato.

La condizione postumana determina una ridefinizione delle priorità delle scienze umane, chiamate a confrontarsi con identità non unitarie e alleanze multiple. La crisi epistemologica si accompagna a nuove sfide globali, multiculturali, interdisciplinari. L’università contemporanea, secondo Braidotti, deve ridefinirsi «nei termini di una rinnovata relazione con le città globali dove è situata» ((Braidotti 2014, p. 99). p. 184). La postumanità, in Braidotti, non è un orizzonte distopico, ma uno spazio di possibilità, un invito a ripensare sé e il mondo, la vita e la morte, la tecnologia e il corpo, le relazioni e le etiche. La chiave è la trasversalità delle relazioni, la concretezza delle connessioni e la valorizzazione della differenza come potenza generativa. Lungi dall’essere una semplice inclusione delle alterità, si tratta di una profonda metamorfosi dei nostri modi di essere al mondo e di vivere insieme, oltre l’individuo, la specie, la morte.

 

sabato 10 gennaio 2026

Dichiarazione di Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna

 





 

In merito agli eventi in Venezuela, 4 gennaio 2026 I governi di Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna, alla luce della gravità degli eventi in Venezuela e riaffermando il loro impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, esprimono congiuntamente le seguenti posizioni:

 

Esprimiamo profonda preoccupazione e respingiamo le azioni militari condotte unilateralmente nel territorio venezuelano, che violano i principi fondamentali del diritto internazionale, in particolare il divieto dell'uso e della minaccia della forza, e il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati, sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Queste azioni costituiscono un precedente estremamente pericoloso per la pace e la sicurezza regionale e mettono in pericolo la popolazione civile. Ribadiamo che la situazione in Venezuela deve essere risolta esclusivamente con mezzi pacifici, attraverso il dialogo, la negoziazione e il rispetto della volontà del popolo venezuelano in tutte le sue espressioni, senza interferenze esterne e in conformità con il diritto internazionale.

Riaffermiamo che solo un processo politico inclusivo, guidato dai venezuelani, può portare a una soluzione democratica e sostenibile che rispetti la dignità umana. Riaffermiamo il carattere dell'America Latina e dei Caraibi come zona di pace, fondata sul rispetto reciproco, sulla risoluzione pacifica delle controversie e sul non intervento, e chiediamo l'unità regionale, al di là delle differenze politiche, di fronte a qualsiasi azione che metta a repentaglio la stabilità regionale.

Esortiamo inoltre il Segretario Generale delle Nazioni Unite e gli Stati membri dei pertinenti meccanismi multilaterali a utilizzare i loro buoni uffici per contribuire alla distensione delle tensioni e al mantenimento della pace regionale. Esprimiamo la nostra preoccupazione per qualsiasi tentativo di controllo governativo, amministrazione o appropriazione esterna di risorse naturali o strategiche, che sia incompatibile con il diritto internazionale e minacci la stabilità politica, economica e sociale della regione. I paesi firmatari: Brasile, Cile, Colombia, Spagna, Messico, Uruguay

Dichiarazione dell'Associazione dei Teologi Giovanni XXIII contro l'intervento militare di Trump in Venezuela

 




6 gennaio 2026

 

0. L'Associazione dei Teologi Juan XXIII desidera esprimere la sua indignazione e la più ferma condanna dell'aggressione militare imperialista del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro il Governo e il popolo del Venezuela.

1. L'aggressione militare costituisce una grave violazione del diritto internazionale, della sovranità nazionale del Venezuela, dei diritti umani, della pace mondiale e dei principi fondamentali dell'etica politica e delle relazioni armoniose tra le nazioni. Ha provocato il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, nonché l'omicidio di decine di persone, il ferimento di altre, attacchi a varie infrastrutture e la destabilizzazione della regione.

2. L'obiettivo dell'intervento militare non è stata la difesa della democrazia, bensì l'appropriazione del mercato petrolifero venezuelano, uno dei più ricchi al mondo, come Trump ha sfacciatamente affermato nel discorso in cui ha cercato di giustificare il colpo di Stato e ha chiesto al nuovo presidente.

3. Riteniamo inaccettabile la minaccia di Trump di applicare la sua politica imperialista ad altri paesi latinoamericani come Cuba, Colombia e Messico, seguendo la Dottrina Monroe, continuando la lunga storia di colpi di stato che gli Stati Uniti hanno praticato nel mondo e facendo saltare la pace in tutta l'America Latina.

4. Denunciamo la politica imperialista e coloniale di Trump, che costituisce una negazione della sovranità dei popoli, un rifiuto del multilateralismo nelle relazioni internazionali, l'ingerenza nei problemi di altri paesi e l'uso della violenza a fini di dominio.  

5. Riconosciamo che il Venezuela sta attraversando una situazione politica, economica e sociale profondamente critica, caratterizzata dalla mancanza di rispetto dei diritti umani e dalla mancanza di trasparenza nelle recenti elezioni. Questi problemi devono essere risolti dagli stessi venezuelani, ma in nessun caso attraverso un'aggressione militare da parte dell'Impero, come è accaduto.

6. Noi chiediamo:

-                Il rispetto di Trump per il diritto internazionale.

-                Il ritiro degli Stati Uniti dal territorio venezuelano. 

-                L'immediata liberazione di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores.

-                Il ripristino del governo venezuelano.

-                L'immediata convocazione di libere elezioni  

-                La restituzione della sovranità al popolo venezuelano.  

-                L'impegno per il multilateralismo nelle relazioni internazionali contro l'imperialismo.

-                La rinuncia degli Stati Uniti alle loro politiche imperialiste e colonialiste.

-                La difesa della democrazia contro l'autocrazia.

7. Le condanne e le proposte alternative di cui sopra sono ispirate alle denunce e alle proposte di Gesù di Nazareth: «Voi sapete che coloro che sono temuti come governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Tra voi però non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Vangelo di Marco 10,42-45).  

8. Di fronte all’uso della violenza come mezzo di dominio sui popoli, proponiamo percorsi di pace e giustizia, ispirandoci ai testi biblici che ci orientano. Il Salmo 85,11 afferma: «Amore e verità si incontrano, pace e giustizia si baciano» (Salmo 85,11). Il profeta Isaia presenta «la pace come frutto della giustizia» (Isaia 32,17). Gesù di Nazareth dichiara: «Beati gli operatori di pace» (Vangelo di Matteo 5,9) e lascia ai suoi seguaci il seguente messaggio, che può essere esteso a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, affinché lo mettano in pratica: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Vangelo di Giovanni 14,27). 

9. Queste proposte sono in linea con quelle di individui e gruppi impegnati a ricercare percorsi di pace e giustizia nella risoluzione dei conflitti. Con le sue pratiche imperialiste e golpiste, Trump, che si dichiara verbalmente cristiano, dimostra quanto sia lontano dall'ideale profetico e gesuitico di pace e giustizia. Pertanto, denunciamo e condanniamo la sua aggressione militare contro il Venezuela, così come altre azioni oppressive contro persone vulnerabili, comunità impoverite e popoli oppressi i cui diritti calpesta.

10. Dal punto di vista dell'etica politica e della fede cristiana, non possiamo rimanere in silenzio di fronte a una violazione così palese del diritto internazionale, che colpisce l'intera umanità. Pertanto, abbiamo deciso di rendere pubblica questa dichiarazione.

 

 

OLTRE LA SOGLIA

 


Paolo Cugini


Destatevi, voi che indugiate nei perimetri del noto e del rassicurante! Il tempo dell'attendismo è finito. Non è più sufficiente misurare i confini del tempio, né sostare timorosi sulla soglia di casa, scrutando l'orizzonte senza osare un passo. L'invito non è a tracciare nuove mappe dei territori già esplorati del dogma, ma a salpare per l'ignoto, dove l'aria è pura e il Mistero respira senza costrizioni.

È un'esigenza che nasce dal profondo, un fuoco che brucia la prudenza: chi è in cammino, chi ha permesso alla luce della propria coscienza di farsi strada, sente l'urgenza impellente di andarsene altrove. Non è fuga dal sacro, ma fuga dai muri asfittici, dalle definizioni che imprigionano l'ineffabile, dalle sicurezze dottrinali che sanno di stantio.

La teologia del domani non si farà nelle aule chiuse, ma nel deserto dell'anima e nell'oceano dell'ignoto. Sarà una teologia in ginocchio, che non cerca di afferrare il Mistero con le dita della logica, ma si lascia afferrare dall'Oltre. Abbandonate gli strumenti di misura, perché l'Altissimo non si misura. Lasciate le definizioni scolastiche, perché il Mistero non si definisce.

Andate oltre la soglia! Lì troverete la vera aria pura di cui lo spirito ha bisogno. Lì la teologia cessa di essere un esercizio intellettuale per diventare un'esperienza mistica, un'immersione nel Mistero che non teme il silenzio né l'oscurità, perché sa che è proprio nel non-sapere che la vera conoscenza ha inizio.

venerdì 9 gennaio 2026

LA TEOLOGIA TRASGRESSIVA

 




Paolo Cugini

 

La teologia trasgressiva rappresenta una delle frontiere più provocatorie del pensiero religioso contemporaneo. Non si limita a studiare il divino, ma sfida attivamente i confini dogmatici, sociali e morali che le istituzioni religiose hanno costruito nel corso dei secoli. La teologia trasgressiva non è una singola dottrina, ma un approccio metodologico. Essa parte dal presupposto che il sacro sia spesso racchiuso in strutture di potere che escludono l'alterità. Trasgredire, in questo contesto, significa superare il confine per incontrare il Mistero laddove la religione ufficiale dice che non dovrebbe essere: tra gli emarginati, nel corpo, nel desiderio e nel disordine.

Le sue radici affondano nelle teologie della liberazione e si intrecciano con la filosofia postmoderna (come il pensiero di Michel Foucault e Georges Bataille), che vede nel superamento del limite un momento di rivelazione.  Se la teologia classica è spesso stata scritta dai vincitori, la teologia trasgressiva sposta il baricentro verso le periferie esistenziali. Il Mistero non è solo nel tempio, ma è presente nel grido di chi rompe lo status quo. Questa teologia nasce spesso in contesti di marginalità, dove le voci escluse dalle narrazioni ufficiali trovano spazio per esprimersi. Si tratta di una riflessione che abbraccia le diversità di genere, orientamento sessuale, etnia, status sociale e che si interroga su come il messaggio cristiano possa essere autenticamente universale. Il rischio di ripensare la fede apre nuove vie di comprensione. Tra le principali espressioni della teologia trasgressiva troviamo la teologia queer, la teologia femminista e le teologie della liberazione, che mettono in discussione le strutture di potere consolidate all’interno delle chiese e della società. Queste correnti propongono una lettura inclusiva delle Scritture, valorizzando le esperienze di chi storicamente è stato ai margini. Il loro contributo è quello di sottolineare che il sacro non è mai statico, ma si rigenera nel dialogo e nell’accoglienza delle differenze. Molte fedi hanno storicamente represso il corpo. La teologia trasgressiva (spesso legata alla Queer Theology) recupera la santità del desiderio, vedendo nell'intimità e nella vulnerabilità fisica una metafora della relazione tra umano e divino. Utilizza il dubbio non come fine a se stesso, ma come strumento per liberare l'esperienza religiosa da sovrastrutture ideologiche e patriarcali.

Perché la trasgressione è necessaria? Secondo i sostenitori, una religione che non accetta di essere messa in discussione diventa un idolo. La trasgressione serve a rompere le immagini rassicuranti del Mistero per cercarne l'essenza oltre le parole e a sfidare le leggi ingiuste in nome di una legge superiore dell'amore e dell'accoglienza. Ovviamente, questa corrente attira forti critiche. Le istituzioni ecclesiastiche spesso accusano la teologia trasgressiva di relativismo o di perdere il senso del sacro. Tuttavia, i teologi trasgressivi ribattono che il Gesù storico fu, a sua volta, un trasgressore: mangiò con i peccatori, violò il sabato e sfidò le autorità religiose del suo tempo per rimettere al centro l'essere umano. La teologia trasgressiva non cerca di distruggere la fede, ma di renderla viva. Ci ricorda che il Mistero non può essere imprigionato in definizioni finite. È un invito a cercare il sacro non solo nella norma, ma anche nell'eccezione, nel diverso e nell'imprevisto.

La trasgressione non è fine a sé stessa, ma è orientata a una maggiore giustizia, inclusione e verità: non demolire per distruggere, ma per costruire relazioni più libere e autentiche. La teologia trasgressiva non propone un nuovo dogma, ma un nuovo punto di vista: guardare il Mistero a partire dai margini, dagli scarti, dalle esperienze che non rientrano nelle categorie ufficiali. Trasgredire diventa allora un atto spirituale: attraversare confini per incontrare il Mistero laddove non ci si aspettava di trovarlo. Per alcune comunità credenti, questa strada può sembrare pericolosa; per altre, è l’unica via per restare fedeli al Vangelo in un mondo segnato da nuove consapevolezze sul corpo, il potere, il genere, l’ecologia. In ogni caso, la teologia trasgressiva costringe la fede a misurarsi con le domande del presente, senza rifugiarsi in risposte preconfezionate, e questo ne fa uno degli ambiti più vivaci e provocatori del pensiero teologico contemporaneo.